SUINI
La Cinta Senese rischia l'estinzione: il piano per salvare razza e allevamenti
La Peste suina africana minaccia la storica popolazione di suini autoctoni della Toscana. Il Consorzio propone nuclei protetti a Pianosa, centri genetici, il contenimento dei cinghiali e indennizzi più equi
A distanza di alcune settimane dall’allarme sul rischio di estinzione della Cinta Senese, il Consorzio di tutela della Dop torna sulla questione e indica ora le misure necessarie per proteggere l’antica razza suina allevata in Toscana. La diffusione della Peste suina africana (Psa), favorita dalla proliferazione dei cinghiali sul territorio regionale, potrebbe infatti vanificare decenni di selezione e recupero. Le proposte si muovono su due fronti: conservare il patrimonio genetico attraverso nuclei protetti di riproduttori e salvaguardare gli allevamenti con il contenimento della fauna selvatica e risarcimenti adeguati al valore della razza.
La popolazione della Cinta Senese è già limitata e, proprio per questo, risulta particolarmente esposta alle conseguenze di un’eventuale emergenza sanitaria. Un focolaio o l’introduzione di restrizioni nelle aree produttive potrebbe provocare un rapido calo del numero di capi, fino a portare la razza sotto la soglia necessaria a conservarne la varietà genetica. La sua sopravvivenza, inoltre, dipende dalla tenuta delle aziende che negli anni ne hanno accompagnato il recupero: mettere al sicuro alcuni riproduttori, dunque, non risolverebbe da solo i problemi di chi continua ad allevarla.
Pianosa e centri genetici per salvare la razza
Entrando nei dettagli della proposta, come anticipato, il primo fronte riguarda la conservazione del patrimonio genetico. Il progetto prevede il trasferimento sull’isola di Pianosa, nell’Arcipelago toscano, a sud-ovest dell’Elba, di un nucleo formato da circa nove scrofe e due verri. I riproduttori verrebbero ospitati in uno spazio confinato all’interno della struttura carceraria dell’isola, dotato di doppie recinzioni e sottoposto a protocolli rigidi per l’ingresso e l’uscita di persone e mezzi. Le misure di biosicurezza sarebbero inoltre certificate attraverso audit dell’Azienda sanitaria locale, secondo i protocolli europei ClassyFarm. L’isolamento e la ridotta movimentazione rendono Pianosa, secondo i promotori, un luogo adatto a proteggere la razza dal rischio sanitario. Gli animali rimarrebbero in un’area recintata, senza contatti diretti con la fauna e la vegetazione circostanti, così da non avere conseguenze sull’equilibrio naturale dell’isola.
Anche la presenza di zecche, legata alle caratteristiche dell’ambiente insulare, viene considerata un fenomeno indipendente dal progetto. A chiarire la natura dell’intervento è Carolina Pugliese, professoressa del Dipartimento di Scienze e Tecnologie agrarie, alimentari, ambientali e forestali dell’Università di Firenze: «Non si tratta di un pascolo libero, ma di un trasferimento di riproduttori in un ambiente confinato e controllato: una scelta pensata per preservare la biodiversità, non per comprometterla. Qui parliamo di salvaguardare una biodiversità animale che rischia concretamente di andare perduta». Il nucleo di Pianosa rappresenta però soltanto una parte della strategia. Accanto al progetto sull’isola, il Consorzio chiede infatti che vengano istituiti rapidamente centri genetici dedicati alla Cinta Senese, nei quali costituire altri nuclei di riproduttori protetti dal rischio sanitario. In questo modo, anche qualora un focolaio colpisse gli allevamenti, rimarrebbero gruppi di animali in grado di garantire la continuità della razza e di impedirne la perdita definitiva.
Cinghiali e risarcimenti, la tutela degli allevamenti
Il secondo fronte riguarda invece la sopravvivenza degli allevamenti. Secondo il Consorzio, il rilevamento di un cinghiale infetto nei dintorni può portare all’abbattimento di tutti i capi di un’azienda, indipendentemente dal loro stato di salute. A questo si aggiunge il problema degli indennizzi, calcolati sulla base dei valori riconosciuti al suino industriale e quindi insufficienti a compensare il valore economico della Cinta Senese. Il timore è che le restrizioni e il rischio di perdite non adeguatamente risarcite spingano molti allevatori verso la macellazione preventiva, con il conseguente crollo della popolazione suina e la chiusura di diverse attività. Per ridurre il rischio di contagio, la priorità indicata dal Consorzio è il depopolamento dei cinghiali nelle aree Cev, le zone di controllo nelle quali si concentra il pericolo che il virus raggiunga il Centro Italia.
La popolazione selvatica avrebbe ormai raggiunto una consistenza pari a quasi la metà di quella dei suini domestici, con conseguenze sanitarie ed economiche che ricadono direttamente sulle aziende. La richiesta alle istituzioni non riguarda la preparazione di nuovi programmi, bensì l’applicazione rigorosa delle misure già previste, con un impegno maggiore anche da parte della Regione Toscana. L’esperienza maturata nel cluster del Nord-Ovest, sostiene il Consorzio, ha infatti mostrato che nelle zone sottoposte a restrizioni è spesso il deprezzamento commerciale dei suini, prima ancora dell’infezione, a rendere insostenibile l’attività. Per questo il contenimento dei cinghiali viene considerato anche una misura di tutela economica, da affiancare a un sistema di risarcimenti che riconosca il valore effettivo della Cinta Senese. Alla Regione e al Governo viene quindi chiesta un’azione immediata e coordinata su entrambi i problemi.
A riassumere la posizione del Consorzio è il presidente Nicolò Savigni: «Mettere in salvo la razza non basta se non mettiamo in salvo anche chi la alleva. Norme sempre più restrittive e risarcimenti scollegati dal valore reale della Cinta Senese rischiano di far chiudere gli allevamenti prima ancora che arrivi un contagio. Per questo lavoriamo su due fronti paralleli: i nuclei di conservazione come quello di Pianosa e i centri genetici. Ma serve anche agire subito sul contenimento del cinghiale nelle aree più critiche: il tempo, in questa vicenda, non è un alleato, è la variabile che stiamo perdendo».

