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Due metri di distanza al ristorante. Anche stavolta, nulla di scientifico

L'Istituto Superiore della Sanità ha redatto un documento informativo con i comportamenti da adottare per contrastare il diffondersi delle varianti. Tra queste, i due metri a tavola. Fipe non ci sta e attacca: «Basta terrorismo mediatico, vogliamo prove scientifiche, altrimenti non ci stiamo»

di Federico Biffignandi
17 marzo 2021 | 10:49
Da un metro a due di distanza Due metri di distanza al ristorante Anche stavolta, nulla di scientifico
Da un metro a due di distanza Due metri di distanza al ristorante Anche stavolta, nulla di scientifico

Due metri di distanza al ristorante. Anche stavolta, nulla di scientifico

L'Istituto Superiore della Sanità ha redatto un documento informativo con i comportamenti da adottare per contrastare il diffondersi delle varianti. Tra queste, i due metri a tavola. Fipe non ci sta e attacca: «Basta terrorismo mediatico, vogliamo prove scientifiche, altrimenti non ci stiamo»

di Federico Biffignandi
17 marzo 2021 | 10:49

Il mondo della ristorazione non ci sta e oggi più che mai attacca in maniera pesante chi sta disponendo le regole di prevenzione dal contagio di Covid. L'ultima indicazione che ha mandato su tutte le furie il settore è quella contenuta nel rapporto redatto dal Gruppo di lavoro Prevenzione e Controllo delle Infezioni dell'Istituto Superiore di Sanità di cui fanno parte anche l'Aifa (Agenzia del farmaco), il ministero della Salute e l'Inail per rispondere ad alcuni quesiti relativi alla diffusione delle temibili varianti.

Da un metro a due di distanza Due metri di distanza al ristorante Anche stavolta, nulla di scientifico

Da un metro a due di distanza


La disposizione nel dossier
A pagina 3 del documento (allegato in Pdf) si legge che "relativamente al distanziamento fisico, non vi sono evidenze scientifiche che dimostrino la necessità di un incremento della distanza di sicurezza a seguito della comparsa delle nuove varianti virali; tuttavia, si ritiene che  un  metro rimanga la  distanza  minima da  adottare e che sarebbe  opportuno  aumentare  il distanziamento  fisico  fino  a  due  metri,  laddove  possibile  e  specialmente in  tutte  le  situazioni  nelle  quali venga rimossa la protezione respiratoria (come, ad esempio, in occasione del consumo di bevande e cibo)".

Ristoratori infuriati, mancano prove scientifiche
Una stangata ulteriore per i ristoranti che, se mai riusciranno a riaprire con regolarità, perderanno altri posti a tavola, altri clienti, altri incassi. E, probabilmente, dovranno pure investire altri fondi per rimettere a norma per l'ennesima volta il proprio locale rendendolo idoneo alle disposizioni Inail. Lecito chiedersi però quanto queste disposizioni siano dei consigli o delle imposizioni. Ammesso che i controlli veri, severi, efficaci, promessi, mai avverranno nei locali pubblici da parte delle Forze dell'Ordine, cosa accadrà a chi non farà rispettare la distanza dei due metri, ma "solo" quella di un metro? Insomma, che validità legislativa ha questo documento?

Ma quello che più di ogni altra cosa non piace - anche stavolta - è il fatto che l'indicazione delle tre istituzioni arriva sulla base del nulla di scientifico. Se fino ad ora il distanziamento a tavola è stato di un metro, ora Inail e compagnia pensano bene di aggiungerne un altro, così, giusto per stare sicuri. La premessa è sempre che la tutela della salute sta a cuore a tutti, ma che la si preservi a qualche modo non può andare bene a nessuno. A maggior ragione se nel predisporre regole e norme ci siano contraddizioni, squilibri, decisioni incomprensibili e una strategia che manca. Campagna vaccinale totalmente fallimentare e continue modifiche ai Dpcm ne sono la prova più concreta.

Perchè due metri?
Ma perchè proprio due metri? I tecnici spiegano che "è in questi momenti di convivialità che aumenta il rischio di trasmettere l’infezione attraverso il respiro. I tecnici sottolineano che in generale le misure finora osservate (mascherina, igiene delle mani e distanza) sono efficaci anche per difendersi dal contagio dei virus mutati, se applicate con attenzione. E bisognerebbe rinnovare le raccomandazioni ai cittadini con campagne di sensibilizzazione mirate".

