Il tema delle estirpazioni dei vigneti è tornato con forza nel dibattito del settore vitivinicolo. Il calo dei consumi registrato negli ultimi anni in diversi mercati internazionali e l’aumento delle giacenze hanno riaperto la discussione su possibili interventi per ridurre la produzione. Una questione che riguarda in particolare alcuni paesi europei e che inevitabilmente entra anche nelle riflessioni degli operatori presenti a Vinitaly.
Un investimento agricolo di lungo periodo
La viticoltura richiede tempi lunghi e capitali importanti. Dall’impianto di un vigneto alla piena produttività possono passare diversi anni, e i costi di gestione sono elevati. Per questo molti operatori sottolineano come la scelta di piantare nuovi vigneti dovrebbe sempre essere accompagnata da una chiara strategia di mercato.

Dall’impianto di un vigneto alla piena produttività possono passare diversi anni
Tuttavia bisogna anche tenere conto dei cambiamenti climatici in atto. Secondo i dati presentati al Vinitaly da Cia-Agricoltori italiani, il vigneto Italia rappresenta un asset da 56 miliardi di euro, costruito su circa 670mila ettari coltivati e una produzione che supera i 44 milioni di ettolitri annui. Tuttavia nel solo 2025, in Italia si sono registrati quasi 380 eventi climatici estremi, tra siccità, precipitazioni intense e grandinate. Una frequenza che, se mantenuta nel tempo, rischia di avere effetti rilevanti sull’intero sistema agroalimentare. Le stime indicano che, in assenza di interventi strutturali, le perdite potrebbero superare i 12 miliardi di euro l’anno entro il 2050. Il settore vitivinicolo è tra i più esposti, sia per la sensibilità della vite alle condizioni climatiche sia per il valore economico della produzione.
Il problema dell’equilibrio tra domanda e offerta
Secondo molti tecnici del settore, il vero nodo riguarda l’equilibrio tra produzione e mercato. Quando questo rapporto si rompe, il sistema entra in difficoltà e i prezzi finiscono per risentirne. «Estirpare un vigneto in piena produzione è sempre una scelta difficile», osserva Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi. «Significa interrompere un percorso che ha richiesto anni di lavoro e investimenti». Per questo quello degli espianti è solo una delle possibili soluzioni, insieme allo stoccaggio, alla distillazione e alla declassificazione del vino. Non bisogna però scordare che al 31 dicembre 2025, nelle cantine italiane giacevano 59,5 milioni di ettolitri di vino - il 4,4% in più rispetto allo stesso momento nel 2024. Aggiungendo mosti e vini nuovi ancora in fermentazione, il totale supera i 70 milioni di ettolitri. La Romagna, storicamente ha adottato un approccio pragmatico: nei momenti di eccedenza, una parte della produzione viene immessa sul mercato senza denominazione, accettando quotazioni più contenute per salvaguardare il posizionamento e il valore delle Doc nei segmenti dove è possibile mantenerli.

Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi
«Il comparto vive criticità che non dobbiamo nasconderci - ha dichiarato il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti al Vinitaly -. Abbiamo una grande quantità di prodotto che bisogna gestire con soluzioni che permettano alle aziende di continuare a competere sul mercato». Il surplus di produzione è un tema che non coinvolge soltanto l’Italia e che deve essere affrontato dall’Ue con misure anti-crisi, «da finanziare - ha sottolineato il presidente - senza intaccare i fondi OCM destinati a promozione, investimenti e ristrutturazione, leve strategiche per la competitività del settore».
Espianti, un dibattito ancora aperto
Secondo Paolo Castelletti, segretario generale di Uiv, l’esperienza del passato invita alla prudenza: «Non riteniamo che l’estirpazione dei vigneti finanziata al 100% (come previsto nel "Pacchetto vino dell'Unione Europea, ndr) sia la soluzione. Interventi simili non hanno risolto i problemi strutturali del settore». Una linea condivisa anche da Rita Babini, presidente di Fivi, che invita a valutare con attenzione le conseguenze di misure irreversibili. «Non siamo contrari agli espianti a priori, ma prima è più strategico intervenire su rese, gestione dei superi e riclassificazioni».
Eppure non tutti sono contrari. In una lettera indirizzata direttamente al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, Dario Tommasi, presidente del gruppo di famiglia, propone una riorganizzazione netta del settore, partendo da una constatazione: una quota rilevante dei vigneti italiani non sarebbe più sostenibile sotto il profilo economico. La soluzione indicata è quella di procedere con espianti mirati o conversioni ad altre colture o a bosco, accompagnate da un vincolo di lungo periodo che impedisca il reimpianto. Per le aree considerate storiche e a maggiore vocazione qualitativa, l’indicazione è invece opposta: ridurre le rese per rafforzare il posizionamento del prodotto.

In Francia aranno estirpati circa 28mila ettari di vigneti
L’estirpazione dei vigneti rappresenta la leva più radicale, già adottata su larga scala in alcune aree europee come Bordeaux. In Italia, però, il tema resta aperto e divide gli operatori. Per Alessandro Nicodemi, presidente del Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo, si tratta di un passaggio logico: «Vado alla base, elimino proprio una parte della produzione». Una posizione che trova eco anche nel comparto emiliano, dove si ragiona sulla necessità di contenere la superficie vitata. Giacomo Savorini, direttore del Consorzio tutela Lambrusco, osserva che prima o poi sarà necessario affrontare il nodo degli impianti esistenti, ipotizzando anche forme di compensazione economica per le aziende che decidano di ridurre la produzione.
La necessità di una visione imprenditoriale
Il tema degli espianti, secondo Cotarella, mette in evidenza proprio questo punto. «Il vigneto deve essere pensato come un investimento vero e proprio», osserva. «Prima di impiantare bisogna capire a chi si vuole vendere, in quale mercato e con quale prodotto». Solo così è possibile costruire un progetto vitivinicolo sostenibile nel tempo, evitando decisioni drastiche come l’estirpazione.