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sabato 11 aprile 2026  | aggiornato alle 07:01 | 118569 articoli pubblicati

Cotarella: «Oggi il vino è sotto attacco. Vinitaly deve riportarlo alle persone»

Riccardo Cotarella, in questa intervista a Italia a Tavola, analizza la fase difficile del vino tra calo dei consumi, giovani lontani e attacco mediatico sul rapporto tra vino e salute. Da Vinitaly all’enoturismo indica una strada: riportare il vino alla sua dimensione culturale e territoriale

di Mauro Taino
Redattore
11 aprile 2026 | 05:00
Cotarella: «Oggi il vino è sotto attacco. Vinitaly deve riportarlo alle persone»
Cotarella: «Oggi il vino è sotto attacco. Vinitaly deve riportarlo alle persone»

Cotarella: «Oggi il vino è sotto attacco. Vinitaly deve riportarlo alle persone»

Riccardo Cotarella, in questa intervista a Italia a Tavola, analizza la fase difficile del vino tra calo dei consumi, giovani lontani e attacco mediatico sul rapporto tra vino e salute. Da Vinitaly all’enoturismo indica una strada: riportare il vino alla sua dimensione culturale e territoriale

di Mauro Taino
Redattore
11 aprile 2026 | 05:00
 

Consumi in calo, giovani sempre più distanti dal vino e una comunicazione pubblica spesso dominata dal tema salute. Alla vigilia di Vinitaly, Riccardo Cotarella - presidente di Assoenologi ed enologo fra i più famosi in Europa - invita il settore a una riflessione profonda: il vino non deve cambiare identità, ma tornare a essere raccontato per quello che è davvero, cioè un prodotto della terra, della cultura e delle relazioni tra le persone.

L’occasione è proprio l’apertura di Vinitaly (in programma dal 12 al 15 aprile a Veronafiere), dove il mondo del vino si prepara a confrontarsi con uno dei momenti più attesi dell’anno tra pressioni di mercato, calo dei consumi e nuove sfide comunicative. In questo scenario, il presidente di Assoenologi rilancia la centralità della manifestazione veronese come spazio di relazione e riflessione.

Intervista a Riccardo Cotarella

Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi ed enologo fra i più famosi in Europa
Che ruolo ha oggi Vinitaly nel sistema vino?

Assume un significato particolare quest’anno perché cade in un momento in cui il vino deve essere un po’ rivisto, non in quanto a qualità, ma esaminato come concetto e come pratica. Siamo in un momento di crisi dei consumi, e questo penalizza molto il settore. I giovani non sono interessati, ma non per colpa loro, bensì per colpa nostra: non abbiamo pensato a far sì che si avvicinassero, senza smettere la nostra passione e il nostro amore per questo prodotto. Tutto è recuperabile, comunque. Il vino ha dimostrato di essere superiore a tutte le crisi che ha dovuto affrontare, anche per errori umani

Il vino non è in crisi di qualità, ma di relazione con il consumatore

Oggi quindi Vinitaly è un momento per fermarsi a riflettere?

Sì, sicuramente è il luogo dove applicare questo concetto. Ci sono produttori, giornalisti, ristoratori, enologi, amministratori: centinaia di degustazioni e incontri. Un tempo sembrava quasi un momento ludico, anche interessante dal punto di vista del mercato. Dobbiamo fare un vino più riflessivo, più attento, senza allarmismi, ma con la consapevolezza che, se non interveniamo noi operatori, aspetteremo troppo a lungo per risolvere questi problemi

Che peso ha oggi Vinitaly nel contesto internazionale rispetto ad altre fiere come ProWein o Parigi?

Se dovessi dare un giudizio su Vinitaly, direi che era l’unico evento con partecipazione ed entusiasmo. Altre manifestazioni, come ProWein, mi sembrano un po’ stanche. Parigi è Parigi, ma non vedo questa grande attrattiva negli ultimi anni. A Parigi ci sono i francesi, a Verona gli italiani: per i nostri vini, Verona resta il contesto più importante

Vinitaly è ancora attrattivo a livello internazionale?

