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Romagna, i ristoranti scalpitano Ma chiedono più tutele e contributi

Nella sola provincia di Rimini le attività di ristorazione sono oltre tremila. Il presidente di Confcommercio Gianni Indino: «L’apertura il 18 maggio? Una proposta di buonsenso». E avverte: «Va eliminata immediatamente la norma che prevede la responsabilità del ristoratore in caso di contagio».

di Sergio Cotti
 
10 maggio 2020 | 12:30

Romagna, i ristoranti scalpitano Ma chiedono più tutele e contributi

Nella sola provincia di Rimini le attività di ristorazione sono oltre tremila. Il presidente di Confcommercio Gianni Indino: «L’apertura il 18 maggio? Una proposta di buonsenso». E avverte: «Va eliminata immediatamente la norma che prevede la responsabilità del ristoratore in caso di contagio».

di Sergio Cotti
10 maggio 2020 | 12:30
 

I ristorati romagnoli sono il simbolo dell’Italia che si diverte e neppure loro sfuggono alla crisi che il settore sta attraversando in questo periodo nel Paese, tra perdite di fatturato per la chiusura prolungata dei locali, e incertezza per un futuro che in pochi, oggi, riescono ad immaginare. Una situazione, quella dei ristoranti della Romagna, che si profila pesantissima in vista di un'estate ancora tutta da scrivere (almeno per quel che riguarda le nuove regole), ma di cui si sa già che sarà priva di un’ampia fetta di turisti. Le imprese del settore della ristorazione in Emilia Romagna sono 29.315 e occupano 163.157 lavoratori. Nella sola provincia di Rimini, 3.149 attività danno lavoro a 17.526 persone (dati Camera di Commercio della Romagna e Centro studi FIPE-Confcommercio).

I ristoranti della Romagna vogliono ripartire - Romagna, i ristoranti scalpitano  Ma chiedono regole e contributi

I ristoranti della Romagna vogliono ripartire

E proprio dal cuore della Romagna una dura critica all’operato del Governo arriva da Gianni Indino, presidente di Confcommercio della provincia di Rimini e vicepresidente di Confcommercio Emilia Romagna con delega al turismo. «Questo Governo ha fallito – dice – dovrebbe dimettersi, perché i danni che sta facendo al Paese sono enormi». Uno sfogo comprensibile, dopo due mesi di chiusura dei locali e con altri 20 giorni davanti, prima della riapertura.

Presidente Indino, la richiesta di anticipare l’apertura di bar e ristoranti il 18 maggio è solo l’ultima di una serie di proposte che il settore ha avanzato al Governo…
Sono tutte proposte oggettive, di buonsenso, che pensiamo possano essere accolte, perché limitano al massimo il contatto tra le persone all’interno delle nostre cucine e delle nostre sale. La questione dello spazio tra un tavolo e l’altro sarà superata; abbiamo solo bisogno di regole certe. Una di queste è l’eliminazione della responsabilità per i ristoranti nel caso si registrino dei contagi all’interno degli stessi.

Gianni Indino - Romagna, i ristoranti scalpitano  Ma chiedono regole e contributi
Gianni Indino

Un problema serio, al quale sta lavorando anche la Fipe.
Mettiamo che un ristoratore prenda tutte le precauzioni per il suo personale, seguendo alla lettera le indicazioni del protocollo sanitario (tampone, esami sierologici, prodotti igienizzanti, indumenti, mascherine); se però uno dei suoi dipendenti si ammala di Covid-19, cosa succede? È possibile che questo evento venga inquadrato come infortunio sul lavoro o come malattia.

Questo cosa implicherebbe per i ristoratori?
Nel caso si trattasse di infortunio sul lavoro, oltre i 40 giorni di malattia scatterebbe un supplemento d’indagine per verificare l’eventuale responsabilità del datore di lavoro. Noi abbiamo avuto ampie garanzie che verremo sollevati da qualsiasi responsabilità, ma per sgomberare il campo da equivoci, preferirei che venisse definitivamente cancellata la dicitura “infortunio sul lavoro” in relazione al Covid-19.

La stessa cosa vale per i clienti.
Esatto. Se una persona si ammala, non potremo essere messi tutti in quarantena e chiudere il locale, solo perché è stata a mangiare da noi. Non avrebbe senso, ma noi queste garanzie per poter riaprire le vogliamo.

Quali aiuti avete chiesto a livello locale?
Noi vogliamo riaprire a tutti i costi perché dobbiamo fare fronte agli impegni economici e alle scadenze, ma abbiamo chiesto la cancellazione di alcune tasse per servizi di cui non abbiamo beneficiato, parlo dei rifiuti, dell’occupazione di suolo pubblico, dell’utilizzo delle insegne… Da Governo, poi, avremmo bisogno di un contributo fondo perduto, senza il quale saremo destinati a soccombere. Ciò vorrebbe dire far morire una parte dell’economia italiana che fattura e produce il 13% del Pil di questo Paese. In Italia si parla tanto di turismo; bene, è arrivato il momento di provvedere e di dimostrare a tutti che veramente la politica tiene a questo settore.

Qual è lo stato d’animo dei suoi colleghi, oggi?
Noi facciamo da cuscinetto tra la rabbia delle imprese e le autorità. Sei mesi fa questo cuscinetto era gonfio, e teneva le giuste distanze, si va sempre più stringendo. Ho visto persone in fila al banco dei pegni per cercare di racimolare 100, 200 euro per dare da mangiare ai bambini. I segnali ci sono e non vanno persi di vista. Dopodiché, fa arrabbiare sentire che su un autobus potranno stazionare 16 persone, quando in un negozio di 40 metri quadrati ne potrà accedere una soltanto. Sono cose senza senso.

Quali sono le vostre stime sull’attività dei prossimi mesi?
Lavoreremo al 30-35% di capacità, non di più. I turni, i clienti non vogliono questo, non siamo abituati a mangiare a tutte le ore. Siccome non ci saranno gli stranieri. Né alle 7 né alle 11.

Nelle settimane scorse si era parlato anche di divisori sui tavoli e pare che qualcuno li adotterà.
È un’ipotesi che abbiamo già scartato. Non accetteremo mai soluzioni di questo tipo: è un modo per ghettizzare, per rendere il ristorante un luogo anonimo, chiuso, circoscritto. Anche se con le dovute distanze, i nostri sono luoghi di condivisione, socializzazione, aggreganti.  Rifiutiamo nettamente questa idea.

© Riproduzione riservata STAMPA

 
 
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