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Dazi, in ginocchio anche i liquori
Un freno per un terzo dell’export

Dazi, in ginocchio anche i liquori
Un freno per un terzo dell’export
Dazi, in ginocchio anche i liquori Un freno per un terzo dell’export
Primo Piano del 19 novembre 2019 | 16:04

Dei 482 milioni di importazioni agroalimentari italiane negli Usa colpite dal dazio aggiuntivo del 25%, ben il 35% riguarda liquori, un prodotto che fa del nostro Paese il leader mondiale assieme alla Germania e che ha alla base un tessuto produttivo fatto principalmente di piccole e medie imprese.

Non ci sono solo i formaggi tra i principali prodotti agroalimentari italiani finiti sotto la scure di Trump dal 18 ottobre scorso, da quando cioè l’Organizzazione mondiale del commercio ha autorizzato gli Stati Uniti ad applicare dazi aggiuntivi su un ammontare di circa 7,5 miliardi di dollari relativi a prodotti importati dall’Ue, a fronte del verdetto emesso sul contezioso dei sussidi erogati al Consorzio Airbus.

Il 35% del valore dei dazi Usa riguarda i liquori (Dazi, in ginocchio anche i liquoriUn freno per un terzo dell’export)
Il 35% del valore dei dazi Usa riguarda i liquori

Degli oltre 5,4 miliardi di dollari di prodotti agroalimentari importati dall’Italia nel 2018, quelli sottoposti a dazio aggiuntivo del 25% riguardano beni per 482 milioni, vale a dire il 9% del totale. Scendendo nel dettaglio di tale ammontare sottoposto a “nuove gabelle”, si evince come Trump abbia voluto colpire i prodotti italiani con rilevanti posizioni di mercato negli Usa. Infatti, se il 48% è relativo a formaggi (in particolare Parmigiano Reggiano e Grana Padano) un altro 35% attiene a liquori (più precisamente liquori, amari, aperitivi e altre bevande spiritose) vale a dire la categoria di prodotti che sul totale delle importazioni americane di tale tipologia vanta una quota del 17% (la terza dopo Francia e Irlanda) e che a differenza di chi ci precede, ha visto crescere le proprie vendite in questo mercato di oltre il 18% nell’ultimo decennio, contro una media di aumento dell’import del 4,5%.

Import agroalimentare Usa dall’Italia soggetto a dazio aggiuntivo del 25%: ripartizione per prodotti (valori in Milioni di dollari statunitensi, 2018) (Dazi, in ginocchio anche i liquoriUn freno per un terzo dell’export)

Import Usa dall’Italia soggetto a dazio: ripartizione per prodotti (valori in milioni di dollari)

«Non molti sanno che l’Italia condivide la leadership mondiale, con la Germania, dell’export di liquori. Nel 2018 abbiamo venduto oltre frontiera qualcosa come 405 milioni di euro di questi prodotti, contro i 445 milioni dei tedeschi ma a differenza loro, le cui esportazioni sono aumentate nel decennio del 37%, le nostre sono cresciute di ben il 47%», evidenzia Denis Pantini, responsabile agroalimentare di Nomisma.

Gli Stati Uniti rappresentano il secondo mercato di sbocco per le nostre esportazioni di questi prodotti e che assieme a Germania, UK e Francia assorbono i due terzi dell’export complessivo di tale categoria, a dimostrazione della strategicità di tale mercato per la sostenibilità economica del tessuto produttivo sottostante.

«Dalle elaborazioni dell’Osservatorio Wine&Spirits di Federvini curato da Mediobanca assieme a Nomisma emerge che, al di là delle multinazionali italiane che operano negli Usa – e che quindi sono toccate dai dazi solamente per la parte di esportazione diretta – figura una compagine di imprese medio-piccole, con fatturato sopra ai 10 milioni di euro, che danno lavoro a circa 2.300 occupati e sviluppano investimenti per circa 48 milioni di euro», dice Gabriele Barbaresco, direttore Area Studi di Mediobanca.

Per quanto risulti ancora difficile – vista la recente applicazione dei dazi – valutare gli effetti di tale incremento tariffario, è possibile stimare come tra occupati diretti e dell’indotto, il rischio che si profila per le piccole e medie imprese che producono liquori e che esportano negli Usa, è quello di una perdita occupazionale di quasi 1.000 addetti, alla luce della minor competitività che questi dazi infliggono ai liquori italiani sottoposti alla possibile sostituzione di prodotti alternativi, ovviamente non del Bel Paese.

© Riproduzione riservata

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