Sì, anche grazie a Vinitaly International, che tocca città come New York e San Francisco, si esporta questa formula. Tuttavia, oggi le aziende devono puntare sul B2B. Al di là della comunicazione, oggi esiste una comunicazione molto forte sui social. In eventi di tre giorni, i contatti non sono mai così profondi come quelli diretti tra produttore e acquirente. Il vino crea relazioni nel tempo, tra produttore e mercato. Si trovano tutti a Verona e questo è importante. Dobbiamo, però, fare un esame di coscienza sulla situazione del vino. Ripeto, non in maniera pessimistica, bensì professionalmente profonda e con la certezza che il vino non morirà mai, a meno che non finisca il mondo

Bisogna riportare il vino nei territori

Che ruolo ha quindi l’enoturismo nelle strategie future?

Dobbiamo usare il grande livello di crescita culturale che ha fatto il consumatore. Oggi il consumatore è una figura ricca di cultura del vino. Sa quello che vuole, vuole spendere i soldi dove vuole lui. Non si fa più influenzare come una volta. È una figura esigente, che vuole toccare con mano. E qual è il modo migliore? Andare nei luoghi di produzione: cantine, vigneti, persone. L’enoturismo permette anche di visitare territori, città d’arte, ristoranti. Il ritorno dell’enoturismo è anche superiore rispetto a un contatto fieristico. Mantiene vivo il rapporto tra gli interlocutori. Inoltre consente al consumatore di capire la filosofia di produzione. Un visitatore diventa un ambasciatore di quell’azienda. C’è anche un aspetto economico: l’enoturismo porta vendite immediate. È un circolo virtuoso

La chiave è quindi riconnettere le persone al territorio?

Sì, bisogna far visitare le aziende. Noi italiani siamo naturalmente portati all’ospitalità. Le nostre cantine sono strutturate in modo professionale. L’accoglienza, la qualità, la passione: tutto questo si racconta. Le cantine oggi sono anche opere d’arte. Chi visita un’azienda porta con sé un’esperienza positiva e diventa un ambasciatore. Tramite l’enoturismo possiamo evitare errori fatti in passato e recuperare valore

Come sciogliere i nodi salute e giovani

Qual è la causa di questo calo dei consumi?

C’è questo dibattito sul tema vino e salute. Non è più “alcol e salute” la contrapposizione, ma proprio “vino e salute”. Oggi si parla molto di vino e salute, ma in modo scorretto e spesso poco professionale. C’è una contrapposizione, quasi come due tifosi: chi dice che il vino fa male e chi dice che fa bene. È un tema da esaminare bene, per capire quali sono le strade per uscirne: sicuramente ci riusciremo. E quando lo faremo - spero il prima possibile e sicuramente quando finiranno queste guerre assurde che toccano l’anima di tutti noi, il vino non si beve quando si è preoccupati, ma quando si sta bene, in pace con se stessi e con il mondo -, ci sarà una ripresa. Dobbiamo educare i giovani, ma il mio concetto è questo: dobbiamo riportare il vino a ciò che è. È un prodotto che ci dà la terra grazie al lavoro dell’uomo. Dobbiamo anche ridimensionare troppi riflettori, troppe esagerazioni, perché rischiamo di dare un’idea sbagliata del vino, come se fosse un prodotto elitario, invece che un prodotto del popolo

Come si possono avvicinare i giovani?

Il vino è cultura, è tradizione, è identità, è bandiera di ogni territorio. Non è una bevanda qualunque. Il vino racconta una stagione, racconta il lavoro, racconta il modo di fare il vino. È come un libro, è come un film che si vede dall’inizio. Si esprime attraverso i sensi. Serve anche educazione: abbiamo proposto un’ora a settimana di educazione all’agricoltura. Oggi i giovani non sanno distinguere una vite da un pero, perché non hanno avuto contatto con questi mondi, con la campagna. Se perdiamo questi valori, perdiamo molto più del vino: perdiamo il rapporto con la terra. Oggi il vino non è più raccontato come dovrebbe essere. I giovani bevono altro, bevande come l’aranciata, la limonata, la Coca Cola, ecc. Ripeto: dobbiamo far capire che il vino è diverso: non è una bevanda qualunque. È qualcosa di più profondo, è cultura, è identità. E questo va raccontato meglio, perché oggi non è stato fatto abbastanza. Sono fiducioso nei giovani, ma dobbiamo raccontare meglio il vino. È un dovere morale

No e low alcol non sono più un tabù

Il vino no e low alcol può essere una risposta al calo dei consumi?

