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sabato 31 gennaio 2026  | aggiornato alle 15:05 | 117117 articoli pubblicati

Il centenario di Luigi Veronelli: 6 voci raccontano l’uomo che cambiò il vino

Un racconto corale che ricostruisce Veronelli attraverso fatti, incontri e battaglie culturali, mostrando come il suo modo di raccontare vino e cibo abbia trasformato il rapporto tra chi produce e chi consuma. Le testimonianze di Aldo Lorenzoni, Livia Iaccarino, Luigi Cremona, Massimo Spigaroli, Roberto Anselmi e Teresa Severini raccontano un’eredità

31 gennaio 2026 | 10:16
Il centenario di Luigi Veronelli: sei voci raccontano l’uomo che cambiò il vino
Il centenario di Luigi Veronelli: sei voci raccontano l’uomo che cambiò il vino

Il centenario di Luigi Veronelli: 6 voci raccontano l’uomo che cambiò il vino

Un racconto corale che ricostruisce Veronelli attraverso fatti, incontri e battaglie culturali, mostrando come il suo modo di raccontare vino e cibo abbia trasformato il rapporto tra chi produce e chi consuma. Le testimonianze di Aldo Lorenzoni, Livia Iaccarino, Luigi Cremona, Massimo Spigaroli, Roberto Anselmi e Teresa Severini raccontano un’eredità

31 gennaio 2026 | 10:16
 

Il 2 febbraio ricorre il primo centenario della nascita di Luigi Veronelli. Quanto è dolorosa l’amara constatazione che oggi, anche tra gli addetti ai lavori, la grande figura di Gino dice poco o nulla. A ricordarlo in vita, e forse ci si sente perciò un po’ reduci, si è rimasti in pochi. Si era in pochi a fare questo lavoro già 30 e passa anni fa. Negli anni Ottanta non vi era la dovizia delle testate giornalistiche di settore che c’è adesso, internet muoveva i suoi primi balbettanti passi e social media e blog erano di là da venire.

Il Maestro Luigi Veronelli
Il Maestro Luigi Veronelli

Negli anni Ottanta, tra le pochissime testate già in vita allora, da contare sulle dita di una sola mano, ci si fregia di annoverare la nostra testata Italia a Tavola, con redazione e sede principale a Bergamo, la città di elezione del Maestro Veronelli. Quest’anno, sia detto, Italia a Tavola conta 40 anni di ininterrotta attività. Sia detto senza enfasi e senza retorica: siamo stati fortunati nell’aver conosciuto di persona il grande Maestro. A quanti non lo hanno conosciuto, a quanti si sono avvicinati a questo mondo relativamente da poco tempo, vogliamo dire soltanto una semplice cosa: nessuno di noi, né i meno giovani né i giovani, saremmo quel che siamo se non ci fosse stato Gino Veronelli, al quale, hic et nunc, a cento anni dalla sua nascita, rendiamo omaggio.

Il ricordo di Aldo Lorenzoni

A seguire sei testimonianze di quanti hanno conosciuto Gino Veronelli e, nel conoscerlo, lo hanno stimato e ne serbano suadente ricordo. Cominciamo con Aldo Lorenzoni, fondatore dell’Associazione Graspo (Gruppo di ricerca ampelografica per la salvaguardia e preservazione dell’originalità viticola. Qui di seguito la sua testimonianza e il suo ricordo: 

«Non ho conosciuto in modo approfondito Gino Veronelli: ci siamo visti solo poche volte a casa sua o in qualche fiera, scambiandoci impressioni e pareri con il calice sempre in mano. Dopo la sua scomparsa ho seguito con attenzione e interesse lo sviluppo e l’evoluzione delle sue visioni attraverso il Seminario e la Fondazione, ma credo che solo da quando ho cominciato a interessarmi dei vitigni rari italiani fondando l’associazione Graspo sto veramente cogliendo, giorno per giorno, la sua innata curiosità e la sua immensa lungimiranza. Laddove pensiamo di trovare vitigni, storie e personaggi assolutamente originali e spesso fuori schema, ecco che, approfondendo il discorso, scopriamo in ogni angolo d’Italia che Gino c’era già stato e che ne aveva già scritto. Se i profeti sono coloro che, interpretando il presente, indicano la via per un nuovo futuro; i visionari concreti che invitano a cambiare prospettive ed atteggiamenti; i critici illuminati che, come un faro nella notte, indicano il percorso da fare, direi che Gino è stato anche per noi di Graspo un profeta, un battistrada competente e curioso, costantemente assetato di sapere e di capire».

