VINI VULCANICI

Alle pendici del Vesuvio, dove il vino racconta 2.500 anni di storia
Dalle viti a piede franco al Lacryma Christi, il territorio vulcanico custodisce vitigni autoctoni e una tradizione produttiva che il Consorzio tutela vini Vesuvio punta a valorizzare con nuove regole. Un itinerario alla scoperta di cantine, testimonianze archeologiche e specialità gastronomiche locali, dalle pizze tradizionali ai piatti di baccalà
Indice
- 1La Doc Vesuvio e le nuove regole per valorizzