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mercoledì 11 febbraio 2026  | aggiornato alle 08:35 | 117324 articoli pubblicati

Il turismo italiano va forte. Ma per quanto ancora?

Nel 2025 il turismo ha generato 237,4 miliardi e sostenuto il 13,2% dell’occupazione, confermandosi pilastro dell’economia soprattutto grazie alla spinta della domanda estera, che ha compensato un mercato interno debole. Numeri robusti che però convivono con un sistema fragile, segnato da nodi irrisolti su lavoro, formazione e ristorazione, da cui dipende la tenuta futura del settore

10 febbraio 2026 | 15:26
Il turismo italiano va forte. Ma per quanto ancora?
Il turismo italiano va forte. Ma per quanto ancora?

Il turismo italiano va forte. Ma per quanto ancora?

Nel 2025 il turismo ha generato 237,4 miliardi e sostenuto il 13,2% dell’occupazione, confermandosi pilastro dell’economia soprattutto grazie alla spinta della domanda estera, che ha compensato un mercato interno debole. Numeri robusti che però convivono con un sistema fragile, segnato da nodi irrisolti su lavoro, formazione e ristorazione, da cui dipende la tenuta futura del settore

10 febbraio 2026 | 15:26
 

Nel 2025 il turismo italiano ha generato 237,4 miliardi di euro e ha inciso per il 13,2% sull’occupazione complessiva (+0,2%). Numeri che confermano il peso centrale del settore nell’economia del Paese e che sono stati diffusi da Enit in occasione dell’apertura della Bit a Milano - la Borsa internazionale del turismo, principale appuntamento fieristico italiano dedicato al comparto e punto di incontro tra operatori, istituzioni e mercati esteri. Dati solidi, che raccontano una crescita evidente, ma che non spiegano fino in fondo quanto questo sistema resti dipendente da equilibri strutturali fragili e dai flussi internazionali.

Il turismo ha generato 237,4 miliardi di euro nel 2025
Il turismo ha generato 237,4 miliardi di euro nel 2025

Perché dietro quei numeri c’è sì un Paese che ha lavorato, ha riempito alberghi, musei e aeroporti, ha spinto ristoranti e cantine e ha tenuto in piedi intere filiere locali, ma c’è anche un modello, come detto, che regge soprattutto grazie a fattori esterni. Enit ha indicato un trend di crescita nel prossimo decennio, con stime al 2035 che parlano di un Pil turistico da 282,6 miliardi e di una ricaduta occupazionale fino al 15,7%. Proiezioni ovviamente coerenti con l’andamento recente della domanda, ma che non sciolgono il nodo centrale: la tenuta del turismo italiano dipende sempre più da ciò che arriva da fuori. E per questo è naturale chiedersi se questo equilibrio sia davvero sostenibile nel tempo, alla luce dei citati problemi strutturali che continuano ad attraversare il settore.

Il peso decisivo dei mercati esteri

È giusto ribadirlo senza giri di parole: senza il contributo del turismo estero, il sistema oggi sarebbe in grandissima difficoltà. Nel 2025 i viaggiatori internazionali hanno investito in Italia 60,4 miliardi di euro, una cifra che nelle proiezioni potrebbe avvicinarsi agli 80 miliardi nel prossimo decennio. È questa spesa ad aver evitato un rallentamento più marcato, compensando una domanda interna debole, compressa da inflazione e caro vita, che ha ridotto viaggi e consumi degli italiani.

I flussi esteri hanno poi inciso anche sul posizionamento competitivo del Paese. Nei primi undici mesi del 2025 l’Italia ha infatti registrato 255 milioni di presenze internazionali e 456 milioni complessive, meglio di Francia e Grecia (ma ancora dietro alla Spagna). Numeri che certificano attrattività, ma che mettono anche in luce una dipendenza crescente: il turismo italiano cresce perché piace all’estero, non perché il sistema interno sia diventato più solido.

La fiducia degli operatori e le prospettive a breve termine

Un clima tendenzialmente positivo che si riflette anche nelle vendite. Nel monitoraggio tra tour operator esteri, otto su dieci hanno registrato un aumento delle prenotazioni verso l’Italia, quota che sale a nove su dieci sui mercati d’oltreoceano. Anche l’avvio del 2026 conferma il trend, con il 60% degli operatori che segnala una crescita. «Si tratta di una dinamica che sta trovando riscontri anche in questa prima parte dell’anno, con un trend che registra già un +7% di arrivi negli scali aeroportuali italiani» ha commentato l’ad di Enit, Ivana Jelinic, ricordando come «il nostro patrimonio non sia secondo a nessuno».

