In Inghilterra, a circa 80 km da Nottingham, dove a maggio lo chef Alex Bond ha chiuso Mollis Fried Chicken, il bistrot aperto accanto allo stellato Alchemilla, anche Birmingham perde un progetto nato per affiancare il fine dining. Lo chef Adam Stokes chiuderà infatti The Oyster Club il prossimo 11 luglio, mettendo fine a un progetto aperto nel 2019 e diventato in pochi anni uno dei punti di riferimento cittadini per la cucina di mare. Il locale, inserito nella ricordiamo, proponeva un format più informale rispetto al ristorante una stella Michelin - sempre di sua proprietà - Adam's: ostriche, caviale, plateau di crostacei, grandi pesci da condividere, champagne e una carta dei vini di alto livello, in un ambiente elegante ma meno formale del fine dining tradizionale.
L'addio di The Oyster Club e le reazioni del comparto
L'annuncio è arrivato direttamente dal ristorante attraverso i canali ufficiali: «Dopo molti anni meravigliosi, è arrivato il momento di salutare Birmingham. The Oyster Club aprirà le sue porte per l'ultima volta sabato 11 luglio. A tutti coloro che hanno cenato con noi, festeggiato occasioni speciali e sostenuto il nostro straordinario team: grazie. Siete stati al centro di tutto ciò che abbiamo fatto».
Uno dei tavoli del ristorante The Oyster Club
La notizia, rilanciata dal Sun, ha suscitato numerose reazioni nel comparto ristorativo. La guida cittadina Independent Birmingham ha commentato: «È un momento assolutamente brutale per la ristorazione indipendente», mentre il regista Richard O'Hare, da anni sostenitore dei locali indipendenti, ha parlato di «un altro colpo al cuore», ricordando la qualità della cucina di pesce e del servizio.
The Oyster Club proponeva una cucina di mare elegante in chiave informale
La crisi della ristorazione britannica tra costi e pressione fiscale
La chiusura di The Oyster Club si inserisce in un momento difficile per la ristorazione britannica. Negli ultimi mesi numerosi operatori hanno di fatto denunciato l'effetto combinato dell'aumento del costo del lavoro, dell'energia, delle materie prime e della pressione fiscale. A delineare con chiarezza questo scenario era stato, poche settimane fa, anche Tom Kerridge, tra i cuochi più noti del Regno Unito. Lo chef del pub bistellato The Hand and Flowers aveva raccontato al Times come oggi il ristorante sia sempre meno il centro dell'economia di uno chef affermato.
«Guadagno più dal mio brand che dal ristorante», aveva detto, spiegando che oggigiorno televisione, libri, consulenze e prodotti a marchio personale generano ormai ricavi superiori rispetto all'attività in cucina. Nella stessa intervista aveva anche ricordato che nel Regno Unito chiudono fino a quattro ristoranti ogni 24 ore, sostenendo la richiesta avanzata da molti operatori, soprattutto a Londra, di ridurre l'Iva sulla ristorazione per alleggerire la pressione fiscale e dare ossigeno a un comparto sempre più in difficoltà.
Nemmeno i format più accessibili resistono alla crisi
Insomma, il messaggio che arriva dalla Gran Bretagna sembra andare oltre la sorte dei singoli ristoranti. In un mondo dove per anni si è cercato di affiancare al fine dining formule più accessibili per ampliare il pubblico e diversificare i ricavi, oggi anche quei progetti mostrano tutta la loro vulnerabilità. Non sorprende quindi che il dibattito si stia spostando sempre più dalle scelte imprenditoriali alle condizioni in cui le imprese sono costrette a operare. Infatti, per molti operatori, come raccontato, senza un alleggerimento della pressione fiscale e dei costi strutturali, la tenuta della ristorazione indipendente rischia di diventare una questione sempre meno di strategia e sempre più di sopravvivenza.