AMALBERGA
Da Ostuni a Milano per raccontare i vitigni dimenticati della Puglia
Al ristorante Remedy, la cantina Amalberga ha presentato il progetto con cui recupera varietà autoctone poco conosciute, raccontandole attraverso i suoi vini e gli abbinamenti con la cucina pugliese locale
Ostuni è la città bianca per eccellenza: case calcinate che si arrampicano su un colle, la Valle d'Itria distesa tutt'intorno tra ulivi secolari e muretti a secco, il mare Adriatico che si intravede in lontananza. È da questo paesaggio, tanto fotografato quanto poco raccontato dal punto di vista enologico, che arriva a Milano il progetto Amalberga. L'occasione è una presentazione a Milano al wine bar Remedy, in viale Majno, tempio meneghino delle bottiglie (oltre 18mila in carta) fondato da tre amici pugliesi trapiantati in città. Un indirizzo non casuale, per una cantina che da Ostuni vuole farsi conoscere "al di là della Puglia".
Un progetto nato da un'amicizia
Amalberga nasce nelle campagne tra Ostuni e Cisternino dall'intuizione di Dario De Pascale, imprenditore agricolo che con la vigna ha un rapporto di lunga data: da bambino, tra i filari della piccola vigna di famiglia, accanto al nonno. Al suo fianco fin dall'inizio Roberto Fracassetti, amico fraterno diventato negli anni figura di riferimento per tutto il team, e più di recente Roberto Candia, imprenditore vicentino entrato nel progetto nel 2022.
A completare il quadro, due presenze tecniche fondamentali: Gloria Battista, enologa e moglie di Dario, che ha seguito la cantina fin dalle origini, e il consulente Valentino Ciarla. Il nome scelto per l'azienda non è un dettaglio: Amalberga è la santa fiamminga patrona degli agricoltori, un richiamo a un mestiere fatto di pazienza e conoscenza della terra. E visto che le persone, almeno in teoria, in campo enologico contano più delle piante, attingiamo direttamente all’esperienza di Dario De Pascale per farci raccontare la sua versione delle terre di Ostuni e dei suoi prodotti.
Ciò Ciò, i vitigni dimenticati e l’enoturismo: la sfida di Amalberga
In apertura del pranzo di presentazione ci avete fatto assaggiare “Ciò Ciò”. Di cosa si tratta?
“È il nostro prodotto nazional-popolare il vino della tradizione pugliese in cui confluiscono uve nere e bianche. Ogni anno realizziamo un blend unico, che riflette la particolarità dell'annata vendemmiale. Ne vien fuori un rosso dal gusto fresco, versatile, caratterizzato da grande bevibilità e ideale per accompagnare piatti leggeri e non troppo strutturati. La base è la Doc Ostuni, quindi Ottavianello, Verdeca, Francavidda - dialettale per “Francavilla” - e Minutolo, un uvaggio che lascia spazio a una leggera aromaticità. La bottiglia è da litro, proprio come una volta a pranzo nelle famiglie, anche se la morte sua è il binomio con pane e salame: oggi viene servito con focaccia barese e capocollo di Martina Franca.”
Oltre al vino popolare, o “come una volta” o come meglio le suona, qual è il focus del progetto Amalberga?
“Il recupero dei vitigni sconosciuti, rari, a volte persino a rischio d'estinzione. Piante come l'Impigno, l'Ottavianello, il Francavidda o Francavilla, il Minutolo, il Susumaniello, si coltivano al di là delle logiche di mercato, perché c'è un patrimonio da mantenere in vita e far scoprire ai tanti che ne ignorano l'esistenza.”
Come si guida la caccia al tesoro da scoprire, al di là dei press lunch milanesi?
“Le metodologie sono tante: noi abbiamo puntato molto sull'enoturismo, e i risultati fin qui ci soddisfano; ci dà da pensare il fatto che i visitatori siano principalmente stranieri. La nostra cantina, sulla strada fra Ostuni e Cisternino, è quindi anche un luogo per accoglienza, degustazioni, aperitivi, visite esperienziali, pranzi veri e propri, viaggi sensoriali per chi ami raccogliere le primizie dell'orto, approfondire i processi produttivi e degustare i vini creati da noi. Dev'essere chiaro che la nostra non è una trattoria come le altre: chi ci visita è pronto ad ascoltare la storia che c'è dietro un prodotto e un territorio così particolare, le motivazioni di un abbinamento fra orecchiette, verdure e un calice di quello buono.”
Il Minutolo e la tagliatella di calamaro
Da Remedy, i vini sono stati chiamati a confrontarsi con la cucina pugliese. Il Minutolo Valle d’Itria Igp 2025 - uve 100% dell'omonimo vitigno, vigneto a Casale Mindelli, 300 metri sul livello del mare - si presenta giallo paglierino con riflessi verdolini, il naso aromatico e intenso di fiori bianchi, pesca e agrumi. In bocca è fresco, sapido, morbido: un'acidità viva che lo rende scorrevole senza mai risultare pesante, con un finale persistente su note floreali e agrumate.
Un vino pensato per la leggerezza, che da Remedy è stato servito con la tagliatella di calamaro spillo su crostone caldo e paté di rape. L'abbinamento funziona proprio sul filo della delicatezza: la dolcezza naturale del calamaro e la croccantezza del crostone trovano nel Minutolo un contraltare fresco e sapido, mentre le note amarognole del patè di rape vengono ammorbidite dalla componente floreale del vino. Nessuno dei due elementi prevarica l'altro: è un abbinamento costruito per bere, non per incidere.
Il Susumaniello e la carne alla brace
Diverso il discorso per il Susumaniello Valle d’Itria Igp 2024, coltivato a Cellino San Marco su terreno di medio impasto, con vendemmia manuale in cassette e macerazione sulle bucce. Il risultato è un rosso rubino dal naso fruttato, con sentori di viola e rosa rossa; al palato è asciutto, caldo, pieno, con tannini presenti ma rotondi e un finale ancora fruttato.
È un vino che chiede carne, e infatti Remedy lo ha proposto con la salsiccia alla brace alla martinese, la zampina e le bombette impanate: un trittico che è quasi un manifesto della macelleria pugliese. Qui il Susumaniello fa il suo mestiere con onestà: il calore e la rotondità tannica reggono il grasso e la sapidità delle carni alla brace, mentre il frutto in chiusura pulisce il palato dopo il boccone impanato, preparando al successivo. Un abbinamento territoriale nel senso più letterale del termine, dove vino e piatto arrivano dalla stessa manciata di chilometri.
Terra, biologico, vitigni dimenticati
Dietro l'assaggio, resta il racconto di un territorio. I vigneti più identitari di Amalberga si trovano nelle campagne ostunesi, terreni di medio impasto ricchi di scheletro, con roccia affiorante e una buona componente organica, intorno ai 300 metri di quota: un mix di altitudine, escursioni termiche e ventilazione che favorisce maturazioni equilibrate. La conduzione segue i principi dell'agricoltura biologica, qui intesa non come etichetta ma come pratica quotidiana fatta di osservazione e vendemmia manuale, talvolta scalare, per cogliere il momento giusto di ogni parcella.
La scommessa più intrigante resta comunque quella sui vitigni autoctoni minori - Impigno, Francavilla, Ottavianello, oltre a Minutolo e Susumaniello - varietà che rischiano da anni di scomparire dai vigneti pugliesi e che Amalberga prova a riportare al centro, convinta che la vera originalità di un vino nasca proprio da lì: dal recupero di ciò che la modernità aveva messo da parte.



