EMERGENZA

Riso italiano in ginocchio: servono aiuti e più controlli sulle importazioni
Quotazioni dimezzate, importazioni cresciute del 20%, costi di produzione sempre più alti e carenza d’acqua stanno soffocando un comparto strategico, che in Italia vale oltre metà della produzione europea. Il Tavolo di filiera al ministero dell'Agricoltura ha raccolto le proposte delle associazioni, tra cui Coldiretti e Confagri. Una crisi raccontata anche dal produttore pavese Alex Carenzio
«Siamo fin troppo all’eccesso con le regole e le restrizioni. Ogni giorno se ne aggiungono di nuove, ma alle aziende servirebbe soprattutto un po’ di respiro». Le parole affidate a Italia a Tavola da Alex Carenzio, titolare dell’omonima azienda risicola di Pavia, descrivono un comparto ormai in ginocchio. Il Tavolo di filiera convocato dal ministero dell’Agricoltura, alla presenza del ministro Francesco Lollobrigida, ha visto - tra le altre - Coldiretti e Confagricoltura avanzare diverse proposte per sostenere le imprese. Si tratta di un primo passo, ma il percorso per rimettere ordine nella risicoltura italiana sarà necessariamente più lungo.
Aiuti economici, controlli sull’origine, strumenti finanziari per lo stoccaggio, una migliore gestione dell’acqua e la nascita di un Consorzio del riso aromatico italiano sono alcune delle richieste presentate. Il crollo dei prezzi, provocato anche dall’aumento del prodotto straniero, si somma infatti a problemi interni mai risolti, dall’incremento dei costi alla siccità, fino a un sistema di regole che, secondo i produttori, penalizza le aziende italiane senza garantire condizioni di concorrenza uniformi.
Il riso straniero aumenta, i prezzi italiani crollano
Alla base dell’allarme ci sono i dati della campagna commerciale 2025-2026, non ancora conclusa. In Italia sono arrivati oltre 190 milioni di kg di riso straniero, il 20% in più, e quattro confezioni importate su cinque provengono dall’Asia. Secondo Coldiretti, questa crescita dell’offerta ha contribuito a far precipitare di oltre il 50% le quotazioni riconosciute ai risicoltori italiani, già alle prese con costi di produzione più elevati e margini sempre più ridotti. «Il riso arriva da Paesi nei quali non valgono le stesse norme, molto restrittive, imposte a noi - osserva Carenzio. Chi produce all’estero può quindi essere avvantaggiato anche sul prezzo e noi ci troviamo a competere ad armi impari». Una disparità che, come racconta l’imprenditore, non si limita ai grandi esportatori asiatici, ma emerge anche all’interno della stessa Unione europea: «Ogni Paese continua ad agire in modo diverso. Anche in Spagna, per esempio, sono consentiti livelli e impieghi di pesticidi superiori rispetto a quelli ammessi in Italia».
Da qui la richiesta delle associazioni di applicare il principio di reciprocità negli accordi commerciali con i Paesi extra Ue, affinché il riso importato rispetti standard ambientali, sanitari e sociali equivalenti a quelli richiesti alle aziende europee. Sul fronte della trasparenza, Confagricoltura ha invece ribadito la necessità di migliorare l’etichettatura obbligatoria dell’origine sulle confezioni. A preoccupare è inoltre il negoziato per l’accordo di libero scambio tra Ue e Thailandia, uno dei maggiori esportatori mondiali di riso, che potrebbe accrescere ulteriormente la pressione sulla produzione italiana.
La siccità e il problema dell’acqua ancora irrisolto
La concorrenza del prodotto straniero rappresenta soltanto una parte della crisi. Sul fronte interno, le imprese devono fare i conti con l’aumento dei costi e una disponibilità d’acqua sempre più incerta: «Quest’anno dovremmo riuscire ad arrivare alla fine della stagione, ma l’acqua viene distribuita con il contagocce e molti miei colleghi sono in difficoltà» racconta Carenzio. La situazione non ha ancora raggiunto la gravità del 2022, quando la siccità colpì in modo particolarmente duro il Nord-Ovest e la sua azienda perse oltre il 90% della produzione, ma il problema è ormai diventato strutturale. Dopo quella crisi si era parlato della costruzione di nuovi invasi per raccogliere l’acqua nei periodi più piovosi e renderla disponibile durante la stagione agricola. Alle intenzioni, però, non sono seguiti interventi sufficienti.
