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sabato 18 aprile 2026  | aggiornato alle 21:06 | 118704 articoli pubblicati

Negli Stati Uniti c'è una battaglia tra salute pubblica, povertà e accesso al cibo

Negli Stati Uniti il cibo diventa una questione politica centrale. Le nuove restrizioni sui food stamps (Snap), il programma che sostiene circa 40 milioni di persone, riaccendono il dibattito . Tra nuove linee guida alimentari, obesità diffusa e il caso del “pasto da 3 dollari”, emerge una frattura sociale profonda legata a disuguaglianza alimentare e costo del cibo sano

18 aprile 2026 | 18:58
Negli Stati Uniti c'è una battaglia tra salute pubblica, povertà e accesso al cibo
Negli Stati Uniti c'è una battaglia tra salute pubblica, povertà e accesso al cibo

Negli Stati Uniti c'è una battaglia tra salute pubblica, povertà e accesso al cibo

Negli Stati Uniti il cibo diventa una questione politica centrale. Le nuove restrizioni sui food stamps (Snap), il programma che sostiene circa 40 milioni di persone, riaccendono il dibattito . Tra nuove linee guida alimentari, obesità diffusa e il caso del “pasto da 3 dollari”, emerge una frattura sociale profonda legata a disuguaglianza alimentare e costo del cibo sano

18 aprile 2026 | 18:58
 

Negli Stati Uniti il cibo è diventato il nuovo terreno di scontro politico e sociale. Dalle restrizioni sull’uso dei food stamps - il programma federale Snap che sostiene circa 40 milioni di americani per l’acquisto di generi alimentari di base - fino alle nuove regole introdotte in Stati come Texas, Florida, Indiana e Iowa, che limitano bibite zuccherate, energy drink e prodotti ultraprocessati, il tema dell’alimentazione entra sempre più nelle politiche pubbliche. Al centro c’è il programma Make America Healthy Again, sostenuto dall’amministrazione Trump e dal Dipartimento della Salute guidato da Robert F. Kennedy Jr., che punta a ridurre obesità e malattie metaboliche. Dopo la presentazione della nuova piramide alimentare, il dibattito si è acceso nuovamente a seguito della dichiarazione della segretaria all’Agricoltura Brooke Rollins sul presunto “pasto da 3 dollari”, considerato possibile anche all’interno di una dieta sana, mentre i dati sui prezzi dei prodotti alimentari raccontano un’altra realtà. Sullo sfondo, le nuove linee guida nutrizionali e la “piramide alimentare capovolta” cercano di spostare il modello verso una dieta più vicina a quella mediterranea, ma si scontrano con il problema dell'obesità e  con l’accesso al cibo fresco che resta profondamente diseguale.

Snap e food stamps: cosa sta cambiando davvero

Il punto di partenza del dibattito è il programma Snap, il principale sistema di assistenza alimentare federale degli Stati Uniti, conosciuto storicamente come “food stamps”. Oggi sostiene circa 40 milioni di persone, attraverso una carta elettronica ricaricata mensilmente che può essere utilizzata nei supermercati per acquistare generi alimentari. Per milioni di famiglie a basso reddito rappresenta non un’integrazione marginale, ma la base concreta su cui costruire la spesa alimentare quotidiana. Negli ultimi mesi, però, il funzionamento del programma sta cambiando in alcuni Stati: Texas, Florida, Indiana e Iowa hanno avviato o proposto restrizioni che limitano l’acquisto di bibite zuccherate, energy drink, dolci e parte dei prodotti ultraprocessati. In alcuni casi si sta discutendo anche di criteri nutrizionali più stringenti per definire cosa possa essere acquistato con i fondi pubblici. Di fatto, lo Snap non è più solo uno strumento di sostegno al reddito, ma sta assumendo anche una funzione di indirizzo alimentare, intervenendo direttamente sulle scelte di consumo dei beneficiari. È questo spostamento - dal supporto economico alla regolazione delle abitudini alimentari - a rendere il programma uno dei punti più controversi del nuovo dibattito politico sul cibo negli Stati Uniti.

