Niente talent televisivi, tutte urla e montaggio serrato. La finale è andata in scena dentro Monteleone21, la nuova struttura di Masi in Valpolicella, integrata nel paesaggio veneto tra vetrate enormi e luce morbida. Ma le colline delicatamente vitate oltre le sale della competizione non hanno tolto la rigidità della competizione. La Julius Meinl Barista Cup, arrivata alla sua seconda edizione dopo il debutto del 2024, continua a espandersi come piattaforma internazionale per i professionisti del settore. Sedici nazioni coinvolte, una community sempre più ampia e un format che punta sulla valorizzazione concreta del lavoro quotidiano dei baristi. L’impostazione ricordava i vecchi concorsi di mestiere, con un presentatore d’eccezione come Cristiano Tomei, brand ambassador di Julius Meinl. Lo chef ha saputo dosare, chicco per chicco, intrattenimento e adrenalina, in un momento in cui ogni singolo dettaglio pesa più delle chiacchiere: dai gradi del latte a come si sviluppa l’estrazione, fino alla texture della crema e alla pulizia aromatica finale.
Un momento della prova di Stefania Gilardi
«E ogni competizione vede due macchine, le stesse che girano il mondo per arrivare da ogni concorrente, per garantire a tutti di lavorare nelle stesse condizioni» ha spiegato Elena Arpegaro, head of marketing di Julius Meinl Italia. D’altronde, questa competizione nasce sotto il segno di un’azienda che ha fatto della parola “sostenibilità” un marchio di fabbrica: sostenibilità ambientale, ma anche sostenibilità “umana”, etica e standard qualitativi che si riflettono nel lavoro con collaboratori e produttori in più di 70 Paesi nel mondo. «Julius Meinl da oltre 160 anni gira per tutto il globo con l’intenzione di condividere la cultura delle caffetterie viennesi. Anche questa competizione vuole celebrare il talento, la passione e la professionalità dei baristi che ogni giorno diffondono la cultura e i valori del nostro caffè». E osservando il clima della finale italiana a Monteleone21 il dato emergeva chiaro: meno protagonismo individuale, più attenzione reale al mestiere. Intorno alla gara gravitavano partner tecnici di peso come Rancilio, Fiorenzato, Bwt e DaVinci Gourmet. Aziende che rappresentano una parte fondamentale dell’evoluzione contemporanea del bar: macinature calibrate al secondo, acqua trattata al milligrammo, strumenti sofisticati. Eppure, nonostante tutta questa tecnologia, il momento decisivo resta quello più semplice: qualcuno assaggia e capisce se quel caffè ha un’anima oppure no.
Stefania Gilardi, da Lecco a tutta Italia
Stefania Gilardi si è imposta così. Dopo la seconda volta che tentava la vittoria, ha tolto gli effetti teatrali e portato davanti ai giudici una precisione quasi ostinata, figlia di una sensibilità che non si improvvisa in una mattinata. Espresso, cappuccino e signature drink: tre prove distinte con un’unica idea di caffè a fare da filo conduttore. «Volevo trasmettere la passione che metto in questo lavoro, perché in molti pensano che serviamo soltanto un caffè, ma facciamo molto di più, a partire dalla formazione ai sacrifici - ha raccontato Stefania. Studio matto delle estrazioni, latte art, ricerca tecnica continua e un’attenzione ai limiti dell’ossessione per i dettagli». Nel suo approccio, però, resta una componente umana forte, meno ingessata rispetto a certa retorica specialty che negli ultimi anni ha reso il caffè un territorio quasi intimidatorio, persino respingente per i non addetti ai lavori.