Aldo Lorenzoni, fondatore dell’Associazione Graspo
Aldo Lorenzoni, fondatore dell’Associazione Graspo

Così lo ritroviamo sempre prima di noi a parlare con i contadini custodi di uve e di vino, come quando ormai tanti anni fa il nostro Vendrame Facchin, allora giovane agronomo ed oggi colonna portante di Graspo, lo incontra all’osteria che c’è vicino alla chiesa di Monfumo, sulle colline asolane, in compagnia di Mario Rigoni Stern, il sergente scrittore, impegnati in un dialogo che abbiamo riportato dettagliatamente in una delle nostre recenti pubblicazioni. «Come mai tanto interesse a questi siti così scarni di coltivazioni e dimenticati dal mondo e dai giornali, dove le case dei ricchi “foresti” hanno allontanato il contadino lasciando vaste aree incolte ed abbandonate?» chiedeva Veronelli a Rigoni Stern (autore del libro Il Sergente nella Neve). «Queste sono “mutere da vin”, colline da vino! È un peccato che non vengano riscoperte e valorizzate. Ricordo che molti anni fa l’ingegnere Carpenè di Conegliano, uno dei padri dell’Istituto Enologico di Conegliano, aveva redatto un volume ed una carta dei vini della Provincia di Treviso, rilevando nella zona una cospicua presenza di vitigni legata al tenore di vita dei vignaioli locali», rispondeva il sergente. «Ma quali erano le varietà coltivate allora e perché sono state abbandonate?» incalzava il giornalista.

«Caro Gino, potrei esser più preciso se disponessi del vecchio cartiglio che… chissà dove sarà! Tuttavia ti dirò che nella zona veniva riscontrata la presenza di vitigni bianchi quali la Bianca o Bianchetta, la Rabbiosa, la Verdisa e la Prosecco. Attento però: questa Prosecca si presentava molto diversa da quella coltivata nel Coneglianese e a Valdobbiadene. Per i vini rossi ricordo soprattutto la Rossona, che aveva la prevalenza sulle altre varietà come il Marzemino, il Cruino, la Corbina e la Recandina, il Pignolo, la Bassanese e la Padovana, ed anche il Groppello ed il Velentino. La fillossera ha decimato i vigneti e l’industria ha allontanato i contadini. Così oggi il mio sguardo stanco non incontra più queste viti: sono varietà quasi completamente scomparse, estirpate, un patrimonio di tradizione e di cultura che rischia di sparire per sempre se non si interviene subito sul territorio e presso quei contadini che si sono tramandati da generazioni l’arte della riproduzione delle barbatelle per margotta o talea senza ricorrere al portainnesto e che sono riusciti a salvare qualche ceppo antico. Girando per casade ho appreso da alcuni vecchi agricoltori che qua e là, salvate in mezzo a qualche sparuto filare oppure nascoste tra i boschi ed i rovi dei colli, ci sono alcuni esemplari di queste viti, varietà assolutamente autoctone. Tu cosa consiglieresti, cosa penseresti di poter fare per recuperare queste rarità?».

