Un po' per via della crescente lodevole attenzione a ciò che mangiamo, e un po' per via di situazioni contingenti, ahinoi, non proprio allegre (guerre, inflazione, costi crescenti del carburante), va delineandosi un nuovo scenario dell’alimentazione che, nel non prescindere dalla salvaguardia della salute e dal rispetto per la nostra tradizione, guarda al futuro della Dieta mediterranea. Del rapporto tra alimentazione, cultura, sostenibilità e territorio ne parliamo con il dottor Gennaro Giliberti, dirigente Agricoltura e sviluppo rurale della Regione Toscana, onde comprendere come pragmaticamente possiamo conciliare prevenzione, qualità delle produzioni e valore delle tradizioni locali.

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Intervista a Gennaro Giliberti

© Associazione Vivaisti Italiani (www.vivaistiitaliani.it)
Il dottor Gennaro Giliberti
Il dibattito europeo sulla salute cardiovascolare sembra entrare in una fase nuova. Perché l’alimentazione è tornata così centrale?

Perché le malattie cardiovascolari restano la principale causa di mortalità in Europa e nel mondo, e l’alimentazione è uno dei fattori modificabili più importanti. L’attenzione a sale, zuccheri, grassi saturi e alcol è quindi giustificata dalle evidenze scientifiche. Il punto, però, è evitare una lettura troppo riduttiva: i comportamenti alimentari non possono essere compresi soltanto misurando alcuni nutrienti o valutando gli alimenti fuori dal contesto in cui vengono prodotti e consumati.

Qual è, allora, la vera questione che l’Europa dovrebbe affrontare?

La questione non riguarda soltanto quali alimenti consumiamo, ma quale relazione vogliamo costruire tra salute, cultura alimentare, sostenibilità e territorio. La prevenzione è fondamentale, ma deve dialogare con la storia dei sistemi alimentari, con i paesaggi agricoli, con le comunità produttive e con le abitudini sociali. Solo così le politiche pubbliche possono essere efficaci e culturalmente sostenibili.

Ig: continuità storica, adattamento e valore contemporaneo

In questo scenario, che ruolo possono avere le Indicazioni geografiche?

Le Indicazioni geografiche sono spesso raccontate come residui del passato, ma è una rappresentazione fuorviante. Denominazioni di origine e indicazioni geografiche non sono sopravvissute perché immobili: sono sopravvissute perché hanno saputo adattarsi. La tradizione, in questo senso, non è il contrario dell’innovazione. È un’innovazione che ha attraversato il tempo.

Ma molti prodotti tradizionali, penso alle carni rosse, ai formaggi stagionati, ai salumi, per non parlare dei vini, presentano anche criticità nutrizionali. Come si tiene insieme tutto questo?

Con onestà scientifica. Nessuno dovrebbe sostenere che questi alimenti siano privi di criticità o che possano essere consumati senza limiti. Allo stesso tempo, sarebbe scorretto considerarli solo come somma di sale, zuccheri, grassi o alcol. Molti prodotti identitari sono espressione di territori, competenze, relazioni sociali e modelli culturali costruiti nel corso di generazioni. Il loro valore non è soltanto chimico-nutrizionale, ma anche agricolo, economico, paesaggistico e culturale.

Per il dottor Giliberti, i prodotti identitari vanno valutati oltre i soli nutrienti
Questo significa attribuire ai prodotti della tradizione un valore salutistico?

No. Significa riconoscere che il rapporto tra alimentazione e salute è più complesso della semplice somma dei nutrienti. Nessun sistema sintetico di classificazione nutrizionale può esaurire il significato complessivo di un alimento. La salute pubblica deve basarsi sulla scienza, ma la scienza stessa oggi indica l’importanza dei modelli di vita complessivi, non dei singoli prodotti considerati isolatamente.

Salute e longevità dipendono dagli stili di vita

Le ricerche sulla prevenzione cardiovascolare stanno andando proprio in questa direzione?

. Modelli come il Life’s Essential 8 dell’American Heart Association considerano insieme alimentazione, attività fisica, sonno, peso corporeo, pressione arteriosa, glicemia, colesterolo e consumo di nicotina. Anche le riflessioni più recenti sulla longevità guardano sempre più agli stili di vita nel loro insieme: alimentazione, movimento, stress, relazioni sociali, ambiente e benessere psicologico sono componenti interdipendenti.

Che cosa resta, allora, della Dieta mediterranea in questa discussione?

