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Ristoranti aperti ma vuoti, non basta essere in zona gialla

La possibilità di riaprire nelle regioni “gialle” non coincide con una ripresa immediata delle attività, anzi. Si lavora senza clientela, continuando a sostenere costi fissi. Bisogna far sì che i locali che rispettano le regole e garantiscono la sicurezza possano aprire la sera, riattivando un minimo di normalità

di Alberto Lupini
direttore
01 febbraio 2021 | 12:48

Ristoranti aperti ma vuoti, non basta essere in zona gialla

La possibilità di riaprire nelle regioni “gialle” non coincide con una ripresa immediata delle attività, anzi. Si lavora senza clientela, continuando a sostenere costi fissi. Bisogna far sì che i locali che rispettano le regole e garantiscono la sicurezza possano aprire la sera, riattivando un minimo di normalità

di Alberto Lupini
direttore
01 febbraio 2021 | 12:48

È innegabile che essere in zona gialla garantisca qualche opportunità in più, ma siamo davvero sicuri che la riapertura di bar, ristoranti, pizzerie e agriturismi coincida con quella auspicata ripresa di attività? Fra l’essere chiusi per decreto e l’alzare le saracinesche per aspettare dei clienti che al momento non faranno a gara per pranzare fuori casa, cosa potrebbe convenire di più?

Scontato che, anche solo per ragioni psicologiche, è meglio aprire e lottare sul campo che morire d’inedia, non si può non considerare che parliamo di un lavoro monco, concentrato negli orari meno produttivi (con gli impiegati in smartworking per molti locali sarebbe meglio restare chiusi), con molti costi fissi e poche ragionevoli possibilità di ripianarli.

Ristoranti aperti ma vuoti Non basta essere in zona gialla

Pensiamo ai comuni a vocazione turistica dove tenere aperto un bar o un ristorante è come volersi fare del male. L’esempio di Firenze, da qualche giorno in zona gialla, è emblematico. Nel centro storico non c’è nessuno: 5 persone (cinque) in coda alla biglietteria degli Uffizi. Per il resto il deserto e poter mangiare in centro è davvero un’impresa: i locali aperti sono pochissimi e sconsolatamente vuoti. E ciò che stupisce è che fra i pochi aperti ci sono anche dei buchi dove, al di là del covid, una persona sana di mente non ci entrerebbe se non per prendere un pacchetto di sigarette e poi uscirsene in fretta.

E non è che un locale aperto ma vuoto possa resistere molto: con gli esigui ristori che ci sono e col rischio di non poter attivare la cassa integrazione il futuro può essere nero per tutti.

Poiché è impensabile che da istituzioni di fatto assenti rispetto ai problemi dei pubblici esercizi possano venire soluzioni geniali nel brevissimo periodo, né si può pensare che basti urlare di voler riaprire per riempiere i locali, occorre rivedere con decisione tutta la questione. Occorre mettere le aziende sane e sicure (due aggettivi usati non caso) nella condizione di potere riattivare un minimo di normalità. E ciò è possibile solo con la riapertura serale ed offrendo precise garanzie. In attesa che si possa giungere alla vaccinazione di tutti gli addetti, l’avere locali ampi con posti a sedere distanziati fissi e verificabili e la registrazione di tutti i clienti, potrebbe essere la carta da giocare, così come proposto da Fipe e Fiepet anche per le zone in giallo. Chi non ha cucina o posti a sedere potrebbe lavorare con le attuali limitazioni o restare chiuso ed essere aiutato.

Sarebbe un modo per favorire chi ha le carte in regola per lavorare e cercare di mettere un po’ di ordine in quel “far west” creato dalla assurda liberalizzazione degli anni scorsi che ha portato ad un eccesso di locali, spesso piccoli e gestiti da persone senza preparazione. Se poi il futuro nuovo Governo metterà nel programma una nuova regolamentazione del comparto fissando criteri rigorosi per l’ingresso, meglio ancora.

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