A SAN GIOVANNI

Tre botteghe di Roma resistono ai supermercati puntando su qualità e rapporti umani
Nel quartiere San Giovanni, “La differenza”, “La buona pasta dal 1976” e “Beppe e i suoi formaggi” attirano clienti da tutta la Capitale grazie alla selezione dei prodotti, al lavoro artigianale e al rapporto di fiducia. Tre storie diverse, unite dalla volontà di consigliare chi entra, raccontare l'origine delle specialità e preservare un rapporto umano con i clienti
In un'epoca dominata dalla velocità, dove, per comodità o pigrizia, si preferisce acquistare online o rivolgersi agli asettici scaffali della Gdo, c’è ancora chi, con grande ostinazione, preferisce battere un sentiero differente. Non va alla ricerca del prodotto civetta o dell’offerta apparentemente più conveniente, ma anela un consiglio, una storia, soprattutto qualcuno di cui fidarsi. È una dinamica che emerge ancora, in modo resiliente, nel popolare e vivace quartiere San Giovanni, a Roma. Qui, alcune botteghe storiche continuano a rappresentare un punto di riferimento per residenti, appassionati e clienti che spesso attraversano tutta la Capitale alla ricerca di leccornie esclusive. Attività diverse tra loro, ma accomunate da un elemento decisivo: la capacità di creare relazioni attraverso il cibo.
“La differenza”, una bottega che punta sulla selezione e sulla fiducia
“La differenza”, “La buona pasta dal 1976” e “Beppe e i suoi formaggi” raccontano tre modi distinti di interpretare il commercio di prossimità. La selezione, il saper fare artigianale e il legame con la produzione agricola sono un kit inossidabile di strumenti per costruire un rapporto che va ben oltre la semplice vendita. Nomen omen, non possiamo che partire da “La differenza”. E per capire il suo valore dobbiamo ripercorrerne la storia. La famiglia Stramaccioni è presente nel quartiere da oltre sessant'anni. Un percorso che ha attraversato generazioni e trasformazioni del commercio senza mai perdere di vista il proprio principio guida: selezionare soltanto ciò in cui crede davvero. In un mercato che tende a moltiplicare le referenze, qui la scelta è stata esattamente opposta. Ridurre, selezionare, approfondire. Lo spiega bene Luca Stramaccioni: «Noi non facciamo compromessi. Tutto quello che abbiamo qui, a nostro giudizio, è il miglior prodotto possibile di quella tipologia. Avendo anche uno spazio limitato non ci possiamo permettere una linea da prezzo e una da qualità. Da sempre abbiamo privilegiato la seconda opzione».
È una filosofia che richiede studio, visite ai produttori, assaggi continui, formazione e una capacità di valutazione che si costruisce negli anni. Ma soprattutto richiede stima. Perché chi entra in negozio non compra soltanto un formaggio, un salume o una bottiglia. Compra il giudizio di chi ha già fatto quel lavoro di ricerca. È proprio questa fiducia ad aver trasformato l'attività in un autentico presidio sociale del quartiere. «Mio padre è come il vescovo del quartiere - afferma Luca Stramaccioni. C'è gente che viene qui a confessarsi. Vengono a raccontarci quello che è successo durante la settimana. Si crea un rapporto umano e di fiducia, e poi quando devono organizzare una cena ci dicono semplicemente: siamo in quattro, pensaci tu. E noi costruiamo tutto, dalla A alla Z, sapendo esattamente quello che piace loro». Una frase che racconta più di qualsiasi analisi sociologica. Perché in quelle parole emerge la vera natura del commercio di prossimità: la conoscenza reciproca. Che invece manca tra i banchi e le corsie sterminate dei supermercati. «La clientela che preferiamo - sottolinea Stramaccioni - è quella curiosa. Quella che vuole imparare, scoprire prodotti nuovi e lasciarsi guidare dal professionista. È lì che una bottega può fare davvero la differenza».
“La buona pasta dal 1976”, il valore della produzione artigianale
Non lontano, un'altra insegna racconta una storia differente ma complementare. Da quasi mezzo secolo “La buona pasta dal 1976” rappresenta un riferimento per chi cerca pasta fresca e preparazioni artigianali realizzate con la stessa cura di un tempo. Qui il cuore pulsante dell'attività è il laboratorio. È il luogo dove il mestiere continua a essere tramandato quotidianamente attraverso gesti, tecniche e competenze che nessuna automazione può sostituire completamente. Andrea Cervellini è cresciuto all'interno di questa tradizione e continua a difenderla con convinzione: «Il segreto della nostra produzione? I sapori della tavola di una volta. Di quelle domeniche di festa in cui ci si riuniva con tutti i parenti per gustare i cannelloni, le tagliatelle o i ravioli. Tutto rigorosamente fresco. Noi lavoriamo alla stregua del passato e sulla qualità delle materie prime che seleziono di persona, sono intransigente. Anche oggi, con i prezzi che aumentano continuamente, riusciamo a mantenere uno standard altissimo». Dietro la semplicità di questa affermazione si nasconde una scelta precisa: non inseguire la quantità, ma preservare il controllo diretto sul risultato finale. «Noi facciamo tutto dalla A alla Z - spiega Cervellini. Prepariamo la pasta, i ripieni, scegliamo le verdure e la carne. Filiera interamente controllata».