Resta moltissimo, purché non la si riduca a un elenco di alimenti consentiti e sconsigliati. La Dieta mediterranea è prima di tutto un modello culturale: integra produzione agricola, stagionalità, convivialità, relazioni umane, ritualità, moderazione e varietà. Non a caso l’Unesco [anno 2010] l’ha riconosciuta come patrimonio culturale immateriale dell’umanità, proprio perché riguarda pratiche, conoscenze e relazioni tra comunità, territorio, clima e produzione agricola.

Per il dottor Giliberti, la Dieta mediterranea unisce cibo, moderazione, convivialità e territorio
Perché la convivialità è così importante?

Perché il benessere non dipende soltanto dalla qualità biologica degli alimenti, ma anche dal contesto relazionale in cui vengono consumati. Condividere il cibo significa costruire legami, trasmettere conoscenze, rafforzare appartenenze e dare significato ai comportamenti alimentari. La tavola non è solo un luogo di consumo: è uno spazio di relazione, fiducia e benessere sociale.

Il modello Toscana tra produzioni, paesaggio e cultura

Come si inserisce la Toscana in questo ragionamento?

La Toscana è un caso di studio particolarmente leggibile. Le sue produzioni Dop, Igp e Pat non sono soltanto qualità gastronomica: sono sistemi complessi in cui si intrecciano biodiversità, paesaggio, competenze produttive, identità locali e sviluppo economico. Un olio extravergine Dop, un Pecorino Toscano Dop, una Finocchiona Igp, un Prosciutto Toscano Dop o un vino di grande tradizione non sono solo alimenti: sono filiere che conservano varietà e saperi, mantengono vivo il presidio delle aree rurali e contribuiscono alla cura del paesaggio.

Per il dottor Giliberti, le produzioni toscane tutelano biodiversità, paesaggio, saperi e sviluppo rurale
Il problema, quindi, non sono questi alimenti in sé?

Il problema è spesso la perdita del senso della misura. Molti alimenti ricchi non erano destinati a un consumo quotidiano e continuo: appartenevano alle feste, alle ricorrenze, ai momenti importanti. La modernità li ha resi disponibili ogni giorno, in ogni stagione e in quantità praticamente illimitate. È cambiato il contesto, non necessariamente l’alimento. Per questo bisogna recuperare moderazione, varietà, stagionalità e consapevolezza.

Educare il consumatore è la nuova sfida dell’innovazione

Che cosa significa innovare, oggi, nel campo dell’alimentazione?

Per molto tempo abbiamo pensato che innovare significasse soprattutto modificare il prodotto o migliorare le tecniche produttive. Oggi la sfida più importante riguarda il consumatore. Innovare significa formare cittadini capaci di interpretare il cibo nella sua complessità: capire il valore delle porzioni, della frequenza di consumo, della stagionalità, della convivialità, della provenienza e della qualità delle produzioni.

Per il dottor Giliberti, innovare significa educare il consumatore a comprendere davvero il cibo
Le Indicazioni geografiche possono diventare laboratori di questa nuova educazione alimentare?

. Possono essere più che strumenti di tutela commerciale o marchi di qualità. Possono diventare luoghi in cui sperimentare un diverso rapporto tra produzione, salute, ambiente, cultura e territorio. La sostenibilità non riguarda solo le tecniche produttive, ma anche i comportamenti di consumo. In questo senso, le produzioni identitarie non sono un ostacolo agli obiettivi di salute pubblica: possono essere parte della soluzione, se inserite in modelli alimentari equilibrati e accompagnate da educazione.

Innovare senza perdere il senso delle proprie radici

Qual è, in conclusione, la sfida per il futuro?

La sfida è costruire una relazione più matura tra conoscenza scientifica, cultura alimentare, responsabilità individuale e innovazione. Una società consapevole non elimina gli alimenti identitari, ma impara a riconoscerne il valore distinguendolo dal consumo abituale. Per secoli abbiamo innovato campi, stalle, frantoi, cantine e laboratori. Oggi dobbiamo innovare il modo in cui scegliamo, comprendiamo e viviamo il cibo. Perché la tradizione è davvero un’innovazione che ce l’ha fatta, ma continuerà a farcela solo se saprà insegnare alle nuove generazioni come innovare senza perdere il senso delle proprie radici.

Un’ultima domanda: è quasi mezzogiorno. Posso chiederLe in cosa consiste oggi il Suo pranzo, caro dottor Giliberti?

A pranzo gusterò una bellissima insalata di patate, fagiolini, pomodori e carciofini, con olio evo autoctono e generose dosi di basilico. Il pranzo delle famiglie che vivevano nelle campagne, di quelle (successive) delle giornate al mare, della stagione estiva, della sazietà senza peso, del perfetto equilibrio tra gusto, tradizione, salute e piacere. Il piacere amorevole delle mamme!