SICILIA DEL VINO

Dal Corleonese all'Etna fino al Val di Noto: quattro cantine siciliane da scoprire
La Sicilia del vino è cresciuta nel tempo in qualità, reputazione e capacità di raccontarsi, grazie a famiglie storiche e nuove generazioni che hanno saputo interpretare i vitigni e l'identità dei luoghi. Tra le realtà da conoscere ci sono Principe di Corleone, Murgo, Tenuta Palmeri e Cantina Marilina, ognuna con un legame diverso con la propria terra
Negli ultimi decenni la Sicilia del vino ha trovato una voce nuova, capace di farsi ascoltare ben oltre lo Stretto. A darle forza sono stati produttori storici e giovani generazioni, che hanno recuperato vitigni, riletto territori e affidato al calice il carattere dei luoghi in cui lavorano. Per conoscerli bisogna lasciare le strade più battute e addentrarsi in una geografia disegnata dai filari, che cambia dalle colline dell’entroterra ai suoli vulcanici, fino alle vigne raggiunte dal vento del mare. Abbiamo scelto quattro cantine che forse non tutti conoscono, ma che meritano una visita: realtà differenti, ciascuna con una storia da raccontare, da scoprire durante una vacanza sull’isola o proprio nel periodo della vendemmia.
Principe di Corleone (Corleone, Palermo)
La prima è Principe di Corleone, la cantina della famiglia Pollara. Il paese palermitano, purtroppo, è conosciuto nel mondo soprattutto per la propria storia legata alla mafia e per aver dato i natali a Totò Riina. A questa pagina reale e sanguinosa si è sovrapposta la fama planetaria de Il Padrino, un’opera di finzione che ancora oggi conduce fin qui visitatori sulle tracce di personaggi mai esistiti. Eppure le scene siciliane della saga non furono girate a Corleone, bensì soprattutto a Savoca e Forza d’Agrò. Per conoscere davvero questo territorio, dunque, occorre allontanarsi da quell’immaginario e ritrovarne l’identità agricola, fatta di persone perbene che lavorano la terra.
Fra queste c’è la famiglia Pollara, una delle presenze storiche della vitivinicoltura corleonese. Una storia, la loro, cominciata nel 1892, quando Giuseppe Pollara riunì alcuni piccoli proprietari del Monrealese e diede forma a un progetto che abbracciava l’intera filiera, dalla coltivazione della vite alla trasformazione delle uve. Nel secondo dopoguerra nacque quindi Ivicor (Industria vitivinicola corleonese), che permise anche ai vignaioli della zona di lavorare e valorizzare i propri raccolti. In contrada Malvello sorsero la cantina e gli spazi per l’affinamento; nel 2004, infine, quel lungo cammino confluì nel marchio Principe di Corleone. Oggi la proprietà è giunta alla quarta generazione e gestisce circa 200 ettari vitati, 60 dei quali propri.
A raccogliere il testimone sono Vincenzo Pollara e la sorella Lea, affiancati dai figli (di Vincenzo) Leoluca, responsabile del marketing e dei mercati esteri, e Pietro, agronomo impegnato nella gestione dei vigneti e nello studio delle cultivar. Il ciclo produttivo comincia proprio nei filari: la raccolta, manuale e in cassetta, prende il via nella prima decade di agosto con le varietà bianche più precoci e si conclude fra settembre e ottobre con Nerello mascalese e Catarratto. Il patrimonio ampelografico comprende inoltre Nero d’Avola, Grillo, Inzolia e Moscato bianco, ai quali si affiancano Syrah, Chardonnay, Merlot, Cabernet sauvignon e Pinot bianco. Una ricchezza varietale sulla quale poggia una produzione di circa un milione di bottiglie all’anno.
Dalla vigna si passa poi alla cantina, dove le uve bianche e rosse seguono linee di lavorazione separate. L’acciaio conserva la freschezza delle espressioni più immediate; il rovere francese accompagna invece quelle destinate a maturare, dalle botti da cinquemila litri ai tonneaux, fino alle barrique di secondo e terzo passaggio. Nel 2021 l’adesione a SOStain ha rafforzato un percorso che comprende la conversione al biologico, l’abbandono del diserbo chimico e il recupero delle risorse impiegate. Accanto alla cantina, infine, un agriturismo con cinque camere permette di prolungare la visita con degustazioni, picnic fra i filari o qualche giorno nella campagna corleonese.