Uno scatto storico di Luigi Veronelli
Uno scatto storico di Luigi Veronelli

«Andrei alla ricerca dei vecchi vignaioli - rispose Veronelli - e mi inebrierei delle loro tradizioni, che poi mariterei alle moderne tecniche per offrire al mercato un prodotto ben curato e raffinato, un prodotto eccelso dove l’arte enoica dovrebbe arrivare all’apoteosi. Un prodotto così farebbe da leader ad una produzione di più concrete quantità, sempre di buona qualità, con certificato di naturalità e tracciabilità del prodotto che devono offrire una garanzia assoluta della provenienza del vino. Coniugati questi elementi, attenderei ad una sicura soddisfazione economica oltre che a una buona crescita culturale e d’immagine dei nostri vigneti e dei nostri ragazzi che lavorano nei campi. In questo modo tutti potrebbero conoscere, amare e trarre beneficio dalla terra, sia colui che produce che colui che consuma. Non è questa però una ricetta unica ed immediata: è innanzitutto necessario possedere alcune convinzioni, come l’amore per la terra, saperne apprezzare i prodotti e capire che tutti debbono poterne trarre godimento e beneficio. Poi bisogna aver pazienza, saper attendere: un buon contadino è colui che sa attendere ed è sempre vigile. Con questi valori puoi coltivare la vite, l’olivo, gli orti, i prati e gli animali. Tornando al vino, sarà poi importante saperlo riconoscere per le sue qualità e coglierne la peculiare proprietà di ambasciatore del dialogo. Gli istituti di ricerca stanno lavorando e c’è chi lo fa con dedizione e passione encomiabili. Bisogna saperne approfittare. Dove troviamo una terra così bella e così ricca? Dobbiamo affrontare la sfida globale forti delle nostre tradizioni e della nostra cultura: dialogando con il mondo riusciremo a proporre meglio i nostri prodotti proprio perché intrisi di una cultura schietta ed abbelliti del nostro territorio». Quasi una profezia…

Il ricordo di Livia Iaccarino

A seguire, il ricordo e la testimonianza di Livia Iaccarino, titolare, insieme al marito Alfonso, del celebre ristorante Don Alfonso 1890.

«La nostra vita è strettamente intrecciata con quella di Luigi Veronelli. Io conoscevo questa persona solamente dal programma televisivo con Ave Ninchi. In una gelida serata di ottobre, vedo entrare un signore avvolto in un mantello verde militare: era Luigi Veronelli! Sconvolta corsi in cucina da Alfonso e gli annunciai il personaggio, ma mio marito, senza scomporsi, mi disse: "Non preoccuparti, facciamo quello che sappiamo fare". Ritorno al tavolo di Veronelli, il mio viso era rosso fuoco dall’emozione. Lui, compreso il mio disagio, mi disse: "Portatemi quello che volete, io so che per mangiare bene bisogna aspettare!". Si sedette alle 19:30, il ristorante era ancora vuoto, si alzò alle due di notte e venne ad abbracciarci dicendoci: "Siete molto bravi, vi farò diventare famosi, vi aspetto a Bergamo, a Via Sudorno 44, a casa mia…".

Da allora ogni anno, alla chiusura del Don Alfonso, non siamo mai mancati. Trascorrevamo due/tre giorni, ci affidava a Francesco Arrigoni, suo aiutante in cantina, altro grande appassionato, purtroppo morto troppo giovane, e diceva a lui: "Porta e apri i grandi vini, i grandi vini del mondo!". Dopo queste degustazioni ci diceva: "Ora potete andare". Lui ci allenava ed allenava il nostro palato perché i vini, se non li conosci, non li puoi scegliere; a quel tempo per noi sarebbe stato un costo insostenibile comprare quei vini: troppo cari! Ma lui ci ha aiutato a conoscerli e ci ha sorretto in questo percorso di vita. Qualcuno ci ha chiesto: ma lo avete pagato?! Assolutamente no! Una sera, in nostro onore, aprì un grande whisky. Io lo ringraziai e gli dissi: "No, non amo i whisky", ma lui mi disse di assaggiarlo comunque e, quando lo feci, ne rimasi entusiasta. Mi mise affettuosamente una mano sulle spalle e mi disse: "Cara mia, sei solo abituata male, è ovvio che non ami cose cattive".

