FILIERA ITTICA
Sempre più tonno rosso in mare, ma meno pesce per ristoratori e consumatori?
Le marinerie segnalano una minore disponibilità di alcune specie. Il grande predatore se ne nutre e negli impianti di ingrasso servono fino a tre tonnellate di pescato selvatico per un esemplare
Il tonno rosso è sempre più presente nei mari italiani. Una buona notizia, perché significa che la specie si è ripresa. Dalle marinerie, però, arriva anche un segnale meno positivo: si segnala una minore disponibilità di alcune specie ittiche. Il tonno, ricordiamo, è un grande predatore e si nutre di pesci, crostacei e cefalopodi; inoltre, negli impianti di ingrasso viene alimentato con altro pescato selvatico. Una dinamica che solleva interrogativi sulla disponibilità di pesce per mercato, ristorazione e consumatori.
A sollevare la questione sono Unione coltivatori italiani (Uci) e Agripesca, che chiedono di guardare insieme all’impatto dell’ingrasso e a come vengono distribuite le possibilità di pesca. Il punto, per le due organizzazioni, è che non basta discutere del peso ambientale di questo modello se la maggior parte delle quote continua a concentrarsi sulla circuizione (una tecnica che circonda un gruppo di pesci con una grande rete, poi chiusa dal basso). «Sul tonno rosso serve una riflessione che tenga insieme sostenibilità ambientale ed equità nell'accesso alla risorsa. Non possiamo criticare la crescita dell'ingrasso industriale e, nello stesso tempo, continuare a concentrare la maggior parte delle possibilità di pesca sulla circuizione» ha dichiarato Mario Serpillo, presidente nazionale dell’Uci e di Agripesca.
Per ingrassare un tonno servono altri pesci
Il tonno destinato all’ingrasso non nasce in allevamento: viene catturato in mare, trasferito vivo nelle gabbie e alimentato fino al peso richiesto dal mercato. «Occorre innanzitutto fare chiarezza: non siamo di fronte a un allevamento nel senso tradizionale del termine. Il tonno viene catturato in mare, prevalentemente attraverso la circuizione, trasferito vivo nelle gabbie e successivamente alimentato per raggiungere il peso richiesto dal mercato. La risorsa resta quindi selvatica e viene prelevata dal mare». Secondo i dati richiamati dal report di Compassion in world farming (CIWF), per ottenere un singolo tonno commerciabile possono servire fino a tre tonnellate di pesce pescato in natura, soprattutto piccoli pelagici.
Da qui nasce il timore di una maggiore pressione sulle altre specie. «Se per produrre un animale dobbiamo sottrarre al mare quantità enormi di altri pesci, dobbiamo interrogarci sul reale bilancio ambientale di questo modello». Le marinerie riferiscono più tonni e meno disponibilità di alcuni pesci, ma Uci e Agripesca mantengono prudenza: «Non diciamo che il tonno sia la causa della riduzione di altre specie: chiediamo che questa relazione venga studiata seriamente, ascoltando anche chi vive il mare ogni giorno. La gestione non può guardare a una singola specie ignorando ciò che accade all'intero ecosistema».
Quote in aumento, ma soprattutto alla circuizione
Sul piano della pesca, dal 2025 al 2026 la quota destinata alla circuizione è passata da circa 3.647 a oltre 4.205 tonnellate, fino a circa il 68% della quota italiana, mentre alla piccola pesca costiera sono state attribuite 406 tonnellate. «Questi numeri indicano chiaramente quale modello viene privilegiato. Se aumenta la disponibilità di tonno, gli incrementi non possono continuare a consolidare prevalentemente le posizioni già esistenti. Una parte maggiore della risorsa deve essere resa accessibile alla pesca professionale costiera e alle nostre marinerie».
Resta poi il nodo delle catture accidentali, sempre più frequenti secondo le marinerie e difficili da gestire per la pesca costiera. «È paradossale che un pescatore incontri sempre più frequentemente il tonno durante la propria attività e non disponga di possibilità adeguate per gestire la cattura accidentale, mentre contemporaneamente vengono aumentate in maniera consistente le quote della circuizione». La richiesta finale di Uci e Agripesca è quindi di distribuire una parte maggiore degli aumenti delle quote alla pesca professionale costiera.