L'attacco della Fipe
Il direttore generale di Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi, Roberto Calugi non usa mezzi termini anche riferendosi ai titoloni dei media dedicati a questa novità: «Basta con il terrorismo mediatico - ha spiegato - non c’è alcuna validità scientifica per predisporre un'indicazione simile. Se ci sono motivazioni scientifiche, che si tirino fuori, ma tutto il resto noi non lo consideriamo. Inail nel documento non dice che c’è un ragionamento scientifico dietro a questa disposizione, si producano evidenze scientifiche altrimenti non ci stiamo. Se l'obiettivo è creare panico tra la gente, ci sono riusciti pienamento, ma io credo si debba richiamare ad un senso di maggior responsabilità sia chi redige documenti, sia chi scrive articoli per tutelare i cittadini che non sono né virologi né giornalisti».

E ancora: «Mi chiedo: in Israele sono tutti matti che sono tornati alla vita normale? E poi: perché al supermercato e su un aereo si può stare a 30 centimetri di distanza e al ristorante con un metro di distanza no? Pensino piuttosto a mettere in atto un piano vaccinale serio e a distribuire mascherine valide».

Le altre disposizioni del documento
Il dossier amplia poi la discussione ad altri quesiti che sono sorti con l'arrivo dei vaccini e con la diffusione delle varianti

I nuovi ceppi causano forme di malattia più gravi?

Il documento «sulle misure di prevenzione e controllo delle infezioni da Sars-CoV-2» si basa sulla più recente letteratura scientifica tenendo conto delle varianti che da febbraio «destano particolare preoccupazione» (inglese, sudafricana e brasiliana). Non è ancora accertato che i ceppi mutati «siano associati a un quadro clinico più grave o se colpiscano di più alcune fasce di popolazione». È assodato però che, almeno il virus identificato per la prima volta nel Regno Unito, sia capace di diffondersi con maggiore facilità.

I vaccini sono efficaci e quanto?
Viene ribadita l’efficacia dei vaccini già distribuiti in Italia. Quello di Pfizer-Biontech protegge al meglio dalla malattia sintomatica a partire da circa una settimana dopo la seconda dose, ma una certa protezione subentra a 10 giorni dalla prima. Per il preparato di Moderna lo scudo degli anticorpi risulta «ottimale a partire da 2 settimane dopo il richiamo». Infine AstraZeneca (che potrebbe essere riammesso già domani) comincia a funzionare a 3 settimane dal primo inoculo e la protezione persiste fino alla dodicesima settimana, quando viene somministrata la seconda dose. In tutti e tre i vaccini la protezione non è al 100% né è nota la durata dell’immunità da essi indotta. E non si sa per certo quanto i vaccinati possano evitare il contagio. E’ possibile che non siano difesi dalla malattia asintomatica.

Chi si è vaccinato come deve comportarsi sul luogo di lavoro?
Chi si è vaccinato, operatori sanitari inclusi, deve continuare a utilizzare rigorosamente le mascherine e osservare norme di igiene e distanziamento. Se l’azienda propone programmi di screening deve aderire indipendentemente dallo stato di vaccinazione. Questo perché «al momento non ci sono prove sulla possibilità di trasmissione del virus» da parte degli immunizzati che vanno ritenuti potenzialmente in grado di infettarsi e trasmettere il Sars-CoV-2.

E nella vita sociale come comportarsi?
Valgono le stesse precauzioni consigliate negli ambienti di lavoro. I vaccinati, con 1 o 2 dosi, devono osservare tutte le misure di prevenzione (distanza, mascherina, igiene delle mani). Si rende a maggior ragione necessario in considerazione dell’attuale quadro epidemiologico, caratterizzato dalla comparsa e dalla circolazione delle nuove varianti, più diffusive rispetto al virus presente nella prima fase dell’epidemia «per le quali la protezione vaccinale potrebbe essere inferiore».

E i vaccinati che hanno contatti stretti con un positivo?
Se una persona viene in contatto stretto con un positivo va considerata a sua volta contatto stretto anche se vaccinata e devono essere adottate tutte le precauzioni, compresa la quarantena e l’isolamento. Solo il personale sanitario ne è esentato «fino a un’eventuale positività ai test o alla comparsa di sintomi».

I guariti devono vaccinarsi?
La vaccinazione si è dimostrata sicura anche in persone che hanno già avuto la malattia Covid-19 e pertanto «può essere offerta indipendentemente dall’aver sviluppato una pregressa infezione sintomatica o senza sintomi». Non si raccomanda, ai fini della vaccinazione, l’esecuzione di test diagnostici (sierologici, ndr) per accertare se siamo già stati «colpiti» dal virus. Si può considerare la somministrazione di una sola dose «purché la vaccinazione venga eseguita ad almeno 3 mesi dalla documentata infezione e preferibilmente entro 6 mesi». Fanno eccezione alcuni pazienti con immunodeficienza.

Quanto dura l’immunità sviluppata una precedente infezione?
Il documento dell’Iss riporta uno studio multicentrico su 6.600 operatori sanitari del Regno Unito che ha valutato il rischio di reinfezione: «La durata dell’effetto protettivo dell’infezione precedente ha una mediana di 5 mesi».

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