È uno dei temi scottanti che ritorna all’inizio di ogni stagione della raccolta di frutta e verdura: lo sfruttamento della manodopera comunitaria ed extracomunitaria. L’indagine della Guardia di Finanza di Rovato e Brescia, partita due anni fa a seguito degli accertamenti durante la vendemmia in un’azienda della Franciacorta, ha riproposto la questione dopo aver arrestato tre “caporali” indiani che pagavano 1,50 euro (sì, un euro e mezzo) all’ora i loro connazionali impegnati nei vigneti.

Franciacorta: braccianti indiani pagati 1,50 euro l’ora e permessi di soggiorno venduti fino a 13.800 euro
La presunta organizzazione transnazionale, secondo l’accusa degli inquirenti, favoriva l’immigrazione clandestina, lo sfruttamento dei cittadini indiani, il caporalato e le frodi fiscali. Una sessantina gli indagati, fra cui i titolari di aziende agricole compiacenti e quattro donne bresciane che lavorano come impiegate amministrative nelle sedi delle società sotto inchiesta. Impressionanti le cifre del malaffare: 1.364 gli indiani del Punjab fatti arrivare in modo illecito nelle province di Brescia, Piacenza, Cremona e Milano dal 2018 al 2024. Una cinquantina le società coinvolte.
I lavoratori, spesso trattati come moderni schiavi, per ottenere un permesso di soggiorno lavorativo a termine pagavano 13.800 euro; quello stagionale costava 7.200 euro. Ma i “caporali” andavano anche alla ricerca di persone da occupare nelle stalle della Bassa. Lavoratori costretti a pagare spesso per alloggi fatiscenti e inagibili. All’esame delle Fiamme Gialle pure i settori della logistica e della ristorazione. A questo punto, e nonostante le denunce dei sindacati, le organizzazioni imprenditoriali e gli operatori del settore prima o poi dovranno avviare una seria riflessione sull’impiego corretto della manodopera straniera, perché le situazioni anomale non si registrano solo nei giorni della vendemmia.
Di Renato Andreolassi