Un’istantanea della premiazione di Stefania Gilardi
«Dietro al banco del Whisky&Soda (di Lecco, ndr) cerchiamo un obiettivo più semplice: far stare bene chi beve, prima ancora di volerlo sbalordire a tutti i costi». E oltre a sbalordire, Stefania sta già guardando avanti. Il prossimo 4 settembre la barista volerà a Vienna per la finalissima internazionale, dove si troverà a rappresentare l’Italia contro i migliori professionisti selezionati in altri 15 Paesi. Eppure, il punto interessante di questa vittoria sta altrove. Sta nel modo in cui Stefania racconta la tazzina senza trasformarla in un freddo esercizio di stile. Appartiene a quella generazione di banconisti che ha smesso di considerare il bar come un semplice luogo di passaggio o di lavoro meccanico: qui ogni estrazione diventa un linguaggio e ogni ingrediente una scelta che deve filare.
Oltre la retorica dello specialty: la precisione del gesto
Al centro della sfida c’era la miscela Gloriette Gold, linea The Originals Bio Fairtrade di Julius Meinl. Un blend che ha già messo d’accordo gli esperti, incassando nel 2025 le due stelle al Superior Taste Award di Bruxelles e i “Due Macinini” nella Guida del Gambero Rosso 2026. Parliamo di un caffè elegante, d’accordo, ma con un profilo aromatico abbastanza ampio da permettere ai concorrenti di interpretarlo senza rischiare di snaturarlo. Ed è proprio in queste pieghe che Stefania Gilardi ha svoltato la gara, specialmente durante la prova del signature drink. Il cocktail di Stefania, ad esempio, battezzato “Between Sips”, è stato il passaggio chiave dell’intera prova. Un drink costruito attorno al caffè filtro, capace di saltare da un registro aromatico all’altro senza creare confusione sul palato. La ricetta mette insieme 5 cl di caffè filtro raffreddato, 3 cl di Whisky Platte Valley, 1,5 cl di Bitter Fusetti al cacao, 1,5 cl di sciroppo Toffee Nut DaVinci, 0,75 cl di spremuta d’arancia, tre gocce di soluzione salina al 2% e un cucchiaio di meringhe come guarnizione.
Il “Between Sips” di Stefania Gilardi
Sulla carta una combinazione simile potrebbe sembrare un azzardo fin troppo elaborato; dal vivo, invece, ha funzionato perché ogni elemento entra in scena senza pestare i piedi agli altri. Dopo un dry shake iniziale e una successiva shakerata con ghiaccio, il cocktail è stato servito in un tumbler basso. Il caffè filtro resta il protagonista assoluto della bevuta. Il whisky accompagna il sorso con note morbide e leggermente boisé, mentre l’arancia alleggerisce la parte più scura e tiene tutto in tensione. La tecnica conta, ed è ovvio, ma in gare di questo livello vince quasi sempre chi riesce a dare una direzione precisa alla propria idea di tazzina. Stefania Gilardi lo ha fatto evitando sovrastrutture narrative, affidandosi a un racconto essenziale, pulito e diretto. Questo è uno degli aspetti che hanno convinto la giuria composta da esperti del settore secondo gli standard della Specialty Coffee Association.
Verso Vienna (andando a toccare la terra)
Vienna rappresenterà molto più di una finale. La città di Julius Meinl continua a custodire un’idea quasi romantica del caffè europeo: tavolini lenti, ritualità e giornali sfogliati accanto a una tazza fumante. Un universo distante dalla velocità compulsiva con cui consumiamo oggi qualsiasi cosa. La finale internazionale assegnerà anche premi dedicati alle singole categorie e offrirà ai vincitori assoluti un viaggio in Uganda, uno dei grandi Paesi produttori, per conoscere da vicino la filiera e le pratiche agricole sostenibili. Un ritorno alla terra che, in un settore sempre più estetizzato, assume un valore quasi simbolico.
Nel frattempo, a Lecco, il Whisky&Soda si gode l’attenzione di queste ore. Perché dietro il successo di Stefania si intravede il racconto di una provincia italiana che continua a produrre professionisti capaci di dialogare con il panorama internazionale senza perdere un briciolo di autenticità. Nessuna costruzione artificiale da star system, nessun personaggio creato a tavolino. Solo studio, ripetizione, sensibilità e quella strana ossessione per i dettagli che accomuna tutti i grandi professionisti del cibo e del bere.