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Quotidiano di enogastronomia, turismo, ristorazione e accoglienza
domenica 15 febbraio 2026  | aggiornato alle 00:29 | 117415 articoli pubblicati

La trattoria non è finita: è finita l’improvvisazione. Chi sopravvive nel 2026

La ristorazione di fascia media è stretta tra lusso esperienziale e format veloci. Non è crisi di clienti, ma di modello. Costi in crescita, domanda selettiva e piattaforme invasive impongono una scelta: posizionarsi, controllare i margini e ripensare l’organizzazione. Chi improvvisa esce dal mercato

di Alberto Lupini
direttore
16 febbraio 2026 | 05:00
La trattoria non è finita: è finita l’improvvisazione. Che sopravvive nel 2026
La trattoria non è finita: è finita l’improvvisazione. Che sopravvive nel 2026

La trattoria non è finita: è finita l’improvvisazione. Chi sopravvive nel 2026

La ristorazione di fascia media è stretta tra lusso esperienziale e format veloci. Non è crisi di clienti, ma di modello. Costi in crescita, domanda selettiva e piattaforme invasive impongono una scelta: posizionarsi, controllare i margini e ripensare l’organizzazione. Chi improvvisa esce dal mercato

di Alberto Lupini
direttore
16 febbraio 2026 | 05:00
 

Non è vero che la gente non esce più a mangiare. Esce eccome. Ma oggi scegliere un ristorante è diventato come scegliere un abbonamento: confronto, prezzo, percezione, comodità. La trattoria che viveva di abitudine e reputazione di quartiere oggi compete con il fine dining da “una volta nella vita” e con i format veloci che promettono prezzo, tempo e standard. In mezzo non c’è più zona franca. C’è un campo di battaglia. E mentre il cliente diventa selettivo, i costi non hanno pietà: energia, lavoro, materie prime, affitti. Il menu sale, il margine scende, la tolleranza dell’ospite si assottiglia. La fascia media non sta morendo: sta cambiando mestiere. E chi non cambia mestiere, esce dal mercato. Per un ristorante di fascia media diventa quindi fondamentale poter intercettare una scelta: “uscire a mangiare” è diventato quasi un prodotto da scegliere fra vari format. In pratica c’è più selezione e molto dipende da mode passeggere, convenienza percepita e comfort. E intanto i costi fissi hanno cambiato le regole del gioco: energia, lavoro, materie prime, affitti, col risultato di spingere in alto, per tutti, il prezzo dei menu. Una situazione non facile in cui la trattoria classica (quella che dovrebbe essere il testimone e il custode di quella cucina italiana premiata dall’Unesco si trova nel posto peggiore: in mezzo, senza la spinta del marketing, su cui si reggono i fine dining, o della pubblicità organizzata delle catene di fast food. Ma la ristorazione non è in crisi. È in crisi il ristoratore che non ha deciso cosa vuole essere.

Le trattorie vanno ripensate
Le trattorie vanno ripensate
 

La ristorazione tradizionale non sta morendo: sta cambiando mestiere

Praticamente si sta in mezzo a chi può permettersi di vendere un’esperienza “almeno una volta nella vita” (fine dining e lusso turistico) e chi può permettersi di vendere prezzo/velocità/standardizzazione (catene, fast casual, format snelli). Nel mezzo sono i ristoranti di quartieri o quelli famigliari dei centri storici: più o meno gli stessi clienti di sempre, ma con meno potere d’acquisto e più alternative; stessi costi di prima, ma moltiplicati; stesso modello gestionale, ma senza più il cuscino.

Alle trattorie serve un nuovo modello organizzativo
Alle trattorie serve un nuovo modello organizzativo

Il problema quindi non è “innovare” in astratto. È ripensare il modello operativo: cosa vendo, a chi, con che margine, con quale frequenza, con quale macchina organizzativa.

La fascia media è diventata la “terra di nessuno”

La fascia media soffre perché non ha più un vantaggio chiaro. Se aumenta i prezzi per coprire i costi, diventa “caro” senza essere percepito “speciale”. Se non li aumenta, si lavora per la gloria (che non paga l’Inps dei dipendenti) o si stringe la cinghia in famiglia….

