PARLA SCIOTTI

Vino, meno quantità e più valore. Fantini Wines: «Facciamo squadra o il contadino chiude»
Il vino italiano deve scegliere se continuare a difendere i volumi o ridurre le eccedenze per recuperare valore. Il presidente Valentino Sciotti analizza il cambio dei consumi, con bianchi e rosati sempre più richiesti, il caso del Montepulciano abruzzese, il ruolo delle cooperative e la necessità di una strategia comune per proteggere i viticoltori
Indice
- 1L'intervista a Valentino Sciotti
- 2Francia e Australia hanno già scelto come cambiare
- 3Il conferitore è il vero professionista della materia prima
- 4Dal prezzo del vino al futuro del viticoltore: la sfida è il valore
- 5Giovani e clima cambiano il modo di bere vino
- 6Enoturismo, il futuro è fare sistema sul territorio
- 7Dobbiamo sederci al tavolo tutti: la sfida delle cooperative
Il mercato del vino attraversa una fase di ripensamento profondo. In pochi anni il settore è passato dal Covid al trauma della guerra in Ucraina, dall'inflazione allo spostamento dei consumi: una storica preferenza per i rossi che lascia spazio a una domanda crescente di bianchi e rosati. Un cambiamento che i produttori, in molti casi, hanno colto in ritardo - secondo Valentino Sciotti, amministratore delegato di Fantini Wines - ma al di là degli stili il vero nodo è la quantità (eccessiva) di vino in Italia.
Ragionando a tutto campo di scenari globali e di scelte concrete - le estirpazioni mirate in Francia, la rapida riconversione australiana, l'immobilismo italiano - Sciotti evidenzia un nodo delicato: la difesa del conferitore cooperativo, «il vero professionista della materia prima», e la necessità di puntare sulla valorizzazione anziché sulla quantità. Con un filo conduttore che ritorna costante: senza fare squadra, il territorio non ha futuro.
L'intervista a Valentino Sciotti
“Non è la cosa più facile del mondo leggere un mercato quando è in una fase di trasformazione. E questa trasformazione è figlia anche di un periodo un po’ difficile per noi, perché siamo passati dal Covid al trauma della guerra in Ucraina, l'inflazione ci penalizza, e poi ci siamo accorti che era in atto uno spostamento sui consumi. È ovvio che quando accadono queste cose sei costretto ogni volta a rifare la tua strategia, perché qualunque cambiamento sul mercato presuppone che ci si organizzi per affrontare la nuova situazione nel modo migliore. Nel mondo del vino ci siamo fatti cogliere un po’ impreparati: non può accadere che i consumi passino da una netta preferenza per i rossi a una maggioranza abbastanza chiara per bianchi e rosati, e i produttori se ne accorgano tardi o in alcuni casi neanche se ne accorgano. Dobbiamo fare più squadra, essere più vicini al mercato, avere più interscambio, perché la battaglia non è tra me e la cantina che sta di fianco a me, o quella della mia regione o del mio paese. Il mercato del vino è un mercato globale, nel quale forse possiamo ottenere un risultato migliore insieme piuttosto che affrontando questi cambiamenti da soli.”
Francia e Australia hanno già scelto come cambiare
“Abbiamo due casi diversi: uno dove c'è l'aiuto pubblico, l'altro dove invece c'è il fai da te. C'è l'Australia, che in pochissimo tempo è riuscita a spostare la sua produzione più sul lato delle uve bianche che su quelle rosse, e l'ha dovuto fare con rapidità perché non ha nessun tipo di sostegno pubblico. Poi c'è il caso francese: con una strategia chiara hanno individuato quello che sarà il loro mercato del futuro e sono andati avanti con estirpazioni mirate, per avere una disponibilità più bassa. Noi in Italia al momento non abbiamo fatto né l'uno né l'altro, perché ogni regione si muove per conto suo e all'interno delle regioni ogni produttore adotta una strategia diversa. Basta pensare alla Toscana, che è un nostro bacino di riferimento: sono ancora fortemente sbilanciati sulla difesa delle uve rosse e hanno perso qualche opportunità sulle uve bianche, dove pure potrebbero ottenere risultati egregi - penso al Vermentino, una tipologia che piace tantissimo non solo in Italia ma nel mondo. Invece la Toscana è ancora ferma al suo Chianti, il Sangiovese domina ancora.”