Vino da provare: Sophia 2025 (Catarratto 100%)
Cantine Murgo 1860 (Santa Venerina, Catania)
La seconda realtà si trova sull’Etna, territorio che negli ultimi anni ha indubbiamente raggiunto i vertici dell’enologia italiana. Qui il vino cambia volto da un versante all’altro, seguendo l’altitudine, l’esposizione e la successione delle colate laviche. Murgo ha il proprio centro a Santa Venerina (Ct), sul fianco orientale del vulcano, dove la Tenuta San Michele si estende per circa 40 ettari a 500 metri di quota. L’Etna si alza alle spalle e lo Ionio si apre davanti; in mezzo crescono vigne raggiunte dal vento marino, dentro un microclima che la famiglia Scammacca ha imparato a leggere molto prima che il vulcano diventasse una delle zone più ricercate del vino italiano.
Le origini risalgono al 1860, quando il senatore Luigi Gravina donò alla famiglia Scammacca circa 30 ettari di vigna, gli stessi sui quali sorge oggi la Tenuta San Michele. Più di un secolo dopo fu il barone Emanuele Scammacca del Murgo a trasformare il fondo in una moderna azienda agricola, puntando sui terreni vulcanici e sulla vocazione del versante orientale. Nel 1981 venne imbottigliata ed etichettata a mano la prima bottiglia, un Etna Rosso della vendemmia precedente. La scelta destinata a segnare l’identità della cantina arrivò poco dopo, quando la famiglia intuì che il Nerello mascalese poteva offrire molto anche oltre la tradizionale vinificazione in rosso.
Alla fine degli anni Ottanta Murgo cominciò così a utilizzare il Nerello mascalese per il Metodo Classico; nel 1990 arrivò il primo spumante. Quella che allora appariva una scommessa è diventata nel tempo una delle strade più frequentate sull’Etna. L’acidità naturale del vitigno e la sua capacità di evolvere hanno permesso alla cantina di lavorare su soste comprese fra 18 e 120 mesi sui lieviti, producendo bollicine bianche e rosate, dal Brut al Pas dosé. Accanto agli spumanti rimangono gli Etna Doc da Nerello mascalese e Carricante. Oggi Murgo produce circa 400mila bottiglie all’anno, con il Metodo Classico al centro dell’attività. Proprio per accompagnare questa crescita, nel 2025 la cantina è stata ampliata con 900 nuovi metri quadrati, destinati soprattutto alla spumantizzazione, al remuage e al dégorgement.
Come dai Pollara, anche dagli Scammacca l’esperienza può continuare oltre il calice. A Tenuta San Michele si può pranzare o cenare nel ristorante di cucina siciliana, partecipare alle degustazioni e soggiornare in 15 camere e suite, con una piscina affacciata sui vigneti. Scendendo a Catania, invece, la famiglia ha riportato a nuova vita Palazzo Scammacca, dimora storica a pochi passi da piazza Duomo. Oggi ospita dieci appartamenti e il Cortile Bistrot, oltre ad ambienti destinati alla musica e alle mostre. Murgo si racconta così in due luoghi: sull’Etna, dove nasce il vino, e nel centro barocco della città.
Vino da provare: Emanuele Scammacca Barone del Murgo 2013 (Metodo Classico Pas dosé da Nerello mascalese 100%)
Tenuta Palmeri (Avola, Siracusa)
Dall’Etna ci spostiamo verso sud, fino ad Avola (Sr), dove i Monti Iblei digradano verso il mare e la vite cresce in una campagna che ha conservato la propria varietà agricola. Qui si trova Tenuta Palmeri, nata dall’incontro fra questo territorio e la famiglia svizzera Breitschmid-Heiniger, che acquistò la proprietà nel 2002. Erika e Ueli avevano già esperienza nella viticoltura biologica e decisero di applicarne i principi anche nel Val di Noto, assecondando il clima e la natura dei suoli. Un progetto distante dall’attività per cui la famiglia è maggiormente conosciuta: Curaden, il gruppo al quale appartiene il marchio di spazzolini Curaprox.
Il progetto prese corpo nel 2006, con l’impianto dei primi 4,5 ettari e la costruzione della cantina, alla quale si accompagnò il recupero degli edifici della tenuta. Tre anni più tardi arrivò la prima vendemmia. Oggi la superficie vitata ha raggiunto i 24 ettari, senza però occupare l’intera proprietà: intorno ai filari continuano a crescere ulivi e mandorli, insieme alle altre colture della zona. La conduzione è biologica e punta a preservare la biodiversità del fondo. A portare avanti Palmeri è ora Nora Breitschmid, figlia dei fondatori, che ha affiancato agli studi di viticoltura una formazione nella comunicazione e nel marketing.
