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di Giuseppe De Biasi
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Giri di vite
Cronache enologiche dal lockdown

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Cronache enologiche dal lockdown
£$Giri di vite$£ Cronache enologiche dal lockdown
Pubblicato il 10 luglio 2020 | 17:23

Dalle aziende storiche alle realtà emergenti, nei mesi trascorsi a casa le degustazioni di vini si sono dovute trasferire sul web. Ecco una carrellata di alcune delle più interessanti etichette.

Come è noto ormai a tutti gli addetti ai lavori, fra gli effetti collaterali del lockdown si annovera anche il cambiamento delle modalità di degustazione delle novità enologiche che dai luoghi fisici delle anteprime, delle fiere, dei press tour, si sono trasferiti (al momento) ai luoghi virtuali dei collegamenti in videoconferenza, con bottiglie e calici alla mano, alternando tasting… e tastiera. Delle varie sessioni di degustazioni di questi difficili mesi ci piace rendervi partecipi di quelle che ci hanno particolarmente colpito, facendo una non facile sintesi e limitandoci ad una sestina di cantine e ad una singola referenza per ognuna di esse (anche quando le novità presentate erano molteplici). In giro per lo Stivale alternando aziende storiche e realtà emergenti, iniziamo il nostro viaggio da nord a sud partendo dall’Alto Adige.

Abbazia di Novacella
L’Abbazia di Novacella, la splendida abbazia medievale agostiniana in Val d’Isarco, ha presentato la limitatissima tiratura (solo 1.300-1.500 bottiglie per etichetta) della nuova linea “Insolitus”, trittico costituito da “Hora 2019”, Orange-wine di Sylvaner in purezza, “Ohm 2019”, ottenuto da un vitigno resistente come il Bronner e il “Quota 2018”, Pinot Bianco coltivato nei vigneti più settentrionali della regione. Tre bianchi puliti e diretti, secondo il premiato stile della cantina altoatesina, presentati da un habitué e grande conoscitore dei vini altoatesini come il giornalista e docente Alma Pierluigi Gorgoni, affiancato dal direttore marketing Werner Waldboth e dall’enologo Celestino Lucin, ideatore del progetto “Insolitus”.

Quota 2018 e gli altri vini della linea "Insolitus" - Giri di vite Cronache enologiche dal lockdown
Quota 2018 e gli altri vini della linea "Insolitus"

Ci concentriamo sul “Quota 2018”, che prende il nome dai 650 m slm dei vigneti con esposizione sud-ovest dell’alta Val d’Isarco da cui nasce e che ne fanno probabilmente il Pinot bianco più settentrionale prodotto nel nostro Paese. Siamo davvero al limite della linea di coltivazione del vitigno e un paio di decenni fa tutto ciò non sarebbe stato possibile. La differenza risiede nei cambiamenti climatici che hanno provocato l’innalzamento della temperatura media e, particolarmente in aree montane, il conseguente riposizionamento di vigneti e vitigni.



Inoltre il “Quota” è l’unica referenza destinata ad essere replicata nei prossimi anni (e non opere uniche come gli altri due), con ipotesi di aumento delle quantità disponibili, in maniera da esser più facilmente reperibile. Un Pinot bianco di gran classe che affina in barrique, per un terzo nuove e due terzi usate, per 12-14 mesi con costante battonage e malolattica interamente svolta, per fornirgli al palato morbidezza e rotondità gustativa.

Imbottigliato a febbraio 2020 ha un potenziale d’invecchiamento almeno decennale e una grinta che si esprime in polpose note agrumate su una spalla fresco-sapida tesa e esuberante. Un degno rappresentante di quella interpretazione borgognona (affinamento in legno e malolattica svolta) che è diventata una felice dominante del Pinot bianco altoatesino. Elegante ed equilibrato il Quota 2018, commercializzato al prezzo calmierato della linea Praepositus (circa 16 €), rappresenta una scommessa vinta per Celestino Lucin e l’Abbazia di Novacella, bottiglia da lasciare in cantina ancora qualche anno prima di rendergli l’onore di presentarsi in splendida forma a tavola.

