«Ciao papà, salutami Veronelli». Paolo Manfredi ricorda il padre Lino
Paolo Manfredi ha voluto regalare al papà Lino, scomparso all'improvviso a 66 anni lasciando un grande vuoto in famiglia e nel mondo della rostorazione italiana, un sentito omaggio affetuoso che ne traccia vita e lavoro
In occasione della morte del papà Lino (nella foto), Paolo Manfredi, ha voluto dedicargli un ricordo "a caldo" che, oltre a sfiorare con garbo gli affetti famigliari, costituisce un omaggio ad una figura professionale che in tempi di chef star sembra essersi un po' appannata. Eppure è proprio grazie all'impegno ed al sacrificio di una vita di professionisti come Lino Manfredi se oggi la Cucina italiana (quella con la C maiuscola) ha saputo conquistare un primato a livello internazionale. Con piacere e rispetto pubblichiamo quindi il contributo del carissimo amico Paolo Manfredi.
Mio padre, che ci ha lasciato improvvisamente sabato notte, era un vecchio cuoco e molti di quelli che leggono avranno capito subito cosa intendo.
Non era tanto "vecchio" per età (a 66 anni in Italia si è nel fiore), quanto per come esercitava e intendeva la professione del cuoco, per come portava quella giacca che abbiamo voluto lo accompagnasse anche nel suo ultimo viaggio.
Ha fatto la gavetta mio padre, ha studiato poco ma nelle scuole alberghiere vere, che erano scuole "alberghiere" perché erano negli alberghi e formavano persone per fare il mestiere del cuoco o del cameriere dove c'erano clienti veri. Non erano scuole parcheggio per arrivare fino al parcheggio dell'università e chi le frequentava non andava a fare i colloqui con i genitori, schifati perché il loro figliolo dovrebbe lavorare la sera. Per questo mio padre, che ha formato decine di collaboratori, diceva sempre che era «meglio prenderli dal Beccaria (carcere minorile) che dall'alberghiero» e ha fatto dei professionisti da lavapiatti curiosi che magari non parlavano nemmeno l'italiano.
I vecchi cuochi come mio padre non sono telegenici e si sarebbero un po' vergognati a farsi anche solo fotografare, figuriamoci con un pesce e una donna nuda. Venivano da un mondo di durissimo lavoro ma più semplice. Le cucine dei vecchi cuochi sono magari pulite (lo è la nostra) ma sono cucine, non sale operatorie né show-room. Come le loro cucine i vecchi cuochi non sono mai leccati, sono segnati dalla fatica, spesso alzano il gomito e parlano come degli scaricatori di porto (o come dei vecchi cuochi). I vecchi cuochi non cucinano quasi mai per arte o ispirazione, ma perché è un lavoro, da fare seriamente ma senza troppi fronzoli. Si appassionano al mestiere, perché il lavoro è dignità, ma si vergognano di essere considerati i nuovi Michelangelo, fanno cucina come potrebbero fare qualsiasi altro lavoro artigianale. I vecchi cuochi potrebbero fare anche i camerieri, non li guardano dall'alto in basso né si sentono più importanti (uno gioca in porta, uno a centrocampo e va bene così), sono un po' più distanti da i lavapiatti, ma un lavapiatti poteva diventare un vecchio cuoco anche senza fare il mutuo per andare a Colorno. I vecchi cuochi come mio padre sono per sempre grati a Gualtiero Marchesi, che ha preso una professione di vecchi cuochi e ne ha fatto un mestiere stimato e rispettato, anche se i vecchi cuochi pensano che ora si esagera un po'.
