La Bbc ha ragione: l’Italia ha un grave problema di obesità infantile e i numeri, soprattutto in Campania, non possono essere ignorati. Ma c’è un grande “ma”. Indicare - soprattutto - pizza, pasta e pane come emblemi di questa emergenza rischia di generare un cortocircuito informativo, facendo apparire dannosi alimenti che, se consumati nelle quantità corrette e all’interno di una dieta equilibrata, non soltanto non rappresentano il problema, ma possono contribuire a un’alimentazione sana.

Obesità infantile, i numeri dell’Italia e il caso della Campania

Che l’allarme lanciato dall’emittente britannica sia fondato, del resto, lo dimostrano gli ultimi dati disponibili del ministero della Salute e dell’Istituto superiore di sanità. In Italia, tra i bambini di 8-9 anni, sette su dieci hanno un peso nella norma, due sono sovrappeso e uno è obeso. Il quadro peggiora sensibilmente nel Mezzogiorno: in Campania circa il 25% dei bambini è sovrappeso e quasi il 20% è obeso. In una quarta elementare, dunque, quattro alunni su dieci possono già presentare un eccesso ponderale.

La Bbc ha ragione sulla dieta dei bambini italiani, ma...
In Italia, tre bambini di 8-9 anni su dieci sono sovrappeso o obesi

Non sorprende, allora, che l’Italia rimanga tra i Paesi europei con la maggiore diffusione di sovrappeso e obesità infantile, preceduta soltanto da Cipro, Grecia e Spagna. Il servizio della Bbc ha quindi senso, perché accende i riflettori su un’emergenza che sarebbe irresponsabile minimizzare in nome della difesa della cucina nazionale. Il punto, però, è comprendere quale sia davvero il bersaglio: non i tre alimenti simbolo della tradizione italiana, ma il contesto nel quale oggi vengono consumati.

Perché pasta, pane e pizza non sono il vero problema

È proprio qui, infatti, che il racconto rischia di diventare fuorviante. La pasta non fa ingrassare per definizione, così come eliminarla non rende automaticamente più sana un’alimentazione. Tutto dipende dalla quantità servita, dal condimento, dagli abbinamenti, dalla frequenza di consumo e dal bilancio complessivo della giornata. Un conto è un piatto di pasta al pomodoro condito con olio extravergine d’oliva; un altro è una porzione sovrabbondante, caricata di grassi e inserita in una giornata scandita da snack, bevande zuccherate e assenza di movimento.

La Bbc ha ragione sulla dieta dei bambini italiani, ma...
La pasta non fa ingrassare di per sé: contano porzioni, condimenti e l’equilibrio complessivo dell’alimentazione

La pasta fa bene? Cosa dicono nutrizionisti e studi scientifici

A chiarire questa distinzione a Italia a Tavola è Domenicantonio Galatà, biologo nutrizionista, divulgatore scientifico e fondatore dell’Associazione italiana nutrizionisti in cucina. «Il problema non sono il pane o la pasta. Anzi, i carboidrati dovrebbero rappresentare almeno il 50% dell’energia introdotta quotidianamente. Il punto è un altro: le porzioni, i condimenti e, soprattutto, il contesto alimentare in cui questi alimenti vengono consumati». Non a caso, un piatto di pasta al pomodoro, condito con un cucchiaio di olio extravergine d’oliva, presenta un elevato indice di adeguatezza mediterranea, parametro che esprime quanto una preparazione sia vicina al modello della dieta mediterranea.

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Domenicantonio Galatà, biologo nutrizionista, divulgatore scientifico e fondatore dell’Associazione italiana nutrizionisti in cucina

La pasta, quindi, non è un corpo estraneo da espellere dalla nostra alimentazione, bensì uno degli alimenti che possono comporla correttamente. Ciò non significa, naturalmente, che possa essere consumata senza misura: anche il piatto più equilibrato può contribuire a un eccesso calorico se le quantità non sono commisurate all’età, al fabbisogno e all’attività fisica. Del resto, come osserva Galatà, «è sempre la somma che fa il totale». Un grammo di carboidrati apporta quattro calorie, esattamente come un grammo di proteine. Attribuire alla pasta una responsabilità particolare soltanto perché contiene carboidrati non ha quindi fondamento: non esistono nutrienti buoni” o “cattiviin assoluto. Sono la dose, la frequenza e l’equilibrio generale a determinare gli effetti sulla salute.