“Non sono morbido perché, se hai un problema strutturale, non lo puoi affrontare in un modo così inadeguato. Se il mercato vede scendere per otto anni i consumi di Montepulciano, perché in quattro anni hai aumentato le rese per ettaro? Se dobbiamo dirci le bugie ce le possiamo dire, ma è quella la strada? Io che mi ritrovo con un'annata di invenduto faccio un blocage, che ha un solo effetto: per un certo periodo questo vino non va sul mercato, ma poi torna! Il mondo cooperativistico, se ha tutta la filiera, può utilizzare tutta l’uva in produzione e però se ha eccedenze la svende, penalizzando l'immagine del Montepulciano - che già è percepito molto meno di quanto vale, perché il Montepulciano è un grandissimo vitigno. Ecco allora che noi dobbiamo lavorare più sulla valorizzazione che non sulla difesa del quantitativo, che poi il mercato ci rifiuta. È il mercato che non accetta quel quantitativo. Noi dobbiamo puntare sul valore.”
Il conferitore è il vero professionista della materia prima
“Se in Francia estirpano, cosa accade? Che quel quantitativo non va più sul mercato. Se in un altro Paese tolgono un'uva rossa per mettere un'uva bianca, vuol dire che non ci sarà più quel surplus di uva rossa. Se invece nella nostra regione diciamo: “L'uva la teniamo, ma te la faccio solo mettere da parte per un periodo e successivamente la puoi rilasciare”, ho risolto un problema o l'ho soltanto trasferito? È lì il problema, è lì che stiamo illudendo il contadino, anziché dirgli: “reagisci, perché non è questa la strada”. Allora nel tempo quel contadino sarà costretto a chiudere l'attività, perché avrà un prodotto che non si vende e non potrà incassare. Sparirà un mare di vigneti. E normalmente quali scompaiono? I meno produttivi, i più vecchi, i migliori. Alla fine di questo ciclo ci troveremo in una situazione peggiore di quella attuale.”

“Intendo il conferitore di una cooperativa, perché è la parte più indifesa. È il vero professionista della materia prima, perché lui fa solo quel lavoro. Il know how si divide in tre fasi: produrre la migliore uva, trasformarla nel miglior modo possibile, commercializzarla nel miglior modo possibile. Nel viticoltore socio della cooperativa hai una persona che sa fare un solo lavoro, è il miglior specialista del mondo, ma è vittima di una strategia che manca, perché nessuno lo difende. Lui manco lo sa se il consumatore oggi preferisce più i vini bianchi, i rosati o i rossi, perché fa il suo lavoro e basta. Non ha accesso al mercato, quindi è la parte più indifesa.”
Dal prezzo del vino al futuro del viticoltore: la sfida è il valore
“Il privato reagisce sempre, perché è il mercato che ti guida. Se un anno hai prodotto di più, l'anno dopo vai subito a fare il sondaggio sul mercato, un rilevamento per capire se c'è stato uno spostamento… e a quel punto sei forzato a fare un cambiamento. Ma qui c'è un mondo da proteggere, che è il mondo più indifeso che c'è. La mia non è una polemica fine a se stessa o per difendere una posizione acquisita: una posizione di privilegio non è quello che si vuole difendere, perché noi lavoriamo proprio puntando su questi professionisti della viticoltura. Posso lasciarli andare al suicidio? Poi domani io come faccio a fare i miei vini?”

“I consorzi, noi produttori. C'è il mondo cooperativistico, che deve fare un passo indietro. Se volete le cariche nei consorzi, nessun problema, prendetevi tutte le cariche che volete, ma quando bisogna parlare di mercato fate un passo indietro e ascoltate chi ci vive, sul mercato. Perché ne avete solo da beneficiare”
Giovani e clima cambiano il modo di bere vino
“No, non è questione di moda. Siamo di fronte a cambiamenti strutturali dello stile di vita, del clima, dell'alimentazione. La società non è statica, non possiamo pensare che il mondo sia statico. Se andiamo indietro di cinque anni vediamo che tanti oggetti della vita attuale non c'erano; se andiamo indietro di vent'anni ci sembra di tornare a metà Novecento. Oggi i cambiamenti sono molto veloci. Se una persona deve vivere in una condizione climatica che sfavorisce il consumo del vino rosso, se deve accompagnare il vino a un tipo di cucina diverso, se c'è una sensibilità diversa verso il prodotto vino o l'alcol in generale… noi dobbiamo adeguarci. Non è una moda, è strutturale. Anche il clima è cambiato: quest'anno abbiamo aperto la vendemmia il 20 luglio, mentre quando ero ragazzino la vendemmia per le basi spumante iniziava dopo Ferragosto. Quindi cosa vogliamo fare, vogliamo ignorare la realtà? Poi però il conto ce lo presenta il mercato.”
“Io parlo di valorizzazione perché un contadino non ha la forza economica di lavorare sottocosto, allora è inutile aumentare i quantitativi per poi metterli sul mercato a prezzi ridicoli. Pochi giorni fa sono entrato per la prima volta in un discount e ho trovato tre vini abruzzesi abbondantemente sotto i 2 euro al pubblico. Il vino veniva da una cooperativa abruzzese. Cosa può prendere il contadino che ha coltivato quell’uva? Quel contadino ha un futuro? Possiamo affidare la strategia per difendere quel contadino a chi pensa che vendendo una bottiglia al pubblico a 1,72 euro si risolva il problema? In realtà cercando di difendere la quantità non si fa alcuna azione strutturale e il blocage rimanda il problema, perché quel vino non scompare: non lo distilli, non lo usi per altri fini, sta lì e ritornerà sul mercato. Allora hai risolto un problema o l'hai aggravato?”