In pratica, tanti locali stanno perdendo contemporaneamente:

  • la clientela abituale (che riduce le uscite o migra su formule più convenienti)
  • e la clientela aspirazionale (che concentra la spesa su pochi indirizzi “da evento”).

La domanda è cambiata: non cerca solo cibo, cerca leggerezza mentale

Salute, benessere, sostenibilità sembrano essere oggi motivi di scelta di un locale. Ok, ma sotto c’è una cosa più concreta: il cliente vuole uscire e non sentirsi fregato, appesantito, stressato. Cerca:

  • porzioni giuste, cucina riconoscibile, tempi certi
  • un servizio che faccia stare bene, non che “reciti”
  • un conto coerente con quello che ha vissuto.

Ed è qui che la trattoria contemporanea, il ristorante di famiglia può ancora giocare le sue carte e vincere la partita. Basta sapere che ci sono nuove regole e applicarle.

Anche i piatti devono essere coerenti con la proposta
Anche i piatti devono essere coerenti con la proposta

Il digitale non è marketing: è distribuzione

Un primo punto riguarda ad esempio il rapporto con le nuove modalità con cui “vendere” e promuovere il ristorante. Il vero errore è pensare che le piattaforme siano strumenti di comunicazione. Non lo sono. Sono canali di distribuzione. E chi controlla la distribuzione controlla il margine. E oggi molti ristoratori hanno delegato la chiave del proprio locale. Prenotazioni online, ranking, recensioni, offerte, comparatori: tutto questo non è “promozione”, è accesso alla domanda. Se la domanda passa da lì, il ristoratore non sta facendo marketing. Sta pagando un pedaggio per entrare nel proprio locale.

Il rischio non è solo economico (commissioni, sconti, dipendenza). È strategico: si perde il rapporto diretto con il cliente. Se la prenotazione arriva sempre da una piattaforma, il cliente non è tuo. È loro. Negli ultimi anni molti locali hanno accettato il gioco: prima visibilità facile, poi promozioni spinte, poi margini compressi. Un meccanismo che sposta valore dal ristorante all’intermediario. Non è teoria: il tema è così concreto che Fipe ha avviato una convenzione con Quandoo per ridurre la dipendenza dalla posizione dominante di TheFork. La partita non è “contro” le piattaforme. La partita è evitare di diventarne ostaggio.

Come smettere di essere ostaggio delle piattaforme

  • Presidiare Google Business Profile come fosse l’ingresso del locale
  • Spingere prenotazioni dirette (anche con piccoli benefit)
  • Costruire un database clienti (anche semplice: WhatsApp broadcast o newsletter)
  • Usare le recensioni come “customer care pubblico”: risposte brevi, umane, operative
  • 1 contenuto a settimana che racconti un piatto, una storia, un produttore. Costanza batte genialità.

La regola è semplice:

  • le piattaforme possono portare traffico,
  • ma la relazione deve restare tua.

Chi governa Google Business Profile come fosse l’insegna del locale, chi spinge prenotazioni dirette con piccoli benefit, chi costruisce un database clienti e comunica con costanza, trasforma il digitale in leva. Chi lo subisce, paga e basta. Nel 2026 il vero lusso non sarà avere tanti follower. Sarà avere clienti che prenotano senza intermediari.

Il turismo sta drogando alcune piazze

Bisogna poi fare i conti con i cambi avvenuti dopo il Covid- Nelle zone ad alta pressione turistica, ad esempio, i prezzi salgono perché possono permetterselo (finora). Ma questo crea due effetti collaterali:

  • spinge fuori i residenti (che smettono di essere base stabile)
  • rende il locale fragile: se il flusso cambia, su resta con un modello costoso senza domanda.

Il tutto con gli effetti che abbiamo indicato nei giorni scorsi di un degrado complessivo dell’offerta che si omologa sempre di più ad un livello basso e con effetto globale per cui la Carbonare o gli spaghetti con le vongole si possono mangiare “uguali” a Catania come a Merano. È chiaro che la tipicità e il legame con il territorio fanno la differenza, ma bisogna saperli valorizzare sul serio. E qui entrano in campo il piatto vero e quello montato ad arte.

La polemica dei prezzi non parla di etica: parla di mercato

La “pasta al pomodoro a 45 euro” non è interessante perché scandalosa: è interessante perché mostra la frattura tra due Italie.