Entrando nel piccolo negozio di via Licia, si percepisce questa dimensione artigianale. Nel banco l’imbarazzo della scelta tra ravioli, cappelletti, fettuccine, preparazioni tradizionali e proposte stagionali. Con anche qualche incursione contemporanea come i già iconici ravioli pistacchio e lime. Ma ciò che rende speciale l'esperienza è il dialogo, parte integrante dell'acquisto. «Una cosa a cui tengo veramente tanto è consigliare la gente - dichiara Cervellini. Chiediamo sempre: sa come condirli? Sa come prepararli? Così si crea empatia col pubblico. Ci fanno sempre i complimenti. Abbiamo clienti fissi, clienti nuovi. Soprattutto grazie al passaparola. Quando una persona torna da tanto tempo significa che stai lavorando bene». Anche in questo caso il prodotto rappresenta soltanto il punto di partenza. Il vero valore aggiunto è la relazione. Colpisce, inoltre, una scelta controcorrente che racconta molto della filosofia aziendale. «Mi sarebbe piaciuto aprire altri punti vendita, ma un'attività come questa la devi seguire - conclude Cervellini. Se inauguro un locale tanto per farlo e non mi dedico personalmente, rischio di rovinare la reputazione costruita in tutti questi anni. Magari all’inizio guadagni di più, ma perdi qualità».
“Beppe e i suoi formaggi”, il legame diretto con allevatori e territori
Con “Beppe e i suoi formaggi” la narrazione si sposta sul valore dell'origine. Alle spalle del banco non c'è soltanto un commerciante, ma un produttore che conosce personalmente pascoli, allevamenti e territori da cui provengono le specialità che vende. Le parole del titolare, Beppe Giovale, sono chiare: «Siamo allevatori e produttori di formaggi in Val di Susa, eredi di una famiglia con pascoli e alpeggi oggi fra Italia e Francia. Vendere direttamente i nostri prodotti e quelli di piccoli artigiani come noi fa parte dell'antica tradizione contadina». La sua attività nasce da qui: creare un ponte tra la città e il mondo agricolo. Il negozio è diventato negli anni un luogo di scoperta, dove ogni formaggio porta con sé una storia diversa, fatta di tecniche produttive, stagioni e territori. Un luogo in cui le parole contano quasi quanto gli assaggi.
«Siamo a Roma ormai da vent'anni e abbiamo pochissimi prodotti confezionati - continua Giovale. Tutto va raccontato, fatto assaggiare, tagliato e pesato. Ogni vendita è stata generata da una chiacchiera, l'avvio o la prosecuzione di una relazione con il cliente. Alcune delle persone che comprano i nostri formaggi sono diventate degli amici». Ma nel racconto di Beppe emerge anche un'altra dimensione, quella del rispetto per la filiera. «Diciamo sempre che i nostri sono formaggi di puro pascolo, prodotti con il latte di animali sani e allevati in modo non intensivo - aggiunge Giovale -. Il rispetto per la terra, gli animali e le persone è il primo criterio di selezione dei prodotti. Il pascolo stabile cambia ogni giorno e fa cambiare il gusto e il profumo del latte. Ogni volta che tagliamo una toma abbiamo la curiosità di assaggiarla, di sentire quale cammino ha preso quel latte. I produttori che rispettano questa tradizione sono sempre meno, andrebbero aiutati e tutelati».
Il commercio di prossimità e il valore del rapporto umano
Questo viaggio a San Giovanni ci ha fatto scoprire come questi luoghi non siano meri negozi, ma luoghi di appartenenza. Tre modelli diversi, vero, segnati però da un minimo comune denominatore: il valore non nasce soltanto da ciò che si vende, ma dal modo in cui lo si propone. Dietro quei banchi non ci sono semplici venditori. Ci sono custodi di saperi, selezionatori, artigiani e narratori. Persone che ogni giorno dimostrano come il commercio di prossimità possa ancora fare la differenza. E soprattutto come la tecnologia e la contemporaneità non potranno mai sostituire il rapporto umano.