“Io non ne farei una colpa al ristoratore, perché è un imprenditore che non fa super guadagni, ma deve coprire costi che noi non conosciamo. Se per un locale pago 10mila euro al mese d'affitto, devo fare un ricarico; se il locale è di proprietà e lavoro con la famiglia ho un'altra esigenza. Non puoi entrare in un'attività privata regolata dal mercato a dire cose va fatto. Ognuno deve vedere la propria realtà. Non ne farei una guerra di categoria.”
“I giovani per me sono sempre un'opportunità. Sono quelli che tracciano la strada, ci dicono cosa sarà il mercato non oggi, ma domani. È da loro che dobbiamo partire. Dire “il giovane non capisce niente, al giovane piace il cocktail” è sbagliato. Cerchiamo di non permettere la demonizzazione del mondo del vino, perché a volte sbagliamo la comunicazione e i ragazzi sono sensibili a certi messaggi. Non posso andare da un ragazzo a dirgli che esiste un vino naturale e un vino che non è naturale, quando "naturale" in senso stretto non lo è nessuno dei due. Questi sono messaggi contraddittori che non fanno bene al settore. Ogni volta che, anziché collaborare, ci mettiamo l'uno contro l'altro, facciamo del male anche a noi stessi”
Enoturismo, il futuro è fare sistema sul territorio

“Rappresenta il futuro non solo per il produttore, ma proprio per il territorio. Ci sono Paesi che sull'enoturismo possono davvero darci lezioni, e che noi non studiamo proprio. Se pensiamo all'enoturismo pensiamo ai soliti quattro territori classici, poi magari vai in Sudafrica e scopri una proposta di altissima qualità, dove io vado molto volentieri e ogni volta che ci porto qualcuno scopre che è un paradiso. Non è così difficile crearlo da noi. Il problema è il singolo, ma le rondini singole non fanno primavera. Uno Stato, una Comunità europea che interviene per aiutare un settore a fare azioni che non portano da nessuna parte non risolve il problema. Forse, anziché darti i soldi per interventi che non sono strutturali, ti potrebbero aiutare a incentivare l’enoturismo. Ma lo dobbiamo gestire tutti insieme: bisogna avere una strategia, costruirci qualcosa attorno in modo organico e coerente. Dobbiamo preparare un prodotto turistico, non ragionando con le esigenze di ognuno di noi ma con quelle del turista. Spostiamo la nostra testa sul turista che viene: che cosa vogliamo che trovi, con che emozioni deve andare via? Perché non c’è solo la vendita in cantina. Questi devono essere ambasciatori del nostro territorio e dei nostri prodotti, quando vanno via e quando parlano con i loro amici, e devono dire che posto meraviglioso è l'Abruzzo, che spettacolo visitare le cantine, da quella su in montagna a quella in riva al mare. Se ognuno lavora per conto suo e ristruttura la villetta o la casa del nonno, quello non è enoturismo.”
Dobbiamo sederci al tavolo tutti: la sfida delle cooperative
“Gira e rigira sempre lì si torna. Il mio è un pensiero costruttivo, ma dobbiamo riconoscere che noi non siamo squadra e non sappiamo cosa vogliamo essere domani. Siamo tante piccole entità e il successo di uno fa automaticamente bene a tutto il territorio. Ci sono aziende che hanno avuto un successo meraviglioso e hanno fatto cose bellissime - basti citare due marchi che hanno fatto tantissimo per sé e un po’ anche per l'Abruzzo: Valentini e Pepe - ma è un successo che inizia e finisce con il loro marchio. Noi siamo stati bravi a prenderli come riferimento e a fare qualcosa di diverso, ma forse potevamo fare di più.”

“Il mondo cooperativistico in Abruzzo rappresenta quantitativi enormi e senza di loro siamo persi. Però non hanno l'apertura mentale per guardare lontano, questo è il problema: pensano che l'unico problema sia produrre più quantità possibile e difenderla.”
“Sederci al tavolo tutti. E capire che non conta l'opinione di chi fa più volumi, ma forse conta l'opinione di chi spende più tempo sul mercato. Se la mia cantina produce 100 milioni di litri e il signor Valentini o il signor Pepe si limitano a poche decine di migliaia di bottiglie, allora non contano nulla? No, perché loro sul mercato ci passano la vita, sanno tutto di ciò che sta succedendo. Fare una politica legata solo al numero è una politica sbagliata.”