I vecchi cuochi non parlano di proteine o di reazione di Maillard, non sono chimici, sono cuochi. I vecchi cuochi guardano a tutte le diavolerie tecnologiche con enorme diffidenza e anche quando qualcuno li obbliga a comprarle e utilizzarle non ne sono convinti. I vecchi cuochi si sentono spaesati ai congressi gastronomici dove tutto è troppo bello, troppo figo, troppo avanti. I vecchi cuochi fanno la cucina della memoria, che da noi al nord é spesso grigia o marrone e si arrabbiano se una decorazione prende troppo tempo e il piatto si fredda perché la cosa più importante è che quello che cucinano sia buono. I vecchi cuochi hanno il culto della cucina espressa e quello che non è espresso gli puzza di fregatura.
Io non sono un vecchio cuoco, e infatti pur rispettando le idee di mio padre, spesso non ero d'accordo. Voglio elogiare i vecchi cuochi perché ne conosco tanti, sia da bambino, sin da quando erano solo i cuochi (una delle tante facce del lavoro manuale e di fatica, bello e nobile ma meglio che lo facciano gli altri) e perché non ne parla nessuno. Siamo, ed è un'eredità genetica di quando la nostra categoria era un lavoro di fatica, una professione con poca memoria. I giornalisti, i dottori laureati che dovrebbero raccontarci e farci riflettere, non lo sanno più fare. Veronelli, il miglior cantore dei vecchi cuochi, ha preceduto mio padre nel paradiso dei gourmet, e ora tanti suoi colleghi (con enormi eccezioni a partire da chi mi ospita) sono dei turisti della ristorazione, recensori professionali di TripAdvisor, alla perenne ricerca dello sfizio e della novità e incapaci di una minima riflessione sull'evoluzione (e l'involuzione) di quel mondo che dà loro da scrivere e dunque da mangiare. Anche a parlare di cucina ci vuole cultura e la cultura nel nostro mondo scarseggia come i Roner nelle cucine dei vecchi cuochi.
Sarebbe bello se ogni tanto, diciamo una volta ogni dieci citazioni della Parodi e di Rugiati, qualcuno parlasse anche dei vecchi cuochi e dei vecchi ristoratori, o quantomeno si ricordasse che esiste una cucina italiana da prima di Masterchef. Esiste un mondo di ristoranti, osterie, trattorie vere, non partorite dagli uffici marketing che da ancora da mangiare alla maggioranza delle persone e che è in crisi di età di idee e di soldi. Questa crisi non può essere ignorata o accettata senza battere ciglio perché stiamo segando l'albero su cui siamo seduti ed è pericoloso. I vecchi cuochi, i giovani intelligenti e chi scrive di noi non perché non aveva alternative lo sanno. Ciao papà, salutami Veronelli.
Foto per gentile concessione di Maurizio Brera
Mio padre, che ci ha lasciato improvvisamente sabato notte, era un vecchio cuoco e molti di quelli che leggono avranno capito subito cosa intendo. Non era tanto "vecchio" per età (a 66 anni in Italia si è nel fiore), quanto per come esercitava e intendeva la professione del cuoco, per come portava quella giacca che abbiamo voluto lo accompagnasse anche nel suo ultimo viaggio.
Ha fatto la gavetta mio padre, ha studiato poco ma nelle scuole alberghiere vere, che erano scuole "alberghiere" perché erano negli alberghi e formavano persone per fare il mestiere del cuoco o del cameriere dove c'erano clienti veri. Non erano scuole parcheggio per arrivare fino al parcheggio dell'università e chi le frequentava non andava a fare i colloqui con i genitori, schifati perché il loro figliolo dovrebbe lavorare la sera. Per questo mio padre, che ha formato decine di collaboratori, diceva sempre che era «meglio prenderli dal Beccaria (carcere minorile) che dall'alberghiero» e ha fatto dei professionisti da lavapiatti curiosi che magari non parlavano nemmeno l'italiano.