  • Italia A: turismo premium, prezzo come filtro, esperienza come status.
  • Italia B: consumo quotidiano, valore/comfort, cucina come relazione.

Quando le due Italie si sovrappongono nello stesso territorio, esplode il conflitto: i residenti si sentono espulsi, i ristoranti inseguono margini facili, la cucina diventa un pretesto. E la trattoria, che era collante sociale, si ritrova senza ruolo.

Cosa fare? Non “innovare”, ma scegliere un posizionamento e farlo funzionare

Qui serve una frase che molti evitano: non tutti possono fare tutto. La trattoria tradizionale oggi deve scegliere fra tre strade, diverse ma che non sono necessariamente in contrasto fra loro e con la tradizione di ciascun locale, e percorrerla bene.

Cosa fare domani mattina in cucina e in cassa

  • Tagliare il menu del 20–30%: meno sprechi, più controllo, stessa soddisfazione
  • Fare engineering dei piatti: Quali fanno margine? quali fanno volume? Quali sono “vanity”?
  • Definire 3 fasce prezzo: comfort / signature / premium (così il cliente sceglie senza sentirsi punito)
  • Fissare una regola semplice: ogni piatto deve avere un perché (margine, identità o rotazione)
  • Mettere sotto controllo due numeri: costo del personale su incasso e food cost reale (non teorico)

1 - Trattoria di comunità

Obiettivo: frequenza, relazione, stabilità.

Come:

  • menu più corto, riconoscibile, stagionale (e replicabile)
  • prezzi coerenti, porzioni intelligenti, tempi rapidi
  • carta vini snella ma furba: ricarichi sostenibili, rotazione alta
  • eventi leggeri (serate regionali, produttori, piatti della domenica) per creare routine.

2- Trattoria contemporanea

Obiettivo: margine più alto, esperienza, differenziazione.

Come:

  • identità chiara: una cucina regionale fatta bene, non “un po’ di tutto”
  • design e servizio “caldi” ma efficienti
  • pochi piatti firma che diventano motivo di viaggio
  • storytelling vero: non la favola del nonno, ma filiera, tecniche, stagioni, territorio.

3 - Format ibrido “smart”

Obiettivo: velocità + qualità + controllo costi.

Come:

  • pranzo di lavoro forte (è lì che si fa cassa regolare)
  • cena più esperienziale ma con cucina organizzata
  • standardizzazione delle basi (non dei sapori)
  • prenotazione e gestione tavoli chirurgica (no buchi, no caos).

Cosa devono fare associazioni e istituzioni: meno convegni, più leve concrete

Se vogliamo evitare la desertificazione di trattorie e ristoranti di quartiere, servono interventi che impattano davvero:

  • incentivi mirati su energia e efficientamento (non bonus a pioggia)
  • supporto alla formazione pratico-operativa (gestione costi, menu engineering, organizzazione del lavoro)
  • regole chiare su affitti e turismo nelle zone calde (altrimenti il mercato espelle i residenti)
  • revisione di adempimenti che drenano tempo e soldi senza creare valore.

Il vero collo di bottiglia è il lavoro, non la creatività

La crisi non è “mancano camerieri”: la crisi è che il lavoro di sala e cucina, così com’è stato progettato, non regge più.

Cosa serve:

  • Turni sostenibili e previsione (la gente scappa dal caos, non dalla fatica)
  • Ruoli chiari, formazione minima, incentivi legati a obiettivi reali
  • Semplificazione operativa: meno piatti inutilmente complessi, più qualità replicabile
  • Reimpostare il servizio: meno teatrino, più precisione, calore e velocità.

La trattoria non è finita, ma deve diventare contemporanea

La trattoria non è finita. È finita l’illusione che basti cucinare bene e aspettare che il cliente entri. Nel 2026 sopravvive chi sceglie un posizionamento e lo difende, chi controlla i numeri come un’azienda e non come un hobby, chi costruisce frequenza invece di inseguire la serata piena. Autenticità sì, ingenuità no. Il mercato non premia la nostalgia. Premia la chiarezza. O si diventa una trattoria contemporanea, o si resta una bella idea del passato. E il passato, purtroppo, non paga l’Inps.

© Riproduzione riservata STAMPA

 
 
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