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Non solo vino

Il Brunello di Montalcino della Fattoria dei Barbi, alle radici di un successo

L'azienda guidata da Stefano Cinelli Colombini è depositaria della storia dell'intero territorio. Non a caso, nella tenuta trovano posto un museo e la produzione casearia dei cacini. Ma il vino rimane protagonista

di Mariella Morosi
28 settembre 2021 | 13:07

Il Brunello di Montalcino della Fattoria dei Barbi, alle radici di un successo

L'azienda guidata da Stefano Cinelli Colombini è depositaria della storia dell'intero territorio. Non a caso, nella tenuta trovano posto un museo e la produzione casearia dei cacini. Ma il vino rimane protagonista

di Mariella Morosi
28 settembre 2021 | 13:07

Come ha fatto Montalcino, un borgo senese di 6.000 anime a fare del suo Brunello un mito diventando la realtà agricola più ricca del mondo? «È merito della sua gente, di una comunità unita e con un'identità forte in grado di gestire grandi cambiamenti senza perdere del tutto se stesse», scrive Stefano Cinelli Colombini, titolare di Fattoria dei Barbi, storica realtà montalcinese, nel suo libro Brunello, ritratti a memoria. Di nobilissima stirpe ma sempre dalla parte della terra, ha voluto raccontarne una storia che non ha eguali nel mondo del vino, fatta di persone, di famiglie che insieme hanno saputo portare al successo il loro vino gestendo nello stesso tempo una problematica simbiosi con chi è venuto poi a investire.

La Fattoria dei Barbi Il Brunello di Montalcino della Fattoria dei Barbi, alle radici di un successo

La Fattoria dei Barbi

 

Montalcino non è solo vino: il progetto Distretto Agricolo

Eppure Montalcino non è solo vino e questa terra di bellezze toscane tra declivi bordati di cipressi e olivi non rischia di essere colonizzata dai vigneti. «È sempre stata agricola e continua a produrre cereali, soprattutto farro, miele, tartufi e olio - dice Cinelli Colombini - e i vigneti occupano solo il 15,14% del territorio contro il 42,76% delle aree naturali come boschi, fiumi e pascoli, il 37,65% di campi, oliveti e frutteti e il 4,45% di aree urbane e strade. Nei 4.466,34 ettari di vigne domina il sua maestà il Sangiovese con 80,74%, ma ci sono anche varietà diverse come Alicante, Barsaglina, Carmenere, Cesanese d’Affile, Mondeuse, Petit Manseng, Pugnitello, Sanforte, Teroldego, Verdea e Vernaccia di San Gimignano». Come una volta, sopravvivono in ogni azienda attività accessorie e la Fattoria dei Barbi, tra le più antiche e vaste del territorio, ha mantenuto nel tempo la sua connotazione. Non solo, da lui è partito, in accordo con la regione Toscana, il progetto di Distretto Agricolo in grado di potenziare e valorizzare sia l'agroalimentare locale che la sua trasformazione.

Stefano Cinelli Colombini, titolare di Fattoria dei Barbi Il Brunello di Montalcino della Fattoria dei Barbi, alle radici di un successo

Stefano Cinelli Colombini, titolare di Fattoria dei Barbi

 

A maggio 2021, oltre 10 milioni di fascette consegnate

Ma torniamo al Brunello: interessi e capitali freschi non cambieranno questa realtà vitivinicola dal successo planetario? «Non lo permetteremo - spiega Cinelli Colombini, attualmente vice presidente del Consorzio di tutela ma con alle spalle molte altre responsabilità consortili e istituzionali - abbiamo saputo tutelare nel tempo il nostro vino e mantenerlo come è sempre stato: un Sangiovese identitario della sua terra ed espressione della nostra storia». Lo ha fatto con un forte impegno personale anche nel 2008 contro le spinte al cambiamento del disciplinare sulla base di ipotetiche tendenze o interessi di mercato, inevitabili nella scia di un successo troppo grande. La produzione è tutelata: «A maggio - precisa - le fascette per la Docg sono state 10.514.993 contro il record precedente del dicembre 2015 che è stato di 9.917.865, un numero che è circa la media degli ultimi 10 anni. Ma avremmo potuto arrivare a oltre 13 milioni. Inoltre i nostri  viticoltori sono ecologicamente avanzatissimi, perché abbiamo il record italiano, e probabilmente mondiale, di vigneto bio con il 41,25% delle aziende e il 49,85% di tutti quelli a Brunello. Amare questo territorio è più che amare la natura, perchè è fatto dalle mani dell'uomo, è quello che siamo e quello che siamo stati».

