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«La qualità dei vini italiani
sarà più forte della Brexit»

«La qualità dei vini italiani 
sarà più forte della Brexit»
«La qualità dei vini italiani sarà più forte della Brexit»
Primo Piano del 11 dicembre 2019 | 18:03

Le esportazioni italiane in Gran Bretagna proseguiranno anche in caso di uscita dall’Unione Europea. Lo sostiene uno studio dell’Istituto del Vino di Qualità Grandi Marchi. Sei inglesi su 10 acquisterebbero ancora i prodotti del Made in Italy anche in caso di un aumento ragionevole dei prezzi.

È la qualità dei nostri vini a far sperare in un ulteriore posizionamento della nostra migliore produzione sul mercato britannico, anche in caso di Brexit e tenendo conto della concorrenza francese. È quanto emerge dallo studio che l'Istituto del Vino di Qualità Grandi Marchi - che rappresenta 19 firme icona del vino italiano - ha commissionato a Wine Monitor di Nomisma, presentato a Roma alla Stampa estera dal presidente dell'Istituto Piero Mastroberardino e dal responsabile di Nomisma Denis Pantini alla presenza di alcuni produttori.

Nel 2019 le bollicine italiane hanno perso quota in Gran Bretagna  («La qualità dei vini italiani sarà più forte della Brexit»)
Nel 2019 le bollicine italiane hanno perso quota in Gran Bretagna

A moderare l'incontro, sul tema "I vini italiani di alta qualità sul mercato UK. Tra Brexit e concorrenza francese", è stato il giornalista Stefano Carboni. È il terzo appuntamento che l'Istituto Grandi Marchi dedica ai Paesi importatori: i precedenti erano stati gli Stati Uniti e la Gemania. Questa ricerca, mirata alla percezione, al posizionamento e alle abitudini di consumo relativi ai fine wines italiani nell'ipotesi di un'uscita definitiva della Gran Bretagna dall’Unione Europea, ha evidenziato come, pur nell'incertezza legata agli effetti post voto, tra i consumatori inglesi di vini top italiani prevalga un atteggiamento positivo grazie all'alta qualità e al brand delle etichette, pur continuando a ritenere al top il prodotto francese.

Vini in degustazione («La qualità dei vini italiani sarà più forte della Brexit»)
Vini in degustazione

Su un campione di 1.000 consumatori abituali di fine wines, il 59% ha dichiarato che continuerebbe ad acquistarli anche in caso di un aumento accettabile del prezzo. Diverso è invece il loro atteggiamento nei confronti del vino made in Italy in generale: a fronte di eventuali rincari, l’11% smetterebbe di acquistarli e un ulteriore 42% continuerebbe a consumarli ma in quantità ridotte o puntando al low cost. I più giovani invece si orienterebbero verso la birra.

La Gran Bretagna rappresenta il nostro terzo mercato dopo Stati Uniti e Germania con un fatturato nel 2018 di 811 milioni di euro, soprattutto sull'onda del successo del Prosecco. Siamo secondi alla Francia, ma nei primi 8 mesi del 2019 abbiamo perso quota sulle bollicine (-9% in valore) recuperando però sui vini fermi, a partire dai piemontesi e dai veneti. Per Mastroberardino lo studio Nomisma conferma che per il 38% degli intervistati l'origine del vino e la notorietà del brand sono ancora criteri di scelta prioritari. «Ciò su cui intendiamo puntare - ha detto - è la crescita ulteriore del loro valore, lavorando in modo mirato e più strutturato su canali strategici che vadano oltre la Gdo, come l’Horeca e il commercio online, dove il pregio e il fascino dei nostri vini possono garantire ampi margini di sviluppo».

Lo studio si è rivolto anche alle dinamiche legate alla ristorazione inglese e all’e-commerce, che per le top label italiane rappresentano due piazze decisive. Basti pensare che analizzando 350 ristoranti, rappresentativi del canale on-trade di Londra, il 63% di essi ha almeno un’etichetta top italiana nella lista dei vini (considerando le sole bottiglie da 0,75 sopra le 50 sterline). Secondo i dati, inoltre, i nostri fine wines rappresentano complessivamente il 16% di tutte le referenze con prezzo superiore a 50 sterline presenti nelle wine list analizzate.

