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di Francesca Brunati
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«Il cellulare può causare tumori»
Ma l'Istituto di Sanità frena

«Il cellulare può causare tumori» 
Ma l'Istituto di Sanità frena
«Il cellulare può causare tumori» Ma l'Istituto di Sanità frena
Pubblicato il 15 gennaio 2020 | 09:02

Fa discutere la sentenza della Corte d'Appello di Torino, secondo cui l'uso prolungato del telefonino potrebbe favorire l'insorgere di malattie. La replica dell'Iss: «Non ci sono prove scientifiche».

Ci sono «solidi elementi per affermare un ruolo causato tra l’esposizione (…) alle radiofrequenze da telefono cellulare» e il neurinoma del nervo acustico, un tumore benigno al cervello che comporta gradualmente la perdita di udito e di equilibrio. A sostenerlo è la sezione Lavoro della Corte d’Appello di Torino con un provvedimento che riapre la discussione su quanto possa essere o meno dannoso stare a lungo al telefonino. Ci sono studi in corso da vent’anni e l’ultimo rapporto curato, tra gli altri, dall’Istituto Superiore di Sanità, arriva a risultati opposti.

Si riapre il dibattito sull'effetto dei cellulari sulla salute («Il cellulare può causare tumori» Ma l'Istituto di Sanità frena)
Si riapre il dibattito sull'effetto dei cellulari sulla salute

I giudici di secondo grado, infatti, confermando la sentenza del Tribunale di Ivrea del 2017, hanno dato ancora ragione a Roberto Romeo, un dipendente di Telecom Italia colpito da questa forma tumorale per via dell”uso lavorativo”, dalle 3 alle 4 ore al giorno, del telefonino - prima che diventasse consueto l’uso di auricolari o altri dispositivi  - e  hanno disposto nei suoi confronti una rendita vitalizia da malattia professionale che dovrà essere versata dall’Inail.

La sentenza appena depositata - la seconda favorevole a un lavoratore dopo quella pronunciata a Brescia nel 2010 poi confermata in Cassazione due anni dopo - si fonda sugli esiti di una nuova consulenza tecnica d’ufficio firmata dai medici Carolina Marino e Angelo D’Errico. I due esperti nominati nel processo di secondo grado hanno rianalizzato e ristudiato tutto il materiale scientifico e probatorio agli atti del procedimento per arrivare a conclusioni “integralmente” recepite dalla Corte che per tanto ha affermato: «esiste una legge scientifica di copertura che supporta l’affermazione del nesso causale secondo criteri probabilistici» del “‘più probabile che non’”.

Nel caso di specie, si legge nell’atto, «i dati epidemiologici, i risultati delle sperimentazioni sugli animali (non contraddetti, allo stato, da altre sperimentazioni dello stesso tipo), la durata e l’intensità dell’esposizione (…) assumono particolare rilievo considerata l’accertata - a livello scientifico - relazione dose-risposta tra esposizione a radiofrequenze da telefono cellulare e rischio di neurinoma» del nervo acustico, «unitamente alla mancanza di un altro fattore che possa avere cagionato la patologia».

I consulenti d’ufficio ritengono, inoltre, che «buona parte della letteratura scientifica che esclude la cancerogenicità dell’esposizione a radiofrequenze, o che quanto meno sostiene che le ricerche giunte ad opposte conclusioni non possono essere considerate conclusive, versa in posizione di conflitto di interessi, per altro non sempre dichiarati».

Di tutt’altro parere è l’Istituto Superiore di Sanità: l’ipotesi delle toghe (e dei loro consulenti) torinesi non si fonda su alcuna base scientifica e dall’ultimo rapporto (dello scorso agosto) ’Esposizione a radiofrequenzee tumori’ curato in collaborazione con Arpa Piemonte, Enea e Cnr-Irea, emerge che non c’è alcun nesso tra l’uso prolungato dei cellulari - un periodo di 10 anni - e l’incremento del rischio di tumori maligni, come il glioma, o benigni come il meningioma o appunto il neuroma acustico. Tema, questo, su cui sono in corso ricerche da oltre 20 anni, e che al momento non hanno consentito di parlare di un nesso certo ma solo di sospetti mai confermati.

Ci sono «solidi elementi per affermare un ruolo causato tra l’esposizione (…) alle radiofrequenze da telefono cellulare» e il neurinoma del nervo acustico, un tumore benigno al cervello che comporta gradualmente la perdita di udito e di equilibrio. A sostenerlo è la sezione Lavoro della Corte d’Appello di Torino con un provvedimento che riapre la discussione su quanto possa essere o meno dannoso stare a lungo al telefonino. Ci sono studi in corso da vent’anni e l’ultimo rapporto curato, tra gli altri, dall’Istituto Superiore di Sanità, arriva a risultati opposti.

 

I giudici di secondo grado, infatti, confermando la sentenza del Tribunale di Ivrea del 2017, hanno dato ancora ragione a Roberto Romeo, un dipendente di Telecom Italia colpito da questa forma tumorale per via dell”uso lavorativo”, dalle 3 alle 4 ore al giorno, del telefonino - prima che diventasse consueto l’uso di auricolari o altri dispositivi  - e  hanno disposto nei suoi confronti una rendita vitalizia da malattia professionale che dovrà essere versata dall’Inail. 

 

La sentenza appena depositata - la seconda favorevole a un lavoratore dopo quella pronunciata a Brescia nel 2010 poi confermata in Cassazione due anni dopo - si fonda sugli esiti di una nuova consulenza tecnica d’ufficio firmata dai medici Carolina Marino e Angelo D’Errico. I due esperti nominati nel processo di secondo grado hanno rianalizzato e ristudiato tutto il materiale scientifico e probatorio agli atti del procedimento per arrivare a conclusioni “integralmente” recepite dalla Corte che per tanto ha affermato: «esiste una legge scientifica di copertura che supporta l’affermazione del nesso causale secondo criteri probabilistici» del “‘più probabile che non’”. 

 

Nel caso di specie, si legge nell’atto, «i dati epidemiologici, i risultati delle sperimentazioni sugli animali (non contraddetti, allo stato, da altre sperimentazioni dello stesso tipo), la durata e l’intensità dell’esposizione (…) assumono particolare rilievo considerata l’accertata - a livello scientifico - relazione dose-risposta tra esposizione a radiofrequenze da telefono cellulare e rischio di neurinoma» del nervo acustico, «unitamente alla mancanza di un altro fattore che possa avere cagionato la patologia». 

 

I consulenti d’ufficio ritengono, inoltre, che «buona parte della letteratura scientifica che esclude la cancerogenicità dell’esposizione a radiofrequenze, o che quanto meno sostiene che le ricerche giunte ad opposte conclusioni non possono essere considerate conclusive, versa in posizione di conflitto di interessi, per altro non sempre dichiarati».

 

Di tutt’altro parere è l’Istituto Superiore di Sanità: l’ipotesi delle toghe (e dei loro consulenti) torinesi non si fonda su alcuna base scientifica e dall’ultimo rapporto (dello scorso agosto) ’Esposizione a radiofrequenze e tumori’ curato in collaborazione con Arpa Piemonte, Enea e Cnr-Irea, emerge che non c’è alcun nesso tra l’uso prolungato dei cellulari - un periodo di 10 anni - e l’incremento del rischio di tumori maligni, come il glioma, o benigni come il meningioma o appunto il neuroma acustico. Tema, questo, su cui sono in corso ricerche da oltre 20 anni, e che al momento non hanno consentito di parlare di un nesso certo ma solo di sospetti mai confermati.

© Riproduzione riservata

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