«Anche questa primavera l’acqua è arrivata, ma non abbiamo ancora le infrastrutture necessarie per conservarla. Bisogna prendere misure concrete e realizzare invasi destinati alle colture, perché l’acqua è la prima cosa di cui abbiamo bisogno» sottolinea il risicoltore pavese. Proprio la gestione idrica occupa un posto centrale tra le richieste avanzate al Tavolo di filiera, che comprendono un piano nazionale degli invasi e la promozione, nell’ambito della futura Politica agricola comune, di pratiche capaci di rendere più razionale l’impiego dell’acqua nelle risaie. A queste si aggiungono maggiori investimenti nella ricerca e nelle Tecniche di evoluzione assistita (Tea), oltre a un sostegno più consistente per le imprese che puntano su qualità, innovazione e sostenibilità.
Dagli aiuti immediati agli strumenti per lo stoccaggio
Sul fronte economico, le proposte spaziano da un bando da 12 milioni di euro per acquistare riso 100% italiano da distribuire alle famiglie in difficoltà alla creazione di un fondo dedicato ai contratti di filiera nell’ambito del Fondo per la sovranità alimentare, affiancato da nuove risorse regionali. L’obiettivo è sostenere il reddito dei risicoltori e assorbire una parte del prodotto nazionale in una fase segnata dal forte calo delle quotazioni.
Un altro intervento, come anticipato, riguarda la gestione dello stoccaggio, attraverso strumenti finanziari che consentano alle aziende di ottenere liquidità valorizzando il riso conservato in magazzino, secondo meccanismi già utilizzati in altri comparti. I produttori avrebbero così maggiore autonomia nella scelta del momento in cui vendere, senza essere costretti a immettere subito il raccolto sul mercato nelle fasi caratterizzate dai prezzi più bassi. Nella stessa direzione va la proposta di costituire il Consorzio del riso aromatico italiano, con lo scopo di rafforzare l’identità e le opportunità commerciali di queste produzioni.
Più trasparenza sull’origine del riso
Il pacchetto comprende infine il miglioramento dell’etichettatura obbligatoria di origine e un rafforzamento dei controlli sulla provenienza del prodotto. Tra gli strumenti indicati figurano la risonanza magnetica, la mappa genomica e la mappatura isotopica, tecnologie che permetterebbero di verificare con maggiore precisione quanto dichiarato sulle confezioni e di contrastare eventuali frodi ai danni dei consumatori.
La questione assume un peso ancora maggiore se si considera che l’Italia produce oltre la metà del riso europeo. Il cuore del comparto è, appunto, la provincia di Pavia, prima area risicola d’Europa con più di 80mila ettari coltivati. La crisi non riguarda quindi soltanto il reddito delle singole aziende, ma la tenuta di una filiera strategica per l’agricoltura nazionale e per un patrimonio gastronomico composto da varietà strettamente legate ai territori e alla cucina italiana.
Il Tavolo è soltanto il primo passo
Insomma, le proposte avanzate da Coldiretti e Confagricoltura al Tavolo di filiera intervengono su diversi livelli: aiuti immediati, accesso alla liquidità, trasparenza dell’origine, tutela commerciale, valorizzazione del prodotto e gestione dell’acqua. Nessuna singola misura, però, può bastare a risolvere una crisi nata dall’intreccio fra prezzi, costi, concorrenza estera, siccità e carico normativo.
«Bisogna fare qualcosa, realizzare gli invasi necessari alle colture e allentare un po’ la presa su tutte le regole e le restrizioni che abbiamo» conclude Carenzio. Il confronto aperto al ministero ha dunque tracciato una prima direzione, ma ora dovrà proseguire e tradursi in decisioni concrete. Per rimettere in equilibrio la risicoltura italiana servirà una strategia di lungo periodo, capace di proteggere le aziende nell’emergenza e di restituire competitività a uno dei comparti più importanti dell’agroalimentare nazionale.