SNAP: il welfare dentro il supermercato

Il programma SNAP raggiunge circa 40 milioni di persone negli Stati Uniti.

I benefici vengono caricati su una carta elettronica utilizzabile nei supermercati autorizzati. Ma il sistema non cambia la struttura del mercato alimentare: si limita a inserirsi dentro di esso.

Chi riceve il sussidio si trova così davanti alle stesse dinamiche di tutti gli altri consumatori, ma con margini più ristretti:

  • cibo sano più costoso
  • cibo ultraprocessato più economico
  • forte dipendenza dal contesto geografico

È su questo terreno che si inseriscono le nuove restrizioni: non solo assistenza economica, ma anche regolazione delle scelte di consumo.

Le misure rientrano nel programma federale Make America Healthy Again, sostenuto dall’amministrazione Trump e dal Dipartimento della Salute guidato da Robert F. Kennedy Jr., con l’obiettivo dichiarato di ridurre obesità, diabete e malattie metaboliche. Ma la discussione si è rapidamente spostata. Non è più soltanto una questione di salute pubblica. È una domanda politica di fondo: chi decide cosa può mangiare chi riceve un aiuto pubblico? Da una parte i promotori sostengono che i soldi dei contribuenti non debbano finire per finanziare abitudini alimentari considerate alla base dell’obesità infantile e delle malattie croniche. Dall’altra, sociologi e nutrizionisti parlano apertamente di una misura che rischia di trasformarsi in stigma sociale, perché colpisce proprio le fasce più fragili della popolazione senza intervenire sulle cause strutturali del problema. Il nodo, secondo queste critiche, resta invariato: negli Stati Uniti il cibo fresco è spesso più costoso e meno accessibile, mentre quello ultraprocessato è economico, diffuso e facilmente reperibile, soprattutto nei quartieri a basso reddito. In questo squilibrio di prezzo e disponibilità, sostengono alcuni, si forma la vera “dieta obbligata” di milioni di persone.

La nuova piramide alimentare americana

Le nuove linee guida alimentari statunitensi 2025–2030 hanno ridisegnato anche la rappresentazione simbolica della dieta, riformulando la tradizionale piramide in una versione “capovolta” che segna un cambio di impostazione rispetto al passato. Il modello si basa sull’idea di riportare al centro il «cibo vero», riducendo in modo significativo il peso degli alimenti ultraprocessati e rafforzando la qualità complessiva dell’alimentazione quotidiana. Non si tratta di una rottura totale con il passato, ma di una riorganizzazione delle priorità: frutta e verdura restano elementi fondamentali della dieta di base, mentre aumenta il ruolo delle proteine, considerate centrali in ogni pasto. Parallelamente si riduce lo spazio dei carboidrati raffinati e dei prodotti industriali, mentre i grassi non vengono più esclusi in blocco, ma valutati in base alla loro qualità. Ma questo impianto teorico si innesta su una realtà sanitaria già compromessa. Negli Stati Uniti il problema dell’obesità non è marginale né episodico. Secondo i dati del Dipartimento della Salute, oltre il 70% degli adulti è in sovrappeso o obeso, quasi un adolescente su tre presenta condizioni di prediabete e circa il 90% della spesa sanitaria è assorbita dalla gestione delle malattie croniche, in larga parte correlate all’alimentazione e allo stile di vita.

