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I vignaioli orvietani a Milano «Siamo pronti a ripartire»

di Guido Gabaldi
 
12 aprile 2019 | 12:09

I vignaioli orvietani a Milano «Siamo pronti a ripartire»

di Guido Gabaldi
12 aprile 2019 | 12:09
 

Le storie del vino devono per forza legarsi a qualcosa di concreto, in aggiunta al vitigno o ai vitigni, per non risultare sradicate e astratte.

Le storie del vino devono per forza legarsi a qualcosa di concreto, in aggiunta al vitigno o ai vitigni, per non risultare sradicate e astratte.

Se si parla di Orvieto, il riferimento enologico è scontato, quello storico-geografico  è la magnifica cittadina umbra legata al celebre Duomo policromo, uno degli esempi più luminosi di gotico italiano.

(I vignaioli orvietani a Milano «Siamo pronti a ripartire»)

Volendo passare a volo d’uccello dall’architettura medievale alla storia recentissima, potremmo ad esempio chiederci perché mai l’Orvieto bianco, questo magico blend di uve Procanico, Grechetto ed altre ancora, tipiche dell’Umbria e di Viterbo, abbia avuto il suo momento di mercato migliore negli anni 1970 e 1980, e poi sia velocemente caduto in disgrazia.

(I vignaioli orvietani a Milano «Siamo pronti a ripartire»)

Le cinque cantine Orvietane (Cantina Neri, Tenuta di Salviano, Madonna del Latte, Palazzone, Sergio Mottura), presenti a Milano al Ristorante “Tartufotto” di via Cusani per presentare alla stampa sia la vendemmia 2018 che qualche invecchiamento inaspettato, su un punto sono d’accordo: è mancato il lavoro di comunicazione, oltre che di produzione ad alti livelli qualitativi.  Quando si cerca di piazzare un vino sul mercato giocando al ribasso, e puntando sulla vendita facile a prezzo stracciato,  è fatale che  il consumatore si senta tradito e abbandoni il prodotto, il marchio, il territorio e pure la storia: viene travolto tutto, perché ogni acquisto è una promessa che qualcuno deve pur mantenere.

Entrare nei particolari di quanto sia accaduto ha poco senso, più notiziabile è invece la voglia di ripartire espressa dai vignaioli orvietani, in abbinamento alle pietanze del “Tartufotto”: roast beef con cime di rapa, burrata liquida e pomodorini, e tagliolini con crema di Parmigiano, burro tartufato e tartufo Bianchetto fresco.

Piatti non semplici da abbinare, dunque, che potevano però contare su una selezione di cinque prodotti invecchiati, in un arco di tempo che va dal 2005 fino al 2014, con il compito di mettere in luce le caratteristiche salienti proprie di ogni Orvieto bianco che voglia dirsi tale, e con il giusto orgoglio:  la trama salina anzitutto, e poi quella leggera nota erbacea che affiora o si nasconde tra gli altri aromi, ora più presenti ora più sfuggenti, ma che comunque rappresenta un segno di rispondenza alla vocazione del territorio. Gli altri cinque bianchi, stavolta del 2018, offerti in degustazione all’inizio del pasto hanno dato, più o meno tutti, l’impressione di una giovinezza ben spesa, carica di possibilità inespresse ma comunque valida di per sé:  non è detto che si debba aspettare per forza qualche anno, prima di accostarsi all’Orvieto, dipende solo da quanta fiducia si ha nelle sue  possibilità di evoluzione, nella direzione della complessità; ma pure del bilanciamento tra sensazioni avvolgenti e profonde al palato, e un’ampia gamma di sentori, dagli agrumi fin quasi agli idrocarburi.

(I vignaioli orvietani a Milano «Siamo pronti a ripartire»)

A Milano abbiamo assistito a un grande ritorno, dunque, da parte di Cantina Neri, Tenuta di Salviano, Madonna del Latte, Palazzone, Sergio Mottura, aziende vitivinicole ben decise a scrollarsi di dosso il peso di scelte sbagliate (fatte da altri), per ripartire e promuovere il territorio orvietano e viterbese, ricco di promesse e realtà enologiche che potranno nutrirsi di nuova linfa vitale.

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