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di Federico Biffignandi
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Fipe: Non si tocchi il delivery
Un toccasana per umore e imprese

Fipe: Non si tocchi il delivery 
Un toccasana per umore e imprese
Fipe: Non si tocchi il delivery Un toccasana per umore e imprese
Primo Piano del 11 marzo 2020 | 15:33

Le restrizioni chieste dalle Regioni per limitare il contagio potrebbero riguardare anche le attività di consegna a domicilio del cibo. La Federazione punta a tutelare il settore ritenendo che questo servizio sia un mezzo sicuro per far lavorare gli imprenditori e offrire un'opportunità in più ai cittadini.

Se l’italiano non va dalla pizza, la pizza va dall’italiano. Il piatto principe della cucina italiana è tale perché riesce a risolvere situazioni complicate in fretta e bene. “Andiamo a mangiarci una pizza” è l’invito più immediato, gradevole, comodo e informale per trovarsi in compagnia. Ma in tempi di coronavirus, di chiusure e di italiani barricati nelle proprie case, la formula va un po’ rivista: “Facciamo arrivare una pizza”. Come quando ci si trova a casa dell’amico, in compagnia, per la partita della Nazionale. E di questi tempi le pizzerie d’asporto sono tra le pochissime attività che non solo continuano a lavorare, ma addirittura fanno registrare picchi importanti. E non solo le pizze a dire il vero: è proprio tutto il comparto del delivery (il cibo a domicilio) che diventa uno dei migliori modi per mangiare bene e senza eccessivi contatti umani.

Il delivery salvale imprese del food - Fipe: non si tocchi il delivery Salva le imprese e fa bene all’umore
Il delivery salva le imprese del food

Del resto abbiamo bisogno anche del buon umore per combattere la depressione da coprifuoco di un mese e la “gola” è uno dei mezzi migliori per soddisfare l’esigenza. Poche alternative, visto che i ristoranti e le pizzerie sono chiusi, non resta che digitare il numero della pizzeria o del ristorante preferito e attendere il suono del campanello. Oppure sperimentare altre pizze o altri piatti visto che in molti si stanno attrezzando per offrire questo servizio, al fine di tappare qualche “buco” provocato dalle chiusure forzate.

La Federazione italiana pubblici esercizi (Fipe) sta monitorando costantemente la situazione inseguendo decreti e proposte assiduamente per provare a salvaguardare il più possibile gli imprenditori del settore. Perché le ultime richieste delle Regioni che puntano a stringere ulteriormente la cinghia sembra che vogliano anche dire stop alla consegna a domicilio di cibo.

«Sarebbe una mossa gravemente sbagliata - ha spiegato il vicedirettore del Centro studi di Fipe, Luciano Sbraga - perché se chiudono i servizi di delivery allora devono chiudere tutti gli esercizi commerciali, anche gli alimentari. Il delivery è un servizio diverso dall’asporto, tengo a premetterlo, perché non prevede che il consumatore esca di casa. Ed è un servizio sicuro, nel pieno rispetto dei decreti fino a qui approvati. E poi c’è un aspetto sociale: mangiare bene e mettere in tavola piatti da ristorante fa bene allo spirito, un aspetto che non va trascurato di questi tempi. Parlando con i nostri associati abbiamo compreso quanta domanda ci sia in questi giorni, sarebbe sbagliato non assecondarla anche perché così si tengono in vita imprese intere».

Nella patria della pizza, la Campania, la pacchia sembra destinata a durare molto poco. Il governatore Vincenzo De Luca infatti ha annunciato che in giornata dovrebbe arrivare la disposizione di vietare la consegna a domicilio fuori dagli orari di apertura dei locali consentiti dall’ultimo decreto del governo (6-18). De Luca sarebbe pronto a imporre limitazioni molto stringenti per evitare il diffondersi del virus ed evitare la consegna a domicilio la riterrebbe un’arma in più da sfruttare.

Luciano Sbraga - Fipe: non si tocchi il delivery Salva le imprese e fa bene all’umore
Luciano Sbraga

A nelle altre regioni cosa succede? Rino Francavilla, della pizzeria L’Angolo di Rino di Paderno Dugnano (Mi) non sorride: «Lunedì - racconta - abbiamo servito una sola pizza d’asporto, ieri siamo stati chiusi perché era il nostro giorno di riposo, oggi vedremo se proseguire oppure chiudere fino a che l’emergenza non passa. Le strade sono deserte e la gente ha paura».

A Gravina di Puglia (Ba), Michele Di Giglio del Peperon ha lavorato un po’ di più, ma su quello che accadrà ora non ci si può esprimere con certezza: «Fino a domenica il servizio d’asporto nostro è cresciuto del 50% - osserva - ed ha coperto un calo drastico dei coperti al ristorante. Dopo l’ultimo decreto però forse qualcosa cambierà ancora. Mi è dispiaciuto constatare un po’ di concorrenza sleale tra noi pizzaioli, ho visto molti tenere aperti nonostante le disposizioni giusto per fare qualche pizza in più del competitor di turno».

Ad Arezzo invece Renato Pancini (Al Fogher) spiega: «Da stasera partiamo con il servizio Deliveroo perché i coperti sono drasticamente calati. L’asporto l’abbiamo sempre fatto ma ha sempre occupato una piccola fetta di fatturato. Ci proviamo così, per dare un servizio in più alla gente, ma non sappiamo quanto potrà fruttare».

© Riproduzione riservata

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Alberto Lupini


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