Negli Stati Uniti c'è una battaglia tra salute pubblica, povertà e accesso al cibo

La nuova piramide alimentare americana

Il “pasto da 3 dollari” e lo scontro con la realtà

A innescare una delle polemiche più forti è stata anche la dichiarazione della segretaria all’Agricoltura Brooke Rollins: secondo lei sarebbe possibile preparare un pasto sano e completo con circa 3 dollari. «Un pezzo di pollo, una tortilla di mais e un altro ingrediente», ha spiegato. In poche ore la frase è diventata virale negli Stati Uniti e ha aperto un fronte critico molto ampio, perché si scontra con la percezione - e in molti casi con i dati - del costo reale del cibo. Secondo rilevazioni riportate dal New York Times, il pollo costa in media circa 4 dollari per libbra (mezzo chilo), il pane circa 2 dollari, mentre latticini e derivati oscillano tra 4 e 6 dollari a seconda della zona geografica. Tre dollari, in molti contesti, non bastano. O bastano solo a condizioni molto limitate.

Il punto critico è che questa emergenza sanitaria non si distribuisce in modo uniforme, ma segue le linee della disuguaglianza economica. Le fasce più povere della popolazione sono anche quelle più esposte a diete squilibrate, basate su prodotti ultraprocessati ad alta densità calorica e basso costo. È qui che il sistema Snap entra in modo diretto nel dibattito: per milioni di americani, i sussidi alimentari non si confrontano con una scelta teorica tra alimenti sani e non sani, ma con un vincolo concreto di prezzo e accessibilità. l risultato è un paradosso strutturale: proprio le politiche pensate per ridurre l’insicurezza alimentare finiscono per interagire con un mercato in cui il cibo meno sano è spesso anche il più economico e disponibile.

Negli Stati Uniti c'è una battaglia tra salute pubblica, povertà e accesso al cibo

La nutrizionista Francesca Marino

Il nodo reale del cibo negli Usa tra industrializzazione e accesso

Francesca Marino (biologa nutrizionista, esperta e docente universitaria di Educazione alimentare e nutrizione) sposta il centro del problema dalla teoria alla realtà quotidiana. «Il vero banco di prova resta l’accesso reale al cibo sano. Negli Stati Uniti la possibilità di seguire una dieta equilibrata non è distribuita in modo uniforme e dipende da fattori geografici, economici e sociali.» Il punto non è la conoscenza nutrizionale, ma la possibilità concreta di applicarla: «Frutta e verdura fresca non sono sempre facilmente reperibili, soprattutto in alcune aree urbane periferiche e nelle zone rurali. E quando ci sono, il prezzo diventa decisivo.» Il risultato è una disuguaglianza alimentare strutturale: non tutti hanno accesso alle stesse scelte, anche se le linee guida sono identiche.

Negli Stati Uniti c'è una battaglia tra salute pubblica, povertà e accesso al cibo

Il nutrizionista Domenicantonio Galatà

Secondo il nutrizionista Domenicantonio Galatà (presidente dell’Associazione italiana nutrizionisti in cucina), «negli Stati Uniti il sistema ha già spinto il cibo in una logica industriale estrema». Un'opinione condivisa anche da Giorgio Calabrese, medico nutrizionista e presidente del Cnsa, il Comitato nazionale per la sicurezza alimentare, del Ministero della Salute: «Il concetto americano è sempre più industriale, perché non hanno una dieta unica: è un Paese che ha dato spazio a tutte le culture del mondo. Non esiste una cucina americana, ma un insieme di tradizioni diverse

Negli Stati Uniti c'è una battaglia tra salute pubblica, povertà e accesso al cibo

Il medico Giorgio Calabrese

Negli Stati Uniti, spiega, non esiste una cucina nazionale unitaria, ma una somma di culture che nel tempo sono state standardizzate dall’industria alimentare. Ll’industria può fare del bene o del male. Se l’industria è attenta a quelli che sono i meccanismi della regolarità, allora il cibo diventa più fruibile e nel contempo anche a più basso costo, perché essendo più usufruibile se ne può produrre di più e quindi si può guadagnare di più, abbassando il prezzo. Al ontempo può anche, al contrario, pur di risparmiare o far risparmiare se stessa o guadagnare di più senza lavorare sulla qualità, diventare più pericolosa per la salute. Ed è quello che poi è successo negli ultimi quarant’anni in America».

© Riproduzione riservata STAMPA

 
 
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