Seguire la dieta mediterranea è diventato anche un problema economico

A confermarlo è anche Silvia Migliaccio, presidente della Società italiana di scienza dell’alimentazione (Sisa): «Le evidenze attuali confermano che la pasta, se consumata nell’ambito di una dieta equilibrata, contribuisce all’adeguatezza nutrizionale, al benessere metabolico e alla sostenibilità ambientale». Il suo consumo è stato inoltre collegato a un rischio ridotto di malattie cardiovascolari, senza un aumento dell’incidenza del diabete, e può favorire il senso di sazietà, fornendo al contempo sostanze antiossidanti e prebiotiche. Sono in corso anche studi sui possibili effetti cronobiologici, come il miglioramento dei ritmi circadiani e della qualità del sonno, in particolare quando la pasta viene consumata a cena. Per questo motivo, la questione non è semplicemente evitare di demonizzarla”. Il rischio più concreto è confondere le famiglie, insinuando che la pasta sia incompatibile con un’alimentazione corretta e spingendole magari a sostituirla con prodotti presentati come più leggeri o salutari, ma in realtà ultraprocessati. Lo stesso ragionamento vale per il pane e per la pizza: possono trovare posto in una dieta equilibrata, purché si tenga conto delle porzioni, degli ingredienti e della frequenza di consumo.

Se la responsabilità non può essere attribuita a un singolo alimento, bisogna allora allargare lo sguardo alle condizioni nelle quali le famiglie compiono ogni giorno le proprie scelte. Ed è qui che il reportage della Bbc coglie un punto decisivo: il progressivo allontanamento degli italiani dalla dieta mediterranea. Il paradosso è evidente, perché continuiamo a celebrarla come patrimonio nazionale, mentre sempre meno persone riescono a seguirla realmente. Alla base, però, non ci sono soltanto cattive abitudini o scarsa educazione alimentare. Esiste, aggiungiamo noi, anche un problema economico. Con il costo della vita in aumento, molte famiglie sono costrette a organizzare la spesa guardando anzitutto al portafoglio.

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Con il costo della vita in aumento, mangiare bene è diventato anche un problema economico

Acquistare con continuità prodotti freschi e di qualità, variare l’alimentazione e preparare i pasti in casa richiede denaro e tempo, in una società che ha ormai fatto della fretta la propria cifra quotidiana. Di conseguenza, quando le risorse diminuiscono, cresce il rischio di orientarsi verso prodotti pronti, molto calorici e venduti a prezzi accessibili. Non è un caso che le disuguaglianze emergano con particolare evidenza tra gli adolescenti. Il 27% di quelli provenienti da famiglie con maggiori difficoltà economiche e sociali è sovrappeso o obeso, contro il 18% dei coetanei più avvantaggiati. I ragazzi delle famiglie a basso reddito consumano inoltre più bevande zuccherate e meno frutta e verdura. L’obesità infantile, insomma, non è soltanto una questione alimentare, ma anche sociale.

Dai fast food alle mense: dove si gioca la salute dei bambini

A ciò si aggiunge un’ulteriore trasformazione delle abitudini. Quando rinunciano al ristorante, infatti, adulti e ragazzi non necessariamente tornano alla cucina domestica. Spesso si rifugiano nei fast food, nelle consegne a domicilio o nei cibi pronti, scelti perché economici, rapidi e capaci di saziare. Quasi tre bambini italiani di 8-9 anni su dieci bevono ogni giorno bibite zuccherate o gasate, mentre più di due su dieci non consumano quotidianamente frutta e verdura. In questo quadro, aggiungiamo ancora, anche le scuole devono assumersi la propria parte di responsabilità, alzando la qualità delle mense, garantendo pasti equilibrati e trasformandoli in occasioni di educazione alimentare. Tuttavia, la partita principale si gioca inevitabilmente a casa e nel tempo libero.

La Bbc ha ragione sulla dieta dei bambini italiani, ma...
Le scuole devono migliorare le mense, ma la partita decisiva si gioca a casa e nel tempo libero

La Bbc, dunque, ha ragione a lanciare l’allarme. Ciò che non dobbiamo fare è uscirne con una nuova paura nei confronti della pasta. L’obesità infantile non si combatte eliminando un alimento sano se consumato correttamente, né mettendo sul banco degli imputati pane e pizza. Si combatte rendendo la dieta mediterranea nuovamente accessibile, aiutando le famiglie a scegliere e ricostruendo intorno al cibo uno stile di vita più equilibrato.