Livia Iaccarino, titolare, insieme al marito Alfonso, del celebre ristorante Don Alfonso 1890
Livia Iaccarino, titolare, insieme al marito Alfonso, del celebre ristorante Don Alfonso 1890

Con Luigi Veronelli, Francesco Arrigoni, Giacomo Bologna, Maurizio Zanella facevamo scorribande nelle Langhe, in Friuli, senza mai fermarci! Una notte, quando siamo rientrati a casa di Giacomo Bologna, gli uomini - Maurizio, Giacomo e Alfonso - non riuscivano a salire le scale e a trovare la loro camera. Quando poi il giorno dopo siamo andati via, passando per la Valle d’Aosta, dove dovevamo prendere altri vini di piccoli produttori, tra i quali quelli del parroco di Nus (ne abbiamo in cantina ancora qualche bottiglia), Alfonso, a cui girava la testa, lo dovetti portare in farmacia per controllare la pressione: era altissima… dovetti poi farlo ricoverare all’ospedale di Aosta. Giacomo Bologna, quella stessa mattina, diceva di vedere gli elicotteri in testa e doveva partire per la fiera del tartufo, ma Gino Veronelli, imperterrito, partiva per una trasferta internazionale. Questo è l’uomo Luigi Veronelli: ha fatto crescere i vini italiani e il cibo italiano, ha aiutato contadini, vignaioli, produttori, ristoratori. Il suo credo era la terra madre, infatti scriveva articoli: Terra Terra Terra Terra fino all’infinito! Non bisogna mai dimenticare la terra, rispettarla, amarla. Veronelli sapeva valorizzare ogni persona, se seria e appassionata, che incontrava sul suo cammino. Amava il Sud, ne aveva capito le potenzialità e, negli anni ’80/’90, allorquando si cominciava a battagliare per produrre qualità, lui ne era un fiero propugnatore sia per i prodotti delle vigne che per quelli della terra, alla base della corretta alimentazione/dieta mediterranea».

Il ricordo di Luigi Cremona

E qui il ricordo di Luigi Cremona, ingegnere ed importante giornalista enogastronomico.

«Gino Veronelli era un mito dal volto umano. Negli anni Ottanta ho avuto il modo e la fortuna di incrociarlo numerose volte. Ci vedeva purtroppo sempre di meno, ma percepiva perfettamente chi gli era accanto, un po’ come leggeva attraverso il suo straordinario naso la trama del vino. Entrava lui e tutti gli davamo il passo. Non era piaggeria, ma il riconoscimento del migliore. Del protagonista aveva tutto: la presenza fisica, l’atteggiamento, la parola. Scriveva e parlava molto; per chiunque sarebbe stato un ripetersi a vuoto, lui invece era sorprendentemente innovativo. Non solo per le idee, come quella di battersi a spada tratta per i vini dei contadini, ma per il modo con il quale si esprimeva. Esiste la lingua italiana, ma esisteva anche il linguaggio di Veronelli, pieno di circonlocuzioni intriganti e passaggi spiazzanti. Era uno stile unico e inconfondibile.

Ero molto amico a quei tempi di Alessandro Masnaghetti, ambedue ingegneri: lui specializzato nel vino (altro grande assaggiatore puro e maniacale) e io nel cibo. Alessandro stava facendo per Veronelli la prima guida dei vini da dessert, un’opera innovativa ma difficile per la difficoltà di reperire i campioni. Con lui, in un paio di occasioni, mi sono ritrovato a casa del Maestro alle soglie di Bergamo Alta. Vini dolci chiamano i dolci e in quegli anni, fine Ottanta, dedicai del tempo alla pasticceria. Non c’era nessuno che se ne occupava e, per inciso, incontrai Igino Massari, giovane ma già determinato, e con Emilia Chiriotti di Pasticceria Internazionale lo supportammo nella creazione dell’Ampi.