I vecchi cuochi come mio padre non sono telegenici e si sarebbero un po' vergognati a farsi anche solo fotografare, figuriamoci con un pesce e una donna nuda. Venivano da un mondo di durissimo lavoro ma più semplice. Le cucine dei vecchi cuochi sono magari pulite (lo è la nostra) ma sono cucine, non sale operatorie né show-room. Come le loro cucine i vecchi cuochi non sono mai leccati, sono segnati dalla fatica, spesso alzano il gomito e parlano come degli scaricatori di porto (o come dei vecchi cuochi). I vecchi cuochi non cucinano quasi mai per arte o ispirazione, ma perché è un lavoro, da fare seriamente ma senza troppi fronzoli. Si appassionano al mestiere, perché il lavoro è dignità, ma si vergognano di essere considerati i nuovi Michelangelo, fanno cucina come potrebbero fare qualsiasi altro lavoro artigianale. I vecchi cuochi potrebbero fare anche i camerieri, non li guardano dall'alto in basso né si sentono più importanti (uno gioca in porta, uno a centrocampo e va bene così), sono un po' più distanti da i lavapiatti, ma un lavapiatti poteva diventare un vecchio cuoco anche senza fare il mutuo per andare a Colorno. I vecchi cuochi come mio padre sono per sempre grati a Gualtiero Marchesi, che ha preso una professione di vecchi cuochi e ne ha fatto un mestiere stimato e rispettato, anche se i vecchi cuochi pensano che ora si esagera un po'.
I vecchi cuochi non parlano di proteine o di reazione di Maillard, non sono chimici, sono cuochi. I vecchi cuochi guardano a tutte le diavolerie tecnologiche con enorme diffidenza e anche quando qualcuno li obbliga a comprarle e utilizzarle non ne sono convinti. I vecchi cuochi si sentono spaesati ai congressi gastronomici dove tutto è troppo bello, troppo figo, troppo avanti. I vecchi cuochi fanno la cucina della memoria, che da noi al nord é spesso grigia o marrone e si arrabbiano se una decorazione prende troppo tempo e il piatto si fredda perché la cosa più importante è che quello che cucinano sia buono. I vecchi cuochi hanno il culto della cucina espressa e quello che non è espresso gli puzza di fregatura.
Io non sono un vecchio cuoco, e infatti pur rispettando le idee di mio padre, spesso non ero d'accordo. Voglio elogiare i vecchi cuochi perché ne conosco tanti, sia da bambino, sin da quando erano solo i cuochi (una delle tante facce del lavoro manuale e di fatica, bello e nobile ma meglio che lo facciano gli altri) e perché non ne parla nessuno. Siamo, ed è un'eredità genetica di quando la nostra categoria era un lavoro di fatica, una professione con poca memoria. I giornalisti, i dottori laureati che dovrebbero raccontarci e farci riflettere, non lo sanno più fare. Veronelli, il miglior cantore dei vecchi cuochi, ha preceduto mio padre nel paradiso dei gourmet, e ora tanti suoi colleghi (con enormi eccezioni a partire da chi mi ospita) sono dei turisti della ristorazione, recensori professionali di TripAdvisor, alla perenne ricerca dello sfizio e della novità e incapaci di una minima riflessione sull'evoluzione (e l'involuzione) di quel mondo che dà loro da scrivere e dunque da mangiare. Anche a parlare di cucina ci vuole cultura e la cultura nel nostro mondo scarseggia come i Roner nelle cucine dei vecchi cuochi.
Sarebbe bello se ogni tanto, diciamo una volta ogni dieci citazioni della Parodi e di Rugiati, qualcuno parlasse anche dei vecchi cuochi e dei vecchi ristoratori, o quantomeno si ricordasse che esiste una cucina italiana da prima di Masterchef. Esiste un mondo di ristoranti, osterie, trattorie vere, non partorite dagli uffici marketing che da ancora da mangiare alla maggioranza delle persone e che è in crisi di età di idee e di soldi. Questa crisi non può essere ignorata o accettata senza battere ciglio perché stiamo segando l'albero su cui siamo seduti ed è pericoloso. I vecchi cuochi, i giovani intelligenti e chi scrive di noi non perché non aveva alternative lo sanno. Ciao papà, salutami Veronelli.
