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venerdì 29 maggio 2026  | aggiornato alle 19:10 | 119527 articoli pubblicati

In Valtellina

Il vino di montagna che a trent’anni mette in crisi molti rossi più famosi

La verticale del Grumello Buon Consiglio di Arpepe all’Osteria del Viandante attraversa sei annate e racconta una Valtellina meno “eroica” e più agricola, fatta di terrazzamenti, famiglia e memoria

 
29 maggio 2026 | 12:43

Il vino di montagna che a trent’anni mette in crisi molti rossi più famosi

La verticale del Grumello Buon Consiglio di Arpepe all’Osteria del Viandante attraversa sei annate e racconta una Valtellina meno “eroica” e più agricola, fatta di terrazzamenti, famiglia e memoria

29 maggio 2026 | 12:43
 

All’Osteria del Viandante di Rubiera, la verticale del Grumello Buon Consiglio di Arpepe attraversa sei annate, dal 2016 al 1995, e porta la Chiavennasca dentro una lettura di famiglia, terrazzamenti, memoria viticola e longevità alpina, con la cucina di Jacopo Malpeli accanto al vino.

Il vino di montagna che a trent’anni mette in crisi molti rossi più famosi

La batteria di Grumello Buon Consiglio dalla 2016 alla 1995

La verticale del Grumello Buon Consiglio di Arpepe, portata all’Osteria del Viandante di Rubiera con annate dalla 2016 alla 1995 e con la cucina di Jacopo Malpeli a fare da controcampo, ha avuto il merito di spostare la Valtellina fuori dalla formula comoda della viticoltura eroica, ormai consumata dall’uso, e di riportarla alla sua materia più seria, fatta di muretti a secco (oltre 2500 km, più o meno un viaggio da Aosta a Palermo, andata e ritorno), successioni familiari, recuperi agricoli e bottiglie capaci di attraversare decenni con una naturalezza che in altri territori avrebbe bisogno di apparati critici e parecchia indulgenza.

Una valle piccola dentro una storia alpina più ampia

Il Buon Consiglio, in una degustazione del genere, più che un’etichetta di prestigio, è una sorta di documento, perché dentro la sua traiettoria si legge una parte decisiva della Valtellina contemporanea, una valle con circa 800 ettari vitati tra Doc e Docg, dunque una superficie piccola rispetto alla fama ormai internazionale dei suoi vini, eppure collocata al centro di una storia commerciale molto più ampia, segnata per secoli dai rapporti con il mondo grigionese, dai passaggi verso il Centro Europa e da una geografia che ha sempre obbligato il vino a misurarsi con la montagna in termini economici, prima ancora che paesaggistici.

Valtellina e Vallese, due scale della stessa montagna

Il confronto con il Vallese svizzero, da sempre alter ego “oltreconfine” della Valtellina, aiuta a capire la sproporzione. Da una parte una grande area alpina, con migliaia di ettari vitati lungo il Rodano e una massa agricola ancora robusta; dall’altra una grande area che procede per terrazze, muretti, particelle e famiglie rimaste a presidiare pezzi di vigna dopo stagioni di frammentazione e arretramento. Il dato numerico, preso da solo, sarebbe povero; inserito nella storia della valle diventa quasi politico, perché mostra quanto sia difficile mantenere valore dove la coltivazione comporta costi umani altissimi, vendemmie manuali, spostamenti complicati e una manutenzione continua del paesaggio.

Il vino di montagna che a trent’anni mette in crisi molti rossi più famosi

da sinistra Mauro Rizzi, Isabella Pellizzatti Perego e Jacopo Malpeli

Pelizzatti Perego, la ricostruzione dopo la frattura

La famiglia Pelizzatti Perego lega il proprio nome alla Valtellina dal 1860, ma il punto decisivo arriva nel Novecento, quando la vecchia azienda Aturo Pelizzatti attraversa una frattura profonda e nel 1973 vengono ceduti marchio e attività. Arturo Pelizzatti Perego riparte negli anni Ottanta da ciò che resta disponibile, dalle vigne rientrate nella sua gestione e da un’idea di Chiavennasca che rifiuta la semplificazione del rosso alpino facile da addomesticare, dando al nuovo marchio il proprio acronimo e trasformando una vicenda familiare complicata in una scelta agricola riconoscibile.

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Arpepe, le annate come memoria di famiglia

Per una cantina come Arpepe, il tempo storico della bottiglia è lo stesso tempo della famiglia, perché le annate conservate, recuperate, rimesse in fila e poi servite in verticale diventano una forma di memoria aziendale, con il padre Arturo sullo sfondo e coni figli Isabella, Emanuele e Guido chiamati a dare continuità a una casa cresciuta attorno alla Chiavennasca, alle sottozone e a una lettura severa della maturazione.

Il Grumello Buon Consiglio appartiene a una delle sottozone più riconoscibili del Valtellina Superiore e viene lavorato con macerazioni lunghe, al bisogno anche oltre i cento giorni nel tino in legno, con passaggi in botte grande che possono arrivare a sessanta mesi e con un’ulteriore attesa in bottiglia. Sono dati tecnici, certo, ma in questo caso servono a spiegare la longevità con strumenti agricoli e cantina, al riparo dalle impressioni generiche che spesso accompagnano i vini vecchi. La buccia della Chiavennasca, ispessita dalle escursioni termiche autunnali, l’acidità, la trama tannica e il lavoro lento sulla materia danno al vino una struttura che negli anni perde peso apparente e acquista dettaglio, lasciando emergere ferro, erbe secche, scorza, radice, sottobosco e quella nota di fieno che nelle annate mature può apparire con grande chiarezza.

Grumello Buon Consiglio, la longevità della Chiavennasca

La verticale di Rubiera andava letta in questa direzione, più che come successione ordinata di millesimi. La 2016 mostrava ancora il lato più giovane e leggibile del Buon Consiglio, con frutto, fiore, spezia e una tensione già ben indirizzata. Le annate centrali, 2007, 2005 e 2001, portavano il vino in una zona più complessa, dove la parte aromatica lasciava spazio a note più scure e asciutte, con un profilo che restava valtellinese nella misura, nella scorrevolezza e nella verticalità del sorso. La 1999 e la 1995 erano le bottiglie più istruttive, perché il colore ormai scarico, il tannino assorbito, l’acidità ancora presente e la materia aromatica passata verso fieno, spezia, terra fredda e radice davano la prova più convincente della tenuta del Grumello quando la cantina lavora su estrazione lenta, botte grande e tempi commerciali distesi.

Il Buon Consiglio, assaggiato lungo più di vent’anni, mostra quanto la Valtellina abbia bisogno di essere raccontata meno attraverso l’aggettivo eroico e più attraverso la sua economia agricola reale, perché la fatica dei terrazzamenti spiega soltanto una parte della storia, mentre il resto passa dalle scelte di cantina, dalla gestione delle annate, dalla tutela delle vecchie bottiglie e dalla capacità di dare valore a vini che al momento dell’uscita possono apparire sottili rispetto ai rossi più immediati e dopo due decenni risultano molto più solidi di tante etichette costruite sulla prestanza. La serata del Viandante, con Malpeli a dare materia e Arpepe a portare la profondità delle annate, ha avuto interesse proprio per questo: ha permesso di guardare il Grumello Buon Consiglio come una forma leggibile di storia valtellinese, dove la longevità del vino deriva da una somma di geografia, famiglia, tecnica e ostinazione agricola.

Via Buon Consiglio, 4 23100 Sondrio
Tel +39 0342 214120

© Riproduzione riservata STAMPA

 
 
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