Il centro della produzione è il Nero d’Avola, proposto in rosso e in rosa, oltre che come spumante rosato ottenuto con Metodo Martinotti. Al vitigno simbolo del territorio si affiancano Cabernet sauvignon, Syrah e Merlot; per i bianchi si lavora invece con Grillo, Chardonnay e Moscato. A caratterizzare le vigne è soprattutto la struttura del terreno: sotto la componente calcarea si trovano strati argillosi capaci di trattenere parte dell’acqua proveniente dagli Iblei, offrendo alle radici una riserva preziosa durante le estati più asciutte. I rossi riposano nel rovere francese per periodi compresi fra sei e 36 mesi. La produzione è contenuta, con meno di 60mila bottiglie all’anno, destinate in buona parte alla Svizzera.
Palmeri, aggiungiamo, ha di recente aperto la tenuta anche ai visitatori, proponendo percorsi in cantina e degustazioni sulla terrazza affacciata sui vigneti. Per soggiornarvi, invece, bisognerà attendere ancora un po’: debutteranno a stretto giro cinque appartamenti ricavati intorno all’antica masseria, pensati per chi vorrà prolungare la permanenza nella campagna avolese. L’ospitalità completerà così un progetto nel quale il vino non resta separato dal luogo in cui nasce, ma diventa un accesso diretto al paesaggio agricolo del Val di Noto.
Vino da provare: Perla Brut Extra Brut Rosé 2025 (Metodo Martinotti da Nero d’Avola 100%)
Cantina Marilina (San Lorenzo, Siracusa)
Da Avola ci spostiamo di poco, restando nel Val di Noto, da Cantina Marilina, che si trova in contrada San Lorenzo, nel territorio di Noto (Sr), a pochi chilometri dal mare. Qui i terreni bianchi e calcarei riflettono una luce intensa, mentre il vento mitiga il caldo e accompagna la maturazione delle uve. Fu questo luogo a conquistare nel 2001 Angelo Paternò, agronomo ed enologo originario di Camastra, nell’Agrigentino, nonché fondatore della cantina. Dopo aver lavorato per importanti aziende siciliane e collaborato con l’Università di Bordeaux, cercava una terra in cui produrre finalmente i propri vini. Nel Val di Noto trovò le condizioni per farlo, affidando al suolo e al clima il compito di tracciarne il carattere.
La cantina cominciò a prendere forma nel 2007 e venne completata due anni più tardi. Angelo mantenne i vigneti già presenti, compresi alcuni alberelli che oggi hanno fra i 40 e i 50 anni, e ampliò progressivamente la superficie coltivata. Al progetto diede il nome della figlia Marilina, con la quale aveva condiviso fin dall’inizio l’idea di produrre vini legati senza forzature al territorio. Nel tempo l’intera famiglia è entrata nell’attività: oggi lei segue la direzione commerciale e il marketing, mentre la madre Lina cura l’accoglienza e confeziona a mano le bottiglie delle Riserve, sigillandole e numerandole una per una. Anche i materiali vengono scelti per limitare l’impatto ambientale, dal vetro riciclabile alle etichette in carta naturale.
Oggi gli ettari vitati sono 36, tutti condotti in biologico. Gran parte delle vigne è dedicata alle varietà siciliane, con Grecanico e Nero d’Avola in primo piano, affiancati dal Moscato di Noto e dal Catarratto mantellato. Le uve internazionali occupano uno spazio minore e vengono impiegate soprattutto nei blend. Una volta in cantina, il lavoro procede per sottrazione: non si impiegano lieviti selezionati, le macerazioni possono protrarsi a lungo e gli interventi vengono ridotti. Il cemento accompagna fermentazione e affinamento, mentre il legno entra in gioco per i vini che richiedono più tempo. Le chiarifiche vengono evitate e le filtrazioni limitate, per non modificare più del necessario ciò che arriva dal vigneto.
Nascono in questo modo circa 100mila bottiglie all’anno, suddivise in 14 referenze. La produzione comprende monovarietali e Riserve, oltre a vini da Metodo Ancestrale e a un orange wine ottenuto dal Moscato di Noto attraverso la macerazione sulle bucce. Il Grecanico rimane però una delle espressioni più riconoscibili della cantina, capace di conservare freschezza e sapidità anche dopo affinamenti prolungati. Per avvicinarsi a questo lavoro si può partecipare alle degustazioni curate dalla famiglia, accompagnate da piatti preparati in casa e dagli altri prodotti della tenuta.
Vino da provare: Ruversa 2021 (Nero d’Avola 100%)