Luigi Cremona, ingegnere ed importante giornalista enogastronomico
Luigi Cremona, ingegnere ed importante giornalista enogastronomico

Un giorno ero alla pasticceria Pina, poco fuori da Bergamo. Gianni Pina era suo nipote (la moglie di Gino era Maria Teresa Pina), un giovane pasticcere in gamba, fu poi tra i primi ad entrare nell’Ampi. Gino, da quel giorno, mi accoppiò sempre ai dolci. Quando mi vedeva diceva a tutti: "Luigi Cremona, gran palato fine, l’unico che ci capisca qualcosa in questo settore". È facile dire che Gino Veronelli ci manca. Un personaggio come lui è irriproducibile: quando scompare è un vuoto immenso quello che lascia dietro. Lascia comunque non solo tanti ricordi, ma un corpus poderoso di scritti che andrebbero raccolti e divulgati. Lascia l’esempio di persona, giornalista e scrittore ribelle, anticonformista, geniale. Dovremmo tutti ancora oggi prenderne spunto».

Il ricordo di Massimo Spigaroli

Proseguiamo con Massimo Spigaroli, titolare insieme al fratello Luciano del Relais Antica Corte Pallavicina.

«Era il 1975 quando a me, diciassettenne fresco di scuola alberghiera, venne proposto di presentare al Circolo della Stampa di Milano il nuovo piatto del Buon Ricordo, un piatto difficile ma rappresentativo della nostra cucina: "Fegato in reticella alla Spigaroli". Mai avrei potuto immaginare ciò che sarebbe successo! Mi trovai in questo fastoso salone, apparecchiato per le grandi occasioni. Quando arrivò il mio turno, fui chiamato a spiegare il mio piatto incalzato da un presentatore zelante. Mi ritrovai al fianco di Luigi Veronelli, Vincenzo Bonassisi, Giorgio Mistretta, Massimo Alberini, Baldassarre Molossi e di Luciano Micconi (mio zio), ma, troppo acerbo, non avevo ancora idea del calibro di quei grandi personaggi. Il presentatore mi tempestava di domande e, a un certo punto, quando mi passò il microfono, non so con che coraggio, presi a parlare con trasporto e iniziai a raccontare la storia del piatto, quella della mia famiglia e del mio territorio: fu un successo.

Massimo Spigaroli, titolare insieme al fratello Luciano del Relais Antica Corte Pallavicina
Massimo Spigaroli, titolare insieme al fratello Luciano del Relais Antica Corte Pallavicina

Luigi Veronelli mi ingaggiò seduta stante per la sua trasmissione "Alle 5 della sera", dove presentai l’"Anguilla dorata", un piatto iconico del nostro ristorante di famiglia (Al Cavallino Bianco), ma dovetti attendere il compimento dei 18 anni (regola Rai: i minorenni non potevano partecipare). Luigi ed io ci sentivamo spesso. Luigi, oltre a essere stato paladino dei produttori di vino (i Vigneron, come li chiamava lui), ha sempre aiutato i piccoli produttori di cose buone. L’ho incontrato qualche anno prima che mancasse proprio per impostare un lavoro in difesa di quei piccoli grandi prodotti: le "Deco" (Denominazioni comunali). È stato per me un maestro di vita, una persona semplice dai grandi saperi e ideali. Grazie Gigi: senza le nostre frequentazioni e i nostri confronti sarei sicuramente diverso».

Il ricordo di Roberto Anselmi

Proseguiamo con Roberto Anselmi, titolare dell’azienda vitivinicola Anselmi, in Monteforte d’Alpone (Vr). Qui il suo pensiero.

Roberto Anselmi, titolare dell’azienda vitivinicola Anselmi
Roberto Anselmi, titolare dell’azienda vitivinicola Anselmi

«Gino è stato per me un grande amico e il più grande filosofo della produzione viticola. "Il peggior vino del viticoltore è più buono del migliore vino del negoziante imbottigliatore": naturalmente ciò è solo una provocazione, ma deve far riflettere. Credo che lo sviluppo qualitativo dei nostri vigneti non sarebbe stato possibile senza di lui, senza le sue intuizioni e senza tutti quei suoi pensieri originali e preziosi per chi sapeva e voleva ascoltarlo. Chi lo ha seguito ha fatto grandi vini e grande viticoltura. Ci lascia un’eredità che non può e non deve essere dimenticata».

