Non sediamo al tavolo della mafia Ecco come può sfruttare il virus

A gennaio in Italia oltre 5mila ristoranti, con 25 miliardi di giro d'affari, erano sotto il controllo della criminalità che inquinava il mercato: con la crisi da Coronavirus potrebbe crescere . Se ai locali noin arriveranno risorse in fretta la mafia li può condizionare con l'usura o può comprarli a poco. È allarme internazionale

08 aprile 2020 | 16:10
di Alberto Lupini
5mila locali ed almeno 25 miliari di giro d’affari, avanti Coronavirus. Ma a quanto sommerà questa realtà nel dopo Coronavirus? Il dato di partenza è la stima a gennaio, sicuramente in difetto, della presenza diretta della mafia nella ristorazione italiana. Una realtà già allora vergognosa e insopportabile, che ora potrebbe però crescere enormemente vista la crisi in atto. Una situazione decisamente pericolosa, che si aggiunge alle estorsioni e ai ricatti da sempre presenti, e da tempo denunciata da Fipe e Coldiretti che, inascoltate, avevano lanciato più di un allarme rosso a proposito dell’agromafia. Parliamo di un’infiltrazione criminale che, sia pure marginale rispetto ad un comparto di circa 300mila aziende, creava distorsioni sul mercato per reputazione e concorrenza sleale. Ma che ora potrebbe ulteriormente condizionare tutti. Non dimentichiamo infatti che l’obiettivo dei locali “mafiosi” (spesso all’apparenza più che rispettabili) non è mai stato il servizio alla clientela o l’equilibrio della gestione, ma solo un mezzo per riciclare denaro sporco e dare copertura ad incontri “ingombranti”.



Se l’inquinamento del mondo della ristorazione era pericoloso prima della pandemia, di fatto lo diventerà ancora di più man mano che passano i giorni di chiusura e si teme che almeno un ristorante o un bar su dieci non riaprirà e, quel che è peggio, molti locali potrebbe arrivare alla ripresa con l’acqua alla gola, oberati da debiti e coi fornitori, coi proprietari dei locali. Ed è in questo momento che fra usura, estorsioni o pagamenti cash la criminalità potrebbe conquistare nuovi esercizi pubblici. Già perché non è che i 400 miliardi di liquidità annunciati dal Governo arriveranno velocemente. E le piccole e medie imprese, come ha denunciato la Fipe, fra burocrazia e sclerosi delle banche (lente di natura e oggi più che mai ingessate dall’assenza di personale in ferie o casa…), saranno le ultime a poterne beneficiare. Anche perchè sono spesso sottocapitalizzate e quindi debolissime.

Ai mafiosi riesce invece sempre benissimo di arrivare per tempo e per primi ai soldi pubblici (vedi tutti gli scandali nelle varie emergenze nazionali, dai terremoti alle inondazioni), vista la connivenza con pezzi della politica, della burocrazia e di alcune banche.

In condizioni normali si dovrebbe controllare il territorio e monitorare il turn over (ogni 3 anni cambiano i gestori nel 25% degli esercizi pubblici), avere modelli gestionali di controllo che evidenzino anomalie, così da intervenire proteggendo i veri imprenditori del settore. Ma oggi che si può fare? Nel momento in cui il Governo (anche su pressione demagogica delle opposizioni) sembra voler dare soldi a tutti, come limitare che questi arrivino ai padrini o ai capi bastone? Del famoso “distanziamento sociale” di cui tanto si parla si dovrebbe applicare anche la versione rivolta ai criminali: nessuna contaminazione col mondo del turismo e dell’accoglienza. Fra i tanti appelli e manifesti che sigle più o meno improvvisate lanciano in questi giorni, purtroppo nessuno indica questa priorità per la ristorazione, salvo Fipe e Coldiretti. Ad altri sembra che interessi solo di salvare qualche modello aziendale che era già fallimentare prima della crisi...Come Italia a Tavola vogliamo invece salvare un sistema,. fatto soprattutto di piccole e medie imprese, e la prima cosa da fare è metterle nella condizione di non soccombere agli avvoltoi.

L’allarme della Polizia
Per fortuna sembra che la questione sia ben presente al Capo della polizia, Franco Gabrielli secondo il quale ci sono analisti ben pagati delle organizzazioni mafiose che sono già al lavoro per individuare le grandi occasioni di profitto conseguenti all'emergenza Covid19. L’allarme lo ha lanciato con un documento riservato inviato ai 194 Paesi del mondo che fanno parte di Interpol e che contiene una prima valutazione dell'impatto della pandemia sui compiti di polizia e sull'evolversi della criminalità.

Gabrielli si sofferma anche sui pericoli del doping finanziario e del welfare assicurato dalle mafie. In un’intervista alla rivista Interpol, nella quale spiega quali sono i rischi emergenti. «Le Forze di polizia, sin da subito, stanno monitorando con grande impegno i segnali che potrebbero indicare un cambiamento delle strategie da parte delle organizzazioni criminali per prevenirne le azioni», è la premessa del prefetto. Gruppi criminali e le filiere di approvvigionamento In particolare, «è stata rivolta nell’immediato la massima attenzione ai comparti economici che non hanno mai interrotto la propria operatività, come la filiera agro-alimentare, il settore dell’approvvigionamento di farmaci e di materiale medico-sanitario, il trasporto su gomma, i servizi funebri, le imprese di pulizia, sanificazione e smaltimento di rifiuti. Si tratta, infatti, di settori dove non è richiesto un livello particolarmente elevato di specializzazione e i gruppi criminali possono riuscire agevolmente ad offrire servizi a prezzi sicuramente concorrenziali perché le società da loro controllate non rispettano le prescrizioni normative in materia ambientale, previdenziale e di sicurezza sul lavoro».

La mafia si insinua tra le piccole e medie imprese C’è anche la questione non meno importante della crisi di liquidità delle piccole e medie imprese, «che, in conseguenza della sospensione della loro attività, potrebbero non essere in grado di far fronte autonomamente ai propri pagamenti. La criminalità organizzata potrebbe, dunque, sfruttare il momento di difficoltà per insinuarsi nella compagine societaria apportando il denaro necessario o proponendo prestiti usurai. Al termine dell’emergenza, quindi, le associazioni criminali potrebbero aver inquinato l’economia, controllando imprese in precedenza non infiltrate».

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Alberto Lupini


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