Foto per gentile concessione di Maurizio Brera



I commenti dei lettori
9 commenti su questo articolo
Cristina pellitteri
Grazie a Lino dei momenti spaciali trascorsi al ristorante
Non Sarà più la stessa cosa cosa venire a pranzare o cenare li da voi senza trovare il Signor Lino. Sicuramente lo cercheremo in Ogni angolo del locale, in ogni gusto che assaporeremo, in ogni Profumo che aleggerà nell'aria al passaggio di ogni Piatto ed è proprio li che lo rivedremo.. Tra un tavolo e l'altro a scambiare due parole e un sorriso alla buona con Ognuno di noi. Grazie al figlio e la moglie lo continueremo a rivivere.. Grazie dei momenti speciali in cui ci hai fatto compagnia caro Lino..un abbraccio a tutta la famiglia
Piero e Pia
Abbiamo perso un guerriero
A Paolo che ha perso un padre guerriero, Piero e Pia si stringono forte a lui e alla sua mamma in ricordo di un amico,collega,e soprattutto una persona che la pensava in tutto e per tutto come noi. Addio Manfredi lassù troverai tante persone interessanti. Con affetto.
Guerrino Di Benedetto
Ciao Lino
Il nostro Signor Lino, che io ho avuto la fortuna di conoscere, purtroppo solo per poco, ma le parole di Paolo e di Matteo mi fanno capire la grandezza e la generosità di un uomo semplice. Lino ci ha lasciati nell'ultimo giorno di Chanukah, la festa ebraica delle luci. In questi giorni leggendo dei testi sacri si pone l'importanza sulla luce come energia che genera ricordo, il tempo cancella spesso il ricordo delle persone ma le persone che lasciano la luce vivranno per sempre. Strano ma questo ho pensato di Lino, quando lo conobbi ero, e tutt'ora lo sono, nessuno nel mondo della ristorazione, ma lui mi parlò subito come un amico, e quando ci vide cucinare il risotto sull'Ape in Piazza San Fedele, sorrideva del nostro mezzo, era il sorriso di chi le aveva viste tutte, il sorriso che solo i buoni hanno. Peccato non aver potutto approffittare della sua luce.
antonio nunziata
Mi rivedo nella figura di questo vecchio cuoco
sentite condoglianze alla famiglia al collega e alla grande famiglia delle berrette bianche! fare della polemica spicciola dinanzi alla morte è superfluo m'inchino dinanzi ad essa ed all'amore di un figlio che ha perso il proprio padre, mi rivedo tantissimo in questa figura del vecchio cuoco io li cresco da trent'anni le nuove generazioni di cuochi e so cosa significa interagire con dei ragazzi!tempo fa per un articolo di matteo scibilia che parlava di un vecchio oste lombardo e che a sua volta sparò a zero sull'istruzione alberghiera risposi a tono. invito l'amico paolo ad andarsi a rileggere nell'archivio quella vecchia polemica cercandolo con il nome di antonio nunziata! nel rinnovarti le mie piu sentite condoglianze e senza spirito di polemica alcuna, ma come invito a riflettere, poi se ti va ne possiamo parlare in un contesto diverso e piu adatto, ti sottolineo solo un aspetto di questa lettera piena di affetto, che non mi va, questo: Ha fatto la gavetta mio padre, ha studiato poco ma nelle scuole alberghiere vere, che erano scuole "alberghiere" perché erano negli alberghi e formavano persone per fare il mestiere del cuoco o del cameriere dove c'erano clienti veri. Non erano scuole parcheggio per arrivare fino al parcheggio dell'università e chi le frequentava non andava a fare i colloqui con i genitori, schifati perché il loro figliolo dovrebbe lavorare la sera. Per questo mio padre, che ha formato decine di collaboratori, diceva sempre che era «meglio prenderli dal Beccaria (carcere minorile) che dall'alberghiero» e ha fatto dei professionisti da lavapiatti curiosi che magari non parlavano nemmeno l'italiano.