Il ricordo di Teresa Severini

Concludiamo con Teresa Severini, Fondazione Lungarotti, titolare insieme alla sorella Chiara Lungarotti della Cantina Lungarotti. Qui a seguire il suo ricordo e la sua testimonianza.

«I miei ricordi di Gino iniziano molti anni fa, a fine anni ’60, e derivano da un rapporto di amicizia con mio padre Giorgio e mia madre. Di lui si scrive: provocatore, caparbio, battagliero, antesignano, visionario. Persino anarchico. E certamente ha impersonato ognuna di queste definizioni, forte della sua intelligenza vivacissima. Ne ho qualche ricordo a Torgiano, in cantina, dove era venuto a conoscere la nostra realtà, capace anche di una umanità sincera, alla mano: ricordo viva un’immagine in cui Gino gioca a briscola con Giorgio e alcuni dipendenti. Ma per me il primo impatto vero è stato una vacanza in famiglia. Più o meno coetanea di sua figlia, mi invitò in casa loro, in montagna. Arrivata in treno a Milano in una giornata che dire nebbiosa era poco, venne a prendermi in stazione con sua figlia Chiara, e proseguimmo poi per Ponte di Legno, dove trascorsi una settimana.

Divenni amica di Chiara, ragazza fantastica di grande personalità, e passai quei giorni accanto a Gino, continuo sollecitatore di pensiero. Ne ero inizialmente intimorita, ma mi spinse quasi subito a considerare aspetti di quel mondo che poi sarebbe diventato in parte anche il mio e che non comprendevano soltanto l’enogastronomia, ma ne affrontavano una visione assai più ampia e profonda: la ricerca di un sentimento del vino. E questo mi colpì molto: posso addirittura dire che ha contribuito alla scelta che molti anni dopo feci iscrivendomi ad Agraria e dedicando la mia vita al vino, tanto scientificamente che culturalmente. Più tardi avrebbe scritto Viaggio sentimentale nell’Italia dei Vini, ma già da allora la sua visione era questa, quasi un eroe risorgimentale nei confronti di una potenzialità di un Paese così ricco di radici da difendere. L’averlo vissuto da vicino, in famiglia, lo considero un privilegio, perché ha certamente contribuito a darmi strumenti di comprensione del vino e della sua cultura. Lo ricordo anche vestito di una lunga cappa nera al Museo del Vino, affascinato egli stesso dalla ricchezza culturale del luogo e delle sue testimonianze, mentre ascoltava i racconti di mia madre.

Severini, titolare insieme alla sorella Chiara Lungarotti della Cantina Lungarotti
Severini, titolare insieme alla sorella Chiara Lungarotti della Cantina Lungarotti

Portatore di un carattere molto forte, riuscì anche a scontrarsi con Giorgio, altro carattere fortissimo, non ricordo nemmeno perché, ma, come tutto col tempo si valuta meglio da lontano, tornò felice a Torgiano anni dopo. E sempre con quel suo fare affascinante, i suoi neologismi, le sue armi colte, poetiche, stimolanti. Giorgio era scomparso da poco, ma ebbe enorme piacere di conoscere la nostra evoluzione soffermandosi su ogni particolare, rivolgendo stima profonda a lui e a mia madre. Oggi che questi mostri sacri non sono più tra noi, gli siamo profondamente grati per aver tracciato il solco dove noi, delle successive generazioni, continuiamo a coltivare l’amore per la conoscenza intorno al vino e alla sua cultura».

Buon compleanno, Gino!

E cosa altro dovremmo, potremmo, vorremmo aggiungere? Nulla, proprio nulla. Con tutto il cuore, con affetto, simpatia e profonda stima: buon compleanno, Gino!

© Riproduzione riservata STAMPA

 
 
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