 

Fattoria dei Barbi, 325 ettari di vigne e olivi

La proprietà di Stefano Cinelli Colombini si estende su 325 ettari, di cui oltre 86 a vigneto e 8 a oliveto della varietà Frantoio (ma qui si chiama Correggiolo), e poi campi a seminativo e boschi. Ai terreni di Montalcino nel 1997 si aggiunge il secondo polo produttivo dell' Aquilaia dei Barbi a Scansano (Gr), area Morellino, 102 ettari con relativa cantina. In complesso la produzione è di 14 etichette per 700mila bottiglie, cifra variabile a seconda delle annate: si va dai Brunello Docg - anche nella versione Riserva - al Rosso di Montalcino Doc fino a Morellino di Scansano Docg,  Maremma Doc e Igt, tra cui il bianco Vermentino, il Rosso dei Barbi, il Birbone e l’iconico Brusco dei Barbi, per finire con il Vinsanto del Chianti Doc, le grappe e i Chianti e Chianti Classico Docg. Solo nelle migliori annate vengono prodotti il Brunello Riserva e la selezione Brunello Vigna del Fiore da un antico vigneto di 5,7 ettari in cui la vite è coltivata dal 1.500. La sua speciale esposizione e la composizione del suolo conferiscono a questo Brunello eleganza, finezza di profumi e complessità al palato.

 

Un museo per tutta la comunità di Montalcino e del Brunello

Il passato non è mai stato archiviato a Montalcino, nei secoli passati centro mercantile, religioso e culturale sulla strada allora più importante d'Europa, stretta tra la malsana Maremma e l'Appennino, con tanti conventi ospitali e le due Abbazie di Sant'Antimo e dell'Ardenga. E tantomeno lo è alla Fattoria dei Barbi, di una famiglia che ha ricoperto cariche pubbliche a Siena nell'anno mille e che qui è radicata dal 1352. Al borgo e alla sua gente Stefano Cinelli Colombini ha voluto dedicare il Museo della Comunità di Montalcino e del Brunello: 1.000 metri quadrati di esposizione di oggetti degli antichi mestieri, arredi, giochi, attrezzi agricoli e artigiani, fotografie d’epoca, documenti e video.

Il Museo della Comunità di Montalcino e Brunello Il Brunello di Montalcino della Fattoria dei Barbi, alle radici di un successo

Il Museo della Comunità di Montalcino e Brunello

 

Il senso di appartenenza e di solidarietà è espresso anche con la ricostruzione delle attività degli incappucciati della "Misericordia" che soccorrevano e trasportavano con le lettighe i malati per i ripidi sentieri del borgo. Del resto qui già nel 1862 esisteva la società di Mutuo Soccorso e dal 1908 per i poveri era gratuita l'assistenza medica. C'è anche tutta la storia del Brunello e dei suoi protagonisti, dai primati ai riconoscimenti conquistati, ma anche tante curiosità su un vino che già nel 1890 era prodotto da 20 famiglie ancora oggi in gran arte attive. C'erano i Padelletti, i Costanti e tanti altri, ma furono Tancredi Biondi Santi e Giovanni Colombini, il nonno di Stefano, a farlo conoscere, fino a mamma Francesca, la "signora del Brunello" e sua ambasciatrice nel mondo.

Vasta la documentazione su un successo stratificato, tutt'altro che autoreferenziale perché il protagonista è il Brunello di tutti. Per questo la visita si conclude con il “Labirinto" con 200 bottiglie dalle varie cantine. Questo museo nasce nel 2006, 15 anni prima che il Comune e il Consorzio fondassero il recentissimo e multimediale Tempio del Brunello nel Complesso di Sant'Agostino.

La storia continua nel caveau della Fattoria dei Barbi con un immenso palmares di riconoscimenti e oltre 90mila etichette storiche tra le antiche botti e i caratelli di Vinsanto. È un viaggio indietro nel tempo con una doverosa sosta davanti alla prima bottiglia Brunello, datata 1892.

 

Biologico di fatto, innovativo per vocazione

Se la storia di questo casato attraversa le generazioni, lo sguardo è sempre stato rivolto alla ricerca e al futuro, come nella gestione del vigneto, con pratiche consolidate nel tempo nel segno del rispetto per l’ambiente e nell'innovazione. La sostenibilità inizia dalla progettazione delle vigne, dove vengono conservati i grandi alberi, lasciati gli inerbimenti tra i filari e mantenute le pendenze, per favorire lo scorrimento delle acque e ridurre l’erosione dei suoli. Il sistema di allevamento dagli anni '90 è quello di "cordone libero", a più di un metro dal suolo. L'insolazione risulta così perfetta, vengono ridotti il fabbisogno idrico, le sfogliature manuali e la riduzione del carico di uva con un notevole risparmio di costi. Inoltre l'altezza dei tralci contrasta la voracità di cinghiali e caprioli. Dagli anni '60 si fertilizza esclusivamente con concimi organici e da 20 anni si sostituiscono fungicidi, anti-muffa e insetticidi con insetti antagonisti e batteri. L’eliminazione del rame e l’adesione a protocolli di lotta integrata permette di non generare residui, né nel terreno, né in bottiglia.