folcia roberto
Un saluto anche ad Enzo Dellea
Penso che lei signor Paolo abbia pienamente ragione, io mi considero un cuoco di vecchio stampo e condivido pienamente tutto quello che esprime nella sua lettera, la ricchezza della nostra cucina è stata fatta e creata dai vecchi cuochi che ci mettevano la schiena per il lavoro che si faceva senza guardare orari ed altro. Colgo l'occasione anche per ricordare lo chef che mi ha insegnato questo bel lavoro che amo, ma purtroppo non c'è più: ENZO DELLEA.
Mostra altri 4 commenti
Emilio Ridolfi
Bisogna imparare dai "vecchi Cuochi"
Ha ragione Paolo, non poteva ricordare suo Padre in modo migliore. Bisognerebbe imparare dai "vecchi Cuochi" e ridare il giusto senso a ogni cosa. Buon Natale e Prospero Anno Nuovo!
matteo scibilia
I vecchi Cuochi sono la vera testimonianza della nostra Cucina
E' strano dover scrivere tutto ciò, di una persona che non c'è più, ma una risposta la lettera di Paolo la merita. in molti mi hanno telefonato per lo stesso motivo, lo stesso che Paolo lascia trasparire senza mezzi termini: caro Paolo, non esiste il vecchio Cuoco, esiste solo il Cuoco, oggi vince il ciarlatano, vince l'uomo della televisione, qualche tempo fa la critica si affannava a distinguere i " ragazzi " stile grande fratello, senza arte ne parte, rispetto a chi ha fatto scuola di recitazione e per anni ha fatto gavetta. Ecco anche per i cuochi è cosi, oggi sono in televisione senza divisa, senza cappello, con orologi e bracialetti al polso, con ragazze/veline in giro, li chiamano cuochi ma non lo sono, non hanno il sudore della cucina addosso, hanno il cerone della truccatrice,hanno le luci, hanno le stelle, girano il mondo perchè, qui in patria è tutto più difficile. Ci sono tanti " Lino " per fortuna ancora, ma non basta, i vecchi Cuochi sono e saranno la bandiera della nostra cucina, sono e saranno l'unica e vera testimonianza della nostra Cucina.
Gianluca Brambilla
I vecchi cuochi come te, Lino, sono angeli...
....i vecchi cuochi come te, signor Lino, sono degli Angeli, che ti proteggono senza che tu neanche te ne accorga! Ti proteggono da una società che spesso corre ma non ha la minima idea di dove stia andando. I tuoi piatti, caro Lino, erano una certezza, un punto di riferimento, un modo per rifarti il gusto, rassettare il palato, stravolto da tante cazzate che ti fanno passare le notti a ingurgitare Maalox. E adesso divertiti a cucinare nel ristorante del Paradiso dove Dio ci giudica per l'Amore e la Giustizia che abbiamo saputo offrire da vivi, mica dalle bestemmie! Arrivederci signor Manfredi e grazie per tutto quello che ci hai insegnato e lasciato a cominciare da tuo figlio Paolo.
Lorenza Vitali
Hai saputo restituire a tutti il tuo meraviglioso padre. Grazie
Ciao Paolo, non ci sono parole, mi vergogno anche a dire quello che si dovrebbe dire - "condoglianze" - anzi no,non lo dirò. Tu scrivendo queste bellissime parole hai fatto vivere e conoscere il tuo meravilgioso padre a tutti noi. Grazie a te, ma soprattutto ad un uomo che ha saputo allevare un figlio trasmettendogli un dono oggi molto raro: l'intelligenza sottile di chi sa essere umile perchè guarda lontano e sa cogliere le sfumature della vita!