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Digital tax, a rischio il vino italiano. L'ombra di nuovi dazi Usa incombe su tutto l'agroalimentare

Digital tax, a rischio il vino italiano. L'ombra di nuovi dazi Usa incombe su tutto l'agroalimentare
Digital tax, a rischio il vino italiano. L'ombra di nuovi dazi Usa incombe su tutto l'agroalimentare
Pubblicato il 12 gennaio 2021 | 13:01

Risparmiati dalle tariffe legate all'affaire Boeing-Airbus, i prodotti italiani rischiano di entrare in una nuova blacklist a causa della tassa sui servizi digitali che dovrebbe entrare in vigore dal 16 febbraio.

Quando sembrava che l'Italia fosse riuscita a scamparla, un nuovo rischio dazi annuvola le prospettive dell'export agroalimentare Made in Italy sul mercato statunitense. Al centro della disputa, la digital tax o web tax che dovrebbe entrare in vigore a metà febbraio e che punta a colpire i colossi della rete; in maggioranza americani. Da qui il rischio di nuove ritorsioni a livello commerciale che potrebbero mettere a rischio un mercato dal valore di cinque miliardi di euro. E colpire sopratutto le produzioni vitivinicole.

Prodotti vitivinicoli a rischio - Digital tax, a rischio il Made in Italy Nuovi dazi Usa in vista?
Prodotti vitivinicoli a rischio

Dazi scampati e futuri
Dopo aver evitato di finire nella black list dei beni sottoposti all'aumento delle tariffe in vigore dal 12 gennaio, i produttori agroalimentari italiani non possono ancora dormire sonni tranquilli. Se, da un lato, le nuove tariffe colpiscono in particolare il vino, il cognac e il brandy prodotto in Francia e Germania in risposta all'affaire Boeing-Airbus, dall'altro un report sulla web tax redatto dall'Office of the United States trade representative (Ustr) e datato 6 gennaio getta nuove ombre sui rapporti italo-americani. Con il rischio di vedere applicate quelle tariffe finora scampate.

Secondo l'Unione italiana vini (Uiv), per esempio, il passo verso nuove azioni ritorsive da parte del commercio statunitense è più breve di quanto si immagini e potrebbe seguire quanto già fatto ai danni della Francia, anch’essa promotrice della stessa imposta. E il vino italiano, che negli Stati Uniti vende circa il 30% del proprio export a valore (oltre 1,7 miliardi di euro), potrebbe essere ancora una volta tra i prodotti a rischio.

«Occorre prudenza in questa fase così delicata della politica americana», ha affermato il segretario generale Uiv, Paolo Castelletti. Sul tavolo la proposta di «sospendere temporaneamente gli effetti dell’imposta sui servizi digitali alla luce dei lavori in corso in ambito Ocse, anche cogliendo l’opportunità della presidenza italiana del G20 nel 2021 che potrebbe farsi promotrice di un accordo multilaterale e tendere una mano verso la nuova amministrazione Biden», ha concluso Castelletti.

Cos'è la digital tax?
Secondo la normativa italiana, introdotta con la legge di bilancio 2020, la digital tax prevede una tassa del 3% su alcuni servizi digitali e si rivolge a quelle aziende che abbiano un fatturato superiore ai 750 milioni di euro nel mondo e con ricavi da servizi digitali realizzati in Italia non inferiori a 5,5 milioni. Soggetti che garantirebbero un gettito di circa 700 milioni l’anno. Eppure, nonostante la data di entrata in vigore sia fissata al 16 febbraio, la soluzione della querelle con gli Stati Uniti sembra ancora lontana e in attesa di un accorso in sede Ocse. Dove sono proprio gli Usa a porre il veto.

© Riproduzione riservata


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Alberto Lupini


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