Le vigne a cordone libero Il Brunello di Montalcino della Fattoria dei Barbi, alle radici di un successo

Le vigne a cordone libero

 

È un biologico di fatto, che non si ha esigenza di certificare, e anche in cantina si lavora più con la fisica che con la chimica, meno invasiva e che non da residui insalubri. Per cui enorme cura dell’igiene, massima meccanizzazione e ampio uso di ghiaccio secco. I vini hanno bassissima solforosa aggiunta, risultano più salubri e vocati alla longevità, secondo la tradizione montalcinese.

 

Spazio anche al recupero dell'attività casearia

Stefano Cinelli Colombini non è solo vignaiolo appassionato e innovativo è anche casaro e molto altro. Ha ripreso una delle attività di famiglia ristrutturando il vecchio caseificio, fondato dal nonno Giovanni, da cui escono pregiati "cacini", le formaggelle affinate nell'orcio di terracotta o tra le foglie di noce o in pasta di olive o pomodoro, ai tartufi o ubriache di vino. Il Cacio dei Barbi già dall'800 era famosissimo in zona e si diceva che fosse merito della qualità del latte ma soprattutto dalle "mani calde" di una certa Rosa, poi coinvolta in una oscura vicenda tra i banditi Bruscone e Baicche. Ma è facile che la realtà si confonda con la leggenda.

 

Alla Taverna dei Barbi la cucina della borghesia montalcinese

Oggi i caci, di latte di pecore brade della Val d'Orcia sono destinati a gourmet, nel punto vendita e al ristorante Taverna dei Barbi, attiva da oltre mezzo secolo, dove lo chef Maurizio Ianniciello - allievo di Angelo Paracucchi e Gualtiero Marchesi - propone non la cucina popolare ma quella "di villa" della borghesia montalcinese con le ricette di mamma Francesca e della nonna Elina a cui è dedicato un libro. Oltre alle carni alla griglia da provare sono piatti come il Paté di fegatini di pollo col Pan co’ Santi, Ricotta con crema di pomodoro, basilico e origano, Salumi con giardiniera, Pecorini dei Barbi con marmellate, Pici all’aglione, Tortelli, Zuppa di pane (più conosciuta come ribollita), Pappardelle al ragù di nana, Guancia di vitello al Brunello, Coniglio in porchetta con spinaci, Ricotta dei Barbi con miele, il Caffè in forchetta e Cantucci.

La sala del ristorante Taverna dei Barbi Il Brunello di Montalcino della Fattoria dei Barbi, alle radici di un successo

La sala del ristorante Taverna dei Barbi

 

Stefano Cinelli Colombini, vignaiolo dal profilo poliedrico

C'è ospitalità, ristorazione, cultura e molto altro e l'accoglienza dei suoi collaboratori - come Raffaella, Daniela, Samuele, Francesco e altri - fa pensare davvero di essere "in famiglia". Nel 1934 qui nacque la prima enoteca d’Italia con soli prodotti aziendali e la cantina fu aperta alle visite nel 1949, prima in Italia, anticipando il fenomeno dell’enoturismo. Fino a oggi sono stati un milione e mezzo i visitatori. Stefano Cinelli Colombini si occupa delle terre di famiglia dal 1981 seguendo, come la  madre prima di lui, e come certamente farà il figlio adolescente Giovanni, già interessato alla gestione, le indicazioni del nonno “contadino, vignaiolo, cantiniere/allevatore di porci, salumiere/avvocato” come recitava il suo biglietto da visita. E non meno ricco sarebbe quello di Stefano, se decidesse di farselo stampare. Appesa la laurea in legge, fino al 1999 dirige la Fattoria del Colle a Trequanda (Si) - oggi proprietà della sorella Donatella - dove realizza un agriturismo da 110 posti letto, restaura la villa, i casali e le vigne a Chianti. È autore in collaborazioni con università italiane e straniere di progetti innovativi, come il cosiddetto "naso elettronico" in grado di identificare i diversi vitigni presenti in un vino e insieme all'Università di Pisa, di un protocollo ad alta tecnologia per produrre vino senza chimica aggiunta. È stato anche editore di giornale al fine di divulgare la cultura locale e ama la scienza, l'arte e la musica. Per i visitatori organizza gite e concerti di musica classica in fattoria sotto una immensa quercia di 500 anni.

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