A pochi chilometri da Lucca, tra le colline di Sant’Andrea di Compito, esiste una coltivazione che sposta lo sguardo oltre l’idea più comune di tè come prodotto esclusivamente asiatico. Qui, in quella che viene indicata come la più antica piantagione di tè in Italia, la Camellia sinensis cresce in un contesto sperimentale ma stabile, seguito da anni dal botanico e fondatore Guido Cattolica. Ad incontrarlo, in questa nuova puntata di Gocce di Tè, il Tea Master Albino Ferri.

Il Tea Master Albino Ferri (a destra) con il botanico Guido Cattolica
La stessa pianta, tè diversi: la lettura botanica del raccolto
La base della coltivazione resta una sola specie: la Camellia sinensis, appartenente alla famiglia delle Theaceae. Da questa pianta derivano tutte le principali tipologie di tè conosciute, dal bianco al verde fino al nero. La differenza non sta nell’origine botanica, ma nella parte di foglia raccolta e soprattutto nei processi successivi. Nel racconto di Guido Cattolica, la pianta viene letta attraverso le sue prime tre componenti: il germoglio e le prime foglie, comunemente indicate come tip, orange pekoe e pekoe. È da questa gerarchia naturale che nasce la materia prima del tè, che poi viene trasformata attraverso ossidazione, essiccazione e lavorazioni differenti. Il tè bianco, per esempio, viene ottenuto esclusivamente dalla tip, la fogliolina più giovane, lasciata semplicemente essiccare al sole. Nessuna fermentazione spinta, nessuna trasformazione industriale invasiva, ma un processo ridotto all’essenziale.
Una coltivazione italiana tra sperimentazione e clima che cambia
Durante il confronto, Cattolica sottolinea come la coltivazione del tè in Italia non sia più soltanto una possibilità teorica. La presenza di impianti simili anche in altre aree del Paese, come quella di Premosello sul Lago Maggiore, indica un interesse crescente verso questa coltura in ambienti climaticamente favorevoli. La variabile decisiva resta il clima. Negli ultimi trent’anni, osserva il botanico, le condizioni termiche hanno modificato il ciclo vegetativo della pianta, rendendo possibile in alcuni casi fino a due raccolti annui, con episodi che arrivano anche a tre. «Nel mio piccolo posso permettermi due raccolti all’anno, e a volte arrivo anche a tre», racconta Cattolica, collegando la produttività non a una forzatura agronomica ma all’adattamento progressivo della pianta alle condizioni ambientali.
Una pianta, più interpretazioni: il tè come filiera possibile
L’esperienza di Sant’Andrea di Compito non propone un modello industriale, ma un punto di osservazione. La coltivazione della Camellia sinensis in Italia si inserisce in una riflessione più ampia sulla possibilità di adattare colture tradizionalmente tropicali o subtropicali a nuovi contesti geografici. La logica non è quella della sostituzione delle grandi produzioni asiatiche, ma della verifica agronomica e della costruzione di microfiliere compatibili con il territorio. Un approccio che tiene insieme botanica, clima e sperimentazione agricola.

Dal campo alla tazza: una lettura diversa del tè
Il valore di questa esperienza sta anche nella lettura finale del prodotto. Il tè, osservato dalla pianta, perde la sua definizione unica e si frammenta in processi, parti vegetali e trasformazioni successive. La distinzione tra bianco, verde e nero diventa il risultato di un lavoro sulla materia prima più che una differenza di origine. In questo senso, la piantagione di Sant’Andrea di Compito non si limita a produrre foglie, ma offre una chiave di lettura diversa: quella di un tè che nasce in Italia, ma che soprattutto invita a riconsiderare cosa significhi davvero coltivare una pianta fuori dal suo contesto storico.
Per maggiori informazioni: Accademia Ferri dal 1905