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“Extravergine d’oliva”, troppo generico
Il futuro è l’olio monocultivar

Pubblicato il 07 luglio 2016 | 12:32

Per emergere e vincere sul mercato l’olio extravergine d’oliva deve puntare sulla varietà, così come succede per il vino. I nostri olivicoltori sono in una posizione di debolezza nella competizione internazionale


L'olio extravergine d'oliva punta sulle differenziazioni e quindi sulle bottiglie d'olio “monocultivar” per vincere la sfida dei mercati e dei prezzi. Il cambiamento auspicato dal comparto consiste nell'inserire nel lessico comune termini come leccino, coratina, frantoio, moraiolo, ogliarola e barese, al pari di sangiovese, merlot, barbera, nebbiolo e negroamaro per quanto riguarda il vino. Il valore aggiunto di questa operazione peserebbe per almeno un miliardo d'euro. A dare questa stima e ad indicare la nuova tendenza è stato il Cno-Consorzio nazionale degli olivicoltori, in occasione del cinquantesimo anniversario dalla sua costituzione.



Nonostante i segni positivi dell'export e un fatturato da circa 3 miliardi di euro l'anno, il segmento dell'olio extravergine d'oliva nel nostro Paese è attraversato da molteplici difficoltà: margini esigui per i produttori d'olive, poco ricambio generazionale nei campi, contraffazioni massicce e politiche poco lungimiranti, che hanno posto i nostri olivicoltori in una posizione di debolezza nella competizione internazionale. Al di là delle contingenze come la Xylella, che pesa milioni di euro, o la confusione normativa sulla commercializzazione e sull'etichettatura (scadenza si, scadenza no), per il settore olivicolo-oleario italiano serve una nuova strategia di lungo respiro.

«Abbiamo l'oro nelle mani - ha sostenuto il presidente nazionale del Cno, Gennaro Sicolo - e lo vendiamo come stagno, probabilmente le colpe non sono tutte nostre ma dobbiamo accogliere la sfida e mettere in campo nuove idee. Io credo che il salto di qualità lo faremo producendo e promuovendo gli oli extravergini d'oliva mono-varietali. Probabilmente tra cinquant'anni dire olio extravergine d'oliva sarà come dire vino, quindi una definizione generica che non dà connotazione al prodotto».

«Per anni è stata fatta una battaglia di retroguardia - dichiara Dino Scanavino, presidente nazionale della Cia-Agricoltori italiani - pensando che bastasse dire che un olio d'oliva era italiano, per reputarlo migliore di altri, quindi, più remunerativo. Questo potrebbe essere anche vero, anzi lo è, ma la storia ci sta dicendo che l’italianità non può essere l'unico elemento per vincere sul mercato. La lotta alle contraffazioni, all'italian sounding, temo non si vinca oggi, perciò bisogna essere capaci di aggirare l'ostacolo. Per il comparto servono strategie lungimiranti che guardino al mondo, interpretando le richieste dei consumatori e offrendo loro un prodotto inimitabile».

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