Cantina della Volta
Seguendo la A22 verso sud raggiungiamo la bassa modenese e quando, parlando di vino, si cita il cognome Bellei, con una traslazione geografica ci si proietta d’incanto nelle marne gessose dello Champagne anche se ci troviamo in piena Pianura Padana. Quattro generazioni di vignaioli e 100 anni esatti dalla fondazione dell’azienda ad opera dell’avo Francesco Bellei, la passione per le bollicine francesi e i tentativi di applicare il metodo classico ad un vitigno elegante e sottovalutato (fino a qualche anno fa) come il Lambrusco di Sorbara, hanno fatto di Giuseppe e di Christian Bellei, i riconosciuti protagonisti del rinascimento enologico di questo vitigno…in versione millesimata.

Christian Bellei Brut Millesimato 2015 - Giri di vite Cronache enologiche dal lockdown
Christian Bellei Brut Millesimato 2015

Ceduto il marchio Francesco Bellei, bollicine di produzione limitata e grande accuratezza produttiva, alla famiglia Cavicchioli, Christian nel 2010 si è gettato a capofitto nella nuova avventura di Cantina della Volta, sempre a Bomporto. Alternando il nobile vitigno autoctono ai grappoli di Chardonnay e Pinot Nero coltivati a 650 slm su terreni calcareo-marnosi e gessosi sulla straordinaria collina di Riccò di Serramazzoni, dotata di un microclima assimilabile a quello della mitica regione francese, Christian ha dato vita ad una serie di referenze che hanno scalato le guide di settore, come il Trentasei, il Mattaglio Blanc de Blancs, il Lambrusco Brut Rosé e il Christian Bellei Brut Millesimato 2015 di cui vi presentiamo i risultati di una piacevolissima degustazione.

Il lavoro maniacale di Christian, in ogni fase della produzione ha creato questa essenza in purezza di Lambrusco di Sorbara, vinificato in bianco, elegante fin dalla confezione di bottiglia chiara rivestita di una pellicola del vivido colore rosa cerasuolo tipico del Sorbara per proteggerla dalla luce. Il millesimo 2015 nel calice si mostra in un paglierino brillante dal fine perlage con note olfattive agrumate e floreali, di lime, pompelmo, biancospino e renetta e finale di pepe bianco. In bocca è appagante e voluttuoso, con uno nervoso scatto sapido. Solo mosto fiore che fa breve passaggio in barrique per poi riposare 36 mesi sui propri lieviti e offrirsi generosamente agli adepti quanto ai miscredenti della “fede lambrusca” in 25.000 bottiglie al prezzo di circa 20-22 €. Da tutto pasto ma con un tonno in crosta di sesamo è amore a prima vista.

Castello di Montepò
Da una start-up di successo ad una blasonata famiglia del vino italiano. Il nostro breve tour ci porta nella maremma toscana per conoscere, JeT 2019, la nuova creatura del Castello di Montepò di Scansano, la magione di famiglia dei Biondi Santi. Una casata a cui si deve l’invenzione della fama internazionale del Brunello di Montalcino e il brevetto dell’omonimo clone di Sangiovese Grosso, il BBS-11 (sigla che sta appunto per Brunello Biondi Santi, vite n° 11).

Castello di Montepò Rosato Jet 2019 - Giri di vite Cronache enologiche dal lockdown
Castello di Montepò Rosato Jet 2019

L’elegante etichetta assomma le iniziali di Jacopo e del figlio Tancredi e rappresenta il primo progetto di Tancredi da quando è a pieno titolo nella gestione della tenuta maremmana. Due generazioni a confronto, nella non sempre facile coesistenza generazionale, per un rosato dal meraviglioso colore a metà fra i diafani rosé provenzali e i cristallini cerasuoli della Valtènesi di Mattia Vezzola. Il vitigno di partenza non era certo dei più agevoli da declinare in rosé perché il BBB-11 è vitigno di grande personalità, difficile da domare ma per questo ci si è affidati alla perizia di Donato Lanati che oltre alla consulenza su questo esordio rosato sta “scansionando” l’intera tenuta, valutando i vitigni e i cloni più adatti micro-zona per microzona, creano l’atlante dei possibili sviluppi futuri. L’idea dei Biondi Santi è, infatti, di passare in un decennio dagli attuali 50 ettari vitati ai 120, viaggiando alla media di 6-7 ettari nuovi all’anno. Il programma Montepò 2030 prevede l’uscita, presumibilmente nel 2022, di alcuni cru selezionati di Sangiovese Grosso BBS-11, Cabernet Sauvignon e Merlot, sempre sotto la guida di Lanati.

