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venerdì 10 luglio 2026  | aggiornato alle 15:43 | 120290 articoli pubblicati

Grano duro, si produce in perdita: l'allarme di Confagricoltura

L'export della pasta italiana continua a crescere, ma il grano duro vive una fase difficile. Confagricoltura denuncia prezzi sotto i costi di produzione, superfici in calo e una dipendenza sempre maggiore dalle importazioni

 
10 luglio 2026 | 13:08

Grano duro, si produce in perdita: l'allarme di Confagricoltura

L'export della pasta italiana continua a crescere, ma il grano duro vive una fase difficile. Confagricoltura denuncia prezzi sotto i costi di produzione, superfici in calo e una dipendenza sempre maggiore dalle importazioni

10 luglio 2026 | 13:08
 

La pasta italiana continua a rafforzare la propria presenza sui mercati internazionali, ma la situazione nelle campagne racconta una realtà diversa. Alla vigilia della trebbiatura del raccolto 2026, i produttori di grano duro si trovano a fare i conti con quotazioni che non coprono i costi di produzione, alimentando le preoccupazioni per il futuro della filiera. L'allarme arriva da Confagricoltura, che in un'analisi del proprio Centro Studi evidenzia come il prezzo del grano duro di qualità superiore, rilevato dalla Commissione unica nazionale (Cun), sia oggi inferiore ai 300 euro a tonnellata. Secondo l'organizzazione agricola, a questi livelli economici «chi raccoglie grano duro quest'estate lo fa in perdita», una situazione che va oltre la normale oscillazione del mercato.

Grano duro si produce in perdita: l'allarme di Confagricoltura

Pasta: export in crescita, ma il grano duro non garantisce reddito ai produttori

Diminuiscono le superfici coltivate e cresce la dipendenza dall'estero

Le difficoltà della cerealicoltura italiana non riguardano soltanto l'andamento dei prezzi. Tra il 2012 e il 2025 le superfici coltivate a grano duro si sono ridotte del 10%, mentre il tasso di autoapprovvigionamento nazionale è passato dal 78% al 56,5%. Ciò significa che oggi l'Italia dipende dalle importazioni per quasi la metà del grano duro destinato alla produzione di pasta, con una riduzione progressiva della capacità produttiva interna.

Secondo Confagricoltura, per raggiungere l'autosufficienza sarebbero necessari oltre 880mila ettari aggiuntivi coltivati a grano duro. «L'Italia dipende dall'estero per quasi la metà del grano duro che trasforma in pasta e questa dipendenza cresce ogni anno, con margini in contrazione per i cerealicoltori, o addirittura in perdita. Non si tratta di una crisi di mercato ma di una crisi di sovranità produttiva», sottolinea l'organizzazione.

L'aumento dell'offerta mondiale pesa sulle quotazioni

A complicare ulteriormente lo scenario contribuisce il mercato internazionale. Per il 2026 è previsto un incremento della produzione mondiale di grano duro, destinato ad aumentare ulteriormente le disponibilità già presenti nei magazzini.

L'aumento delle scorte globali rischia quindi di esercitare una nuova pressione sui prezzi, rendendo ancora più difficile la sostenibilità economica delle aziende cerealicole italiane. Confagricoltura evidenzia tuttavia come la qualità del grano nazionale possa rappresentare un elemento di valorizzazione, sia sul mercato interno sia nei mercati esteri, favorendo un migliore posizionamento della pasta italiana.

Una strategia per rilanciare la filiera

L'organizzazione agricola precisa di non voler alimentare polemiche sul funzionamento della Commissione unica nazionale, ma ritiene necessario aprire un confronto sull'intera filiera. L'obiettivo è individuare strumenti capaci di invertire la progressiva riduzione delle superfici coltivate, riportare il livello di autoapprovvigionamento su valori ritenuti più sicuri e garantire una redditività adeguata alle aziende agricole.

I dati raccolti saranno presentati il 15 luglio, in occasione dell'assemblea estiva di Confagricoltura, durante la quale verranno illustrate anche alcune proposte al ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida. Per la Confederazione, la competitività della pasta italiana non può prescindere dalla sostenibilità economica della produzione agricola nazionale. Il rafforzamento dell'intera filiera, dal campo all'industria di trasformazione, viene indicato come uno degli elementi chiave per ridurre la dipendenza dalle importazioni e preservare il valore di uno dei prodotti simbolo del Made in Italy agroalimentare.

© Riproduzione riservata STAMPA

 
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