Al 31 dicembre 2025, nelle cantine italiane giacevano 59,5 milioni di ettolitri di vino - il 4,4% in più rispetto allo stesso momento nel 2024. Aggiungendo mosti e vini nuovi ancora in fermentazione, il totale supera i 70 milioni di ettolitri. È vero però che la vendemmia 2025 si è attestata a 44,3 milioni di ettolitri, sostanzialmente in linea con l'anno precedente eppure più abbondante per alcuni areali importanti del vigneto-Italia. Questi numeri hanno generato un allarme diffuso, facendo emergere come il problema non sia tanto la produzione, quanto il rallentamento delle vendite. Ecco allora che i prezzi dei vini comuni bianchi nelle principali regioni produttrici registrano cali medi superiori al 10% rispetto all'anno passato, e l'export extra-UE è stimato a -7% a fine 2025. Sono i numeri del rapporto Cantina Italia dell'ICQRF - l'ispettorato del Masaf che ogni mese fotografa lo stato delle scorte enoiche del Paese. Eppure dai Consorzi del vino, anche quelli che governano flussi enormi ad ogni stagione, viene un avevrtimento: niente allarmismo, perché dietro quel numero aggregato si nascondono situazioni molto diverse. E spesso il modo in cui il dato viene comunicato produce effetti pericolosi - come la caduta dei valori del vino e, in prospettiva, del prezzo delle uve alla prossima vendemmia - a prescindere dalla vera realtà produttiva.
Il pericolo del dato medio
«Si parla tanto di giacenze, eppure è solo un indicatore che non aggiunge nulla sulla valutazione di un mercato in crisi», osserva Stefano Sequino, direttore del Consorzio di tutela della Doc delle Venezie, che gestisce il più grande sistema interregionale del Pinot Grigio italiano - venti denominazioni su tre regioni, con la Doc Delle Venezie come denominazione "ombrello" e di ricaduta. Sequino è tra i più cauti nel commentare i dati di giacenza, non per negarli ma per contestualizzarli. Il rischio - avverte - è di «comunicare un andamento medio senza tenere conto degli estremi che, in maniera anche anticiclica, rappresentano l'eccezione rispetto al dato generale». Per le cosiddette Doc di ricaduta - denominazioni come quella delle Venezie che ricevono vino riclassificato da denominazioni coesistenti sul territorio - la giacenza si forma in modo strutturalmente diverso dalla semplice somma dell'uva prodotta: «Una quota parte di giacenza proviene dalla riclassificazione in ingresso da denominazioni coesistenti sul territorio interregionale».
Stefano Sequino, direttore del Consorzio di tutela della Doc delle Venezie
D’altra parte il direttore della Doc delle Venezie fa notare come anche l’aumento dei volumi “ricaduti” non sia stato di fatto un problema, perché se a fine 2024 l’imbottigliato totale era di 145mila ettolitri di Pinot Grigio delle Venezie, a fine 2025 era salito a 190mila ettolitri. «Dunque la richiesta sul mercato esiste», chiosa Sequino. C'è poi la questione timing. Il primo semestre 2025 era stato eccezionalmente attivo: i buyer americani avevano anticipato gli acquisti per proteggersi dai dazi annunciati dall'amministrazione Trump. Questo ha gonfiato i dati di vendita nella prima parte dell'anno e li ha compressi nella seconda. Confrontare le giacenze attuali con quelle dello stesso periodo del 2024 - quando il mercato statunitense già tirava - restituisce un quadro distorto. «Si rischia di danneggiare produzioni che magari non hanno problemi. Però l'effetto concreto è una telefonata che dice: ho letto che siete pieni di vino, allora fammi uno sconto». Il dato di produzione nazionale - conclude Sequino - riflette solo una lieve crescita: +1,2% di produzione e +2% di giacenza. «Questa non è certo una patologia», dice per chiarezza.
Un territorio non omogeneo
Guardando alle singole realtà territoriali, il quadro si articola sensibilmente. In Romagna, secondo presidente del Consorzio Roberto Monti, la situazione è «abbastanza nella norma». Non risulta infatti una grossa eccedenza. La regione ha storicamente adottato una strategia pragmatica: nei momenti di eccesso, parte del prodotto viene portata sul mercato senza denominazione, accettando prezzi più bassi pur di preservare il valore commerciale delle Doc nei segmenti in cui è possibile mantenerlo. «O riesci ad avere dei prezzi unitari sul prodotto molto elevati valorizzando la denominazione che porta, oppure rinunci alla denominazione e chiaramente non porti a casa il reddito che avresti voluto». La scelta di non percorrere la strada delle estirpazioni o della distillazione è esplicita, perché «sono argomenti che dal mio punto di vista noi non dobbiamo toccare».