Ma torniamo a questo elegante e moderno rosato di solo BBS-11 vinificato in bianco a bassa temperatura e con un contatto minimo con le bucce. Un vino pensato, come ha sottolineato lo stesso Tancredi nell’appassionata presentazione, per un target giovanile, per quei “millennial” da avvicinare con un prodotto di primo approccio, sorta di entry-level gustativo per accostarsi ai grandi rossi targati Biondi Santi.

Nell’analisi sensoriale all’olfattivo prevalgono i sentori freschi di frutti rossi (lampone e melograno) e soprattutto rosa tea, richiami che il Sangiovese grosso ha anche nella vinificazione in rosso. In bocca la struttura importante, l’insospettabile persistenza e la rinfrescante nota citrica lo rendono perfetto a tutto pasto o come perfetto abbinamento di un primo piatto a base di crostacei. Per ora solo 10.000 bottiglie che in enoteca viaggiano al prezzo “calmierato” (considerate le attenzioni produttive e la qualità) di circa 20 €.

Arnaldo Caprai
Scavallando la dorsale appenninica eccoci in Umbria per parlare dell’inventore del Sagrantino di Montefalco, ovvero Arnaldo Caprai. Ma questa volta non vi suggeriamo le nuove annate dell’iconico “25 anni” o del “Collepiano” o del “Valdimaggio” ma, considerata la stagionalità, un bianco autoctono su cui Marco Caprai si è impegnato da lungo tempo nel recupero e nella valorizzazione. Si tratta del profumato e nobile Grechetto dei Colli Martani, capace di imporsi con il millesimo 2016 del “Grecante" addirittura nella Top100 della prestigiosa rivista “Wine Spectator” oltre ad esser eletto miglior bianco d’Italia (e per un bianco secco in una regione come l’Umbria è un traguardo davvero insperato).

Marco Caprai e il suo Grecante - Giri di vite Cronache enologiche dal lockdown
Marco Caprai e il suo Grecante

Svalicato il trentennale dalla prima annata prodotta, la 1989, il Grecante 2019 si presenta con un brillante giallo paglierino con note di pesca saturnina, melone bianco e mango, con note floreali di biancospino, sambuco e salvia. In bocca la piacevole mineralità gessosa e la nervosa sapidità nettano il palato lasciando spazio nel finale alla nota di mandorla amara tipica del vitigno. Persistenza invidiabile per un bianco che fa solo 3 mesi di acciaio e 3 mesi in bottiglia, capace di rimanere anche un paio di anni in cantina senza perdere incisività gustativa.

Prodotto in 80.000 bottiglie all’ottimo rapporto qualità/prezzo di 12 € è un perfetto calice da aperitivo ma anche, per rimanere su base territoriale, azzeccato abbinamento dei tradizionali strangozzi al ragù bianco oppure ad una sella di coniglio alle erbe aromatiche.

Tenute Rubino
Dal cuore verde d’Italia ad una regione di storica tradizione vinicola come la Puglia presentando una chicca di uno degli innumerevoli vitigni autoctoni che fanno grande l’Enotria. Ci riferiamo al misconosciuto Susumaniello, piccola gemma del brindisino sul quale da anni le Tenute Rubino stanno investendo in maniera costante, con risultati a dir poco eccellenti (cfr. il raffinato e possente riserva “Torre Testa”, il raro brut metodo classico “Sumaré e appunto l’Oltremé, l’entry-level capace di fregiarsi dei 3 bicchieri Gambero Rosso e di uno stupefacente rapporto qualità/prezzo).

Oltremé 2018 - Giri di vite Cronache enologiche dal lockdown
Oltremé 2018

La creatura guidata da Luigi Rubino e dalla forza gentile della moglie Romina è ormai diventata maggiorenne e veleggia sulla scia dei quasi 300 ettari vitati e sulla ragguardevole cifra di 1.200.000 bottiglie prodotte, tutte dedicate alle varietà tipiche del territorio, con il progetto Susumaniello fiore all’occhiello aziendale.