Abbiamo dato un giudizio un po’ troppo improvvisato sui vini dealcolati, perché togliere l’alcol significa togliere una componente fondamentale del vino. Non è solo la sensazione di calore o di morbidezza: l’alcol contribuisce anche a tenere insieme le sensazioni olfattive e gustative. È come togliere qualcosa che dà equilibrio al prodotto, un po’ come togliere una “spina dorsale”. Detto questo, non siamo contrari a priori. Se un’azienda decide di produrre vino dealcolato, deve farlo con professionalità e con l’obiettivo di ottenere il miglior prodotto possibile: non un prodotto “meno cattivo”, ma il più bevibile e corretto possibile. E oggi abbiamo anche le tecnologie per farlo al meglio. In questi anni abbiamo fatto diverse esperienze e ho notato che gli spumanti, grazie alla presenza delle bollicine, riescono a mascherare meglio alcune asperità che emergono quando si toglie l’alcol. Anche alcune varietà aromatiche si prestano meglio, perché mantengono una maggiore ricchezza aromatica rispetto a vitigni più neutri. Quindi, se il mercato lo chiede, dobbiamo affrontare questa strada. In una fase come questa, ignorare il problema sarebbe un atteggiamento masochistico

Come si può affrontare il problema delle giacenze?

Il problema delle giacenze è dentro un contesto più ampio: quello del mercato, dei consumi e della comunicazione. In questo momento, con il calo dei consumi, è logicamente un po’ penalizzante. Dobbiamo cercare di contenere l’elemento più nocivo oggi per il vino, che è questa aggressione smisurata, immotivata e ingiusta che viene fatta al vino. Quello delle giacenze è un tema legato anche alla comunicazione e alla percezione del vino. Non si dà al vino l’immagine corretta, cioè quella di un prodotto che, se consumato con moderazione e consapevolezza, può essere parte della vita delle persone senza essere demonizzato

Gli espianti possono essere una soluzione?

Il tema delle estirpazioni è delicato e, in un certo senso, mette in evidenza una mancanza di visione imprenditoriale. La viticoltura oggi richiede investimenti importanti, spesso frutto di anni di lavoro e sacrifici, e non può essere affrontata con leggerezza. Il problema principale è l’equilibrio tra domanda e offerta: quando questo si rompe, il mercato si scompensa e i prezzi inevitabilmente ne risentono. Per questo, estirpare un vigneto in piena produzione è una scelta che trovo difficile anche sul piano umano, perché significa interrompere un percorso che ha richiesto tempo e risorse significative. I costi per impiantare e portare a regime un vigneto sono elevati e i tempi molto lunghi, quindi ogni decisione va valutata con grande attenzione. Serve maggiore consapevolezza imprenditoriale: prima di impiantare un vigneto bisogna capire a chi si vuole vendere, in quale mercato e con quale prodotto. Solo così si può costruire un progetto solido e sostenibile, evitando scelte che, a posteriori, possono portare a situazioni come le estirpazioni. In sostanza, il vigneto deve essere pensato come un investimento vero e proprio, guidato da una logica di mercato chiara e realistica

Vinitaly resta centrale: il valore insostituibile delle relazioni

In chiusura: perché Vinitaly è ancora indispensabile?

Vinitaly è un momento fondamentale. È come una grande festa del settore. Non è solo un luogo per fare affari, ma per incontrarsi, parlare, creare relazioni. È questo il valore del vino: il contatto umano. Certo, si fanno anche affari, ma non è una semplice fiera commerciale. Il vino è qualcosa di molto più profondo

Cotarella in sintesi

  • Il vino è sotto pressione per il tema salute
  • I giovani sono lontani ma non per colpa loro
  • Il no/low alcohol va affrontato senza pregiudizi
  • Estirpare vigneti è un fallimento di visione imprenditoriale

«Il vino non è solo un prodotto commerciale», è la sintesi di  Cotarella. «È relazione, cultura, territorio. E proprio per questo manifestazioni come Vinitaly restano indispensabili: perché il vino vive prima di tutto nell’incontro tra le persone».

© Riproduzione riservata STAMPA

 
 
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