L’amministratore delegato di Enit, Ivana Jelinic
L’amministratore delegato di Enit, Ivana Jelinic

Turismo come industria: la sfida del lavoro

Dal punto di vista istituzionale, la ministra del Turismo Daniela Santanchè ha rivendicato i risultati e ha provato a spostare il discorso su un piano strutturale: «Il turismo è in costante crescita e rappresenta un contributo fondamentale all’economia e all’occupazione del nostro Paese. La sfida è trattare il settore come un’industria vera e propria, non solo come un insieme di servizi». E poi la visione di medio periodo: «È essenziale sviluppare una strategia decennale che valorizzi tutto il territorio, a partire dalle aree meno conosciute». Ma è proprio qui che il sistema mostra le sue crepe. Poiché un’industria, per funzionare, ha bisogno prima di tutto di persone, competenze e regole chiare. Ed è su questo terreno che, ricordiamo, si inseriscono gli obiettivi dichiarati da Fiapor Solidus, la federazione che riunisce le principali associazioni professionali dell’ospitalità e della ristorazione, guidata dal neopresidente Valerio Beltrami.

La ministra del Turismo, Daniela Santanchè
La ministra del Turismo, Daniela Santanchè

Perché se il turismo pesa così tanto sul Pil nazionale, il sistema non può continuare a reggersi su un lavoro fragile e spesso poco attrattivo. Da qui una serie di priorità messe nero su bianco: il riconoscimento delle professioni dell’ospitalità, con percorsi definiti e maggiore tutela contrattuale; il tema del lavoro usurante, che nel settore esiste ma viene raramente affrontato; il rafforzamento della formazione pratica negli istituti alberghieri, per ridurre una distanza tra scuola e lavoro che continua a pesare sulle aziende e sui ragazzi; e una gestione dei turni che permetta a chi lavora di avere un equilibrio di vita sostenibile, condizione indispensabile per fermare l’allontanamento dei giovani.

Valerio Beltrami, neopresidente di Fiapor Solidus
Valerio Beltrami, neopresidente di Fiapor Solidus

Tra gli obiettivi dichiarati, poi, c’è anche quello di trovare strumenti concreti per sostenere la formazione, valutando la possibilità di destinare una quota dell’imposta di soggiorno agli istituti alberghieri. Un’idea che nasce da un principio semplice: se i territori beneficiano dei flussi turistici, una parte di quelle risorse dovrebbe tornare a chi forma le professionalità che rendono possibile l’accoglienza. Senza questo passaggio, la crescita rischia di restare numerica e di non tradursi in un miglioramento reale della qualità dell’offerta.

Ristorazione e turismo: un legame evidente, ancora ignorato

Ed è proprio seguendo questa logica - quella di un turismo da trattare come industria, con regole, visione e investimenti coerenti - che il tema dell’enogastronomia diventa centrale. Perché, se si guarda a come viaggiano e scelgono i visitatori, la ristorazione è già turismo nei fatti, anche se non lo è ancora pienamente nelle politiche pubbliche. La tavola continua a essere uno dei principali motivi che portano i turisti a scegliere l’Italia e, soprattutto, a tornarci. Lo ha ricordato con chiarezza anche il presidente di Fipe, Lino Stoppani, proprio su queste pagine: se il cibo è la seconda motivazione di viaggio e la prima di ritorno, allora resta difficile spiegare perché i ristoranti non siano ancora riconosciuti come vere imprese turistiche.

Lino Stoppani, presidente di Fipe
Lino Stoppani, presidente di Fipe

Una mancata equiparazione che pesa in modo concreto sul sistema e che si riflette nell’accesso ai bandi e agli strumenti di finanziamento legati al turismo, da cui la ristorazione resta spesso esclusa. Una contraddizione evidente, soprattutto se si considera il ruolo che bar e ristoranti svolgono nella costruzione dell’esperienza turistica e nell’occupazione. È una domanda che resta aperta e a cui, finora, non è arrivata una risposta chiara da parte del ministero del Turismo. Il 2026, sotto questo profilo, come abbiamo già detto, è quindi un anno decisivo.

Se la tavola è turismo, perché non viene trattata come tale?
Se la tavola è turismo, perché non viene trattata come tale?

Anche perché l’occasione, oggi, è concreta. Il riconoscimento Unesco della cucina italiana come patrimonio dell’Umanità offre una base solida per ripensare in modo più strutturato il rapporto tra turismo, ristorazione e territorio, andando nella stessa direzione indicata sia dalla politica sia dalle rappresentanze professionali. Valorizzare davvero questo legame significherebbe rafforzare l’offerta, sostenere le imprese e migliorare la qualità complessiva dell’esperienza del viaggiatore. Perché il turismo italiano oggi va forte, ma la vera partita si gioca sulla sua capacità di trasformare una crescita sostenuta dai flussi esteri in un sistema più solido, equilibrato e capace di reggere nel tempo.

© Riproduzione riservata STAMPA

 
 
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