Roberto Monti, presidente del Consorzio vini di Romagna
Più preoccupante il quadro disegnato da Giacomo Savorini, direttore del Consorzio tutela Lambrusco e del Consorzio Igt Tutela Vini Emilia. «Focalizzarsi sulle giacenze, dal mio punto di vista, sarebbe un errore». Ma il senso è opposto a quello di chi minimizza: Savorini vuole parlare delle cause profonde, non del sintomo. «C'è un'eccedenza di produzione in generale con dei segnali di trasformazione strutturale dei consumi. Per un mondo come quello del Lambrusco ci sono segnali mondiali che sicuramente in questo momento non hanno un segno positivo».
Giacomo Savorini, direttore del Consorzio tutela Lambrusco e del Consorzio Igt Tutela Vini Emilia
In Abruzzo, il Consorzio di tutela guidato da Alessandro Nicodemi racconta una storia di equilibrio cercato con strumenti normativi. Le giacenze complessive - fra Doc e Igt - si attestano intorno a 1,2 milioni di ettolitri, «in linea con gli anni precedenti». Da tre anni però il Consorzio applica la legge 238/2016 (art. 39), che consente il blocco volontario di una quota della produzione. «Abbiamo bloccato 30 quintali per ettaro per due anni, per vedere cosa succede sul mercato. Il meccanismo è calibrato sulla base delle fascette erogate e della vendemmia prevista. Se la domanda non dovesse sbloccarsi entro il periodo di blocco, quel vino viene declassato e finisce nel vino da tavola». Naturalmente il Consorzio è concentrato sul valore della Doc, ma Nicodemi è molto lucido sui limiti dell'operazione: «preserviamo il valore della Doc, ma spostiamo il problema da sotto il tavolo a sotto il tappeto. Perché anche il vino declassato rimane sul mercato».
Gli strumenti sul tavolo
Quali sono allora gli strumenti che - secondo i Consorzi - si dovrebbero adottare. Stoccaggio, declassamento, distillazione, estirpazione: sono questi i quattro principali strumenti che il settore ha a disposizione. Ognuno agisce su un fronte diverso, anche se nessuno risolve da solo il problema. Lo stoccaggio - tenere in cantina il prodotto in attesa di condizioni di mercato migliori - ha costi significativi, soprattutto per i mosti. «È sicuro che il prodotto può essere stoccato, ma ha dei costi di conservazione - spiega Stefano Ricagno presidente del Consorzio dell'Asti Docg - eppure le cantine devono avere una via d'uscita. Sennò succede che questi costi qui si cerca di ripagarli scaricandoli sul valore dell'uva della nuova vendemmia». Il rischio, in altre parole, è che il peso dello stoccaggio si trasmetta a ritroso lungo la filiera, abbassando il prezzo corrisposto ai viticoltori nell'annata successiva.
Stefano Ricagno, presidente del Consorzio dell'Asti Docg
Per proteggere la filiera, Ricagno menziona la distillazione. «È uno strumento di emergenza, già attivato con continuità in Francia negli ultimi anni. In Italia è tecnicamente disponibile, ma finora poco utilizzato, ma ora l’opzione è prevista nel nuovo Pacchetto Vino e potrebbe esser applicato in modo accurato per ogni specifica denominazione». L'estirpazione è invece la misura più radicale e strutturale. Bordeaux l'ha adottata su larga scala, mentre in Italia la discussione è aperta. Per Nicodemi è la direzione logica: «vado alla base, elimino proprio una parte della produzione». E il Lambrusco guarda nella stessa direzione: «Prima o poi bisognerà iniziare ad affrontare il tema di non aumentare gli impianti già esistenti, ma probabilmente prevedere delle forme di ristoro per togliere impianti e garantire comunque il reddito alle aziende», osserva Savorini.
Alessadro Nicodemi, presidente del Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo
Meno vino? Una questione strutturale
Al di là degli strumenti tecnici, tutti gli interlocutori convergono su un punto: il calo dei consumi non è un fenomeno passeggero. Unione Italiana Vini (UIV) parla di ritmi di uscita del prodotto in calo del 20% non solo rispetto al boom degli acquisti anticipati di inizio 2024, ma anche rispetto al 2023, anno non distorto da eventi straordinari. La pressione inflattiva, il fenomeno del salutismo, i cambiamenti generazionali nelle abitudini di consumo: sono fattori che agiscono contemporaneamente su mercati diversi. «Non sarà momentaneo, è un trend», afferma Savorini. E l’effetto dei dazi - ricorda Sequino - non si è ancora visto del tutto.