L’allergia alle arachidi continua a essere una delle forme allergiche più diffuse e potenzialmente più severe in età pediatrica. Negli ultimi anni i casi sono aumentati in diversi Paesi occidentali e oggi, tra Europa e Nord America, interessa circa il 2% della popolazione. Da oltre un secolo la strategia più studiata per ridurre la risposta allergica è quella dell’immunoterapia orale, basata sull’assunzione controllata di piccole quantità dell’allergene per favorire una progressiva tolleranza dell’organismo. Finora però questo approccio è stato utilizzato soprattutto nei bambini più grandi, a causa del rischio di reazioni importanti, compreso lo shock anafilattico. Uno studio realizzato dal Karolinska Institutet ha invece valutato l’efficacia del trattamento in bambini molto piccoli, tra uno e tre anni, partendo dal presupposto che il sistema immunitario nelle prime fasi della vita possa essere più adattabile.

Allergia alle arachidi, uno studio svedese apre alla tolleranza precoce nei bambini
Lo studio sui bambini allergici alle arachidi
La sperimentazione ha coinvolto 50 bambini con allergia alle arachidi diagnosticata clinicamente. Il protocollo prevedeva la somministrazione quotidiana di quantità molto basse di proteine di arachide, aumentate gradualmente ogni quattro-sei settimane. Le prime somministrazioni sono state effettuate in ambiente ospedaliero, così da monitorare eventuali reazioni avverse. Una volta raggiunta una buona tolleranza, il trattamento è proseguito a domicilio sotto la supervisione dei genitori. La dose di mantenimento corrispondeva a circa un’arachide e mezza al giorno, pari a 285 milligrammi di proteine. Il trattamento è continuato per tre anni consecutivi. Parallelamente, un gruppo di controllo composto da 25 bambini ha seguito il tradizionale approccio basato sull’evitamento completo dell’alimento.
I risultati dopo tre anni di trattamento
Al termine dello studio, dopo una sospensione temporanea della terapia, l’82% dei bambini trattati riusciva a tollerare senza reazioni gravi una quantità pari a circa tre arachidi e mezzo. Prima dell’interruzione temporanea della terapia la percentuale era salita all’84%. Nel gruppo che non aveva ricevuto immunoterapia, invece, solo il 12% dei bambini aveva raggiunto lo stesso livello di tolleranza.

Allergia alle arachidi, tolleranza aumentata nell’82% dei bambini trattati
Gli effetti collaterali osservati durante il trattamento sono stati generalmente lievi. In alcuni casi sono comparsi piccoli arrossamenti attorno alla bocca o una sensazione di pizzicore alla lingua. L’utilizzo di adrenalina si è reso necessario soltanto in tre episodi durante la fase iniziale di incremento delle dosi. Tra i bambini che hanno completato il protocollo, la maggior parte è riuscita a tollerare dosaggi molto più elevati rispetto all’inizio dello studio.
Perché il trattamento precoce può funzionare
Secondo i ricercatori, i risultati ottenuti potrebbero dipendere da diversi fattori combinati: l’avvio molto precoce della terapia, dosaggi iniziali contenuti, aumenti graduali e una fase di mantenimento costante ma non eccessiva. Un aspetto considerato rilevante riguarda anche la gestione domiciliare del trattamento. Dopo la fase iniziale in ospedale, gran parte delle somministrazioni è stata effettuata direttamente dalle famiglie, semplificando il percorso terapeutico e riducendo la necessità di accessi continui alle strutture sanitarie. Gli specialisti sottolineano comunque che l’immunoterapia orale non deve mai essere iniziata autonomamente. Le prime esposizioni devono avvenire in ambiente controllato e sotto supervisione medica, soprattutto nei bambini con allergie già note.

Una possibile evoluzione nella gestione delle allergie pediatriche
Lo studio del Karolinska Institutet contribuisce ad alimentare il dibattito su un possibile cambio di approccio nella gestione delle allergie alimentari infantili. L’idea di intervenire nei primi anni di vita, quando il sistema immunitario appare più flessibile, potrebbe aprire nuove prospettive terapeutiche per alcune forme allergiche considerate fino a pochi anni fa difficili da trattare. Resta però necessario confermare questi risultati su numeri più ampi e con osservazioni di lungo periodo, così da definire protocolli sempre più sicuri e standardizzati.