L’Oltremé 2018 è un Brindisi Rosso DOC, 100% Susumaniello, svezzato dai soleggiati vigneti a cordone speronato di Jaddico-Giancòla, poggiati su terreni sabbiosi, con una decisa dominante calcarea, caratteristica che contribuisce ad arrotondarne il gusto del prodotto finale.

Vendemmia manuale nei primi giorni di ottobre, fermentazione in acciaio e malolattica interamente svolta, l’Oltremé affina 10 mesi in acciaio e un paio di mesi in bottiglia prima di essere messo in vendita in 40.000 bottiglie al prezzo di 10 €. Nel calice il suo rosso rubino (ça va sans dir) intenso produce un bouquet di aromi varietali di fragrante frutta rossa come ciliegia, melagrana, lampone, prugna matura, con note di villette, erbe aromatiche, ginepro e pepe bianco. In bocca è avvolgente e rotondo con tannini morbidi che lo rendono di piacevole beva e rinfrescante sapidità. Estremamente versatile negli abbinamenti gastronomici e di decisa persistenza gli si può affiancare le saporite preparazioni a base di verdure della tradizione pugliese oppure un piatto di orecchiette al sugo di “braciola”.

Donnafugata
Chiudiamo la nostra breve carrellata spostandoci in una delle zone più in auge nell’Italia enologica del nuovo millennio, lo straordinario terroir etneo. Area che si sta imponendo nelle guide internazionali per la spiccata mineralità ed eleganza dei propri vini, incentrati sui pregiati autoctoni Nerello Mascalese e Carricante. In quest’ultimi anni si sono moltiplicati gli investimenti di numerose e storiche famiglie del vino italiano, fra le quali Donnafugata che prosegue nella sua accorta espansione territoriale negli angoli più vocati dell’isola.

Fragore 2016 - Giri di vite Cronache enologiche dal lockdown
Fragore 2016

In un costante crescendo di etichette e di continua sperimentazione la tenuta etnea della famiglia Rallo, sotto l’accogliente guida di una vulcanica Marzia Scala, ha aggiunto al rosato "a la page" firmato Dolce e Gabbana la prima annata di produzione del cru Fragore, frutto pregiato dei vigneti poggiati sulla sciara di Montelaguardia, vecchia di quattro secoli. Le eruzioni de “’A Muntagna” (come chiamano in zona, fra rispetto e timore, il nume tutelare che incombe dall’alto dei suoi 3.000 metri) producono colate laviche che col passare degli anni diventano sabbiosi terreni fertili, di grande concentrazione minerale, che ritroviamo nello spessore gustativo dei vini. La composizione dei terreni cambia a seconda delle singole colate creando micro-terroir anche all’interno dello stesso vigneto.

Quest’esordio di Fragore, millesimo 2016, Nerello Mascalese in purezza, Etna Rosso Doc Contrada Montelaguardia, è davvero una vera felice scoperta. Il suo rosso rubino chiaro cela all’olfattivo sentori di frutta rossa, note floreali, balsamiche e speziate (tabacco e noce moscata) con sottofondo di erbe aromatiche e pietra focaia. Al palato colpisce per la naturale eleganza contraddistinta dalla spiccata acidità e mineralità tipica del terroir vulcanico, con notevole persistenza gustativa.

Per produrlo in un numero davvero esiguo di bottiglie al prezzo di 57 € si procede alla raccolta manuale e alle selezione dei grappoli al giusto grado di maturazione, fermentazione in acciaio con macerazione sulle bucce per 10-12 giorni poi affinamento di 14 mesi in barrique (secondo e terzo passaggio) di rovere francese e quasi un anno in bottiglia. Da segnalare, come di consueto, la curata parte grafica con l’illustrazione originale di Stefano Vitale, sempre di grande fascino, che riecheggia ad un moto perpetuo, attirato da gravità invisibili. Aspettando temperature più adatte si può abbinare ad uno stufato di manzo oppure si può sempre optare per la versione meditazione, magari con lo sfondo notturno della magica “muntagna” etnea.

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