A superarci la Francia, che detiene il 57% sul totale delle bottiglie over 50 sterline presenti. Guardando ai vini italiani nel complesso, il rapporto è del 19% contro il 50% francese. Toscana e Piemonte rientrano nella top 10 dei territori di origine più presenti (rispettivamente al 5° e 7° posto nella classifica dei vini top). Buone performance si registrano inoltre nei principali siti di e-commerce inglese di vini di qualità.

Dalla web analysis effettuata su Lay&Wheeler, Winedirect e Laithwaite’s, l’Italia occupa infatti un buon posizionamento in termini di numero di referenze, soprattutto su Lay&Wheeler dove si contano quasi 700 etichette nazionali. Sul fronte delle tipologie più diffuse, spiccano i rossi (su Lay&Wheeler rappresentano il 92% delle etichette italiane), mentre per quanto riguarda le regioni con maggiore assortimento brillano Toscana e Piemonte (da cui, in media, proviene l’80% delle nostre label). Tornando ai fine wines (oltre 35 sterline la bottiglia), la loro incidenza è pari al 17% su Winedirect, al 20% Laithwaite’s e arriva fino al 58% su Lay&Wheeler. Nonostante quest’ultimo sia il sito con il più ampio assortimento di vini top (italiani e non), è però Winedirect quello a registrare l’incidenza maggiore di fine wines italiani fine: quasi 3 referenze su 10.

«In uno scenario di possibile aumento dei prezzi - dice Denis Pantini - la qualità risulta l’unico fattore in grado di mantenere invariati i consumi. Non è solo una questione di reddito più alto della media a garantire questa fidelizzazione ai nostri fine wines, conta anche l’attitudine all’uso di internet e social media». Inoltre, come ha sottolineato Mastroberardino, il turismo agisce come una sorta di acceleratore: soprattutto per la Toscana e per la Sicilia c'è una forte correlazione tra la conoscenza del vino e quella della destinazione. Infatti, tra i turisti inglesi che sono stati nel nostro Paese, la percentuale di chi beve fine wines italiani passa dal 18% al 34%.

Inoltre per il 41% degli intervistati le degustazioni sarebbero il più utile strumento di conoscenza e promozione dei vini, in particolare nei ristoranti, nei winebar e nei locali. In generale, malgrado ancora oggi la maggioranza degli inglesi preferisca bere vino tra le mura domestiche, si evince infatti un andamento crescente per i consumi di qualità fuori casa specie se si guarda a grandi città come Londra, sempre più in fermento sul fronte dei ristoranti e degli chef di livello. In abbinamento a cibi raffinati ci si aspettano infatti etichette di livello (50% dei consumatori). Infine gli elementi decisivi per le scelte risultano il brand (64% degli intervistati), le caratteristiche organolettiche superiori (62%) e la provenienza da specifici territori altamente vocati (52%).

L’Istituto del Vino Italiano di Qualità Grandi Marchi presieduto dal 2015 da Piero Mastroberardino, comprende 19 tra le più rappresentative aziende del Belpaese: Alois Lageder, Ambrogio e Giovanni Folonari Tenute, Antinori, Argiolas, Col d’Orcia, Ca’ del Bosco, Carpenè Malvolti, Donnafugata, Gaja, Jermann, Lungarotti, Masi, Mastroberardino, Michele Chiarlo, Pio Cesare, Rivera, Tasca d’Almerita, Tenuta San Guido, Umani Ronchi. Una compagine in grado di esprimere un fatturato di 570 milioni di euro e un valore delle vendite all’estero pari al 6% dell’intero export enologico tricolore.

Per informazioni: www.istitutograndimarchi.it

© Riproduzione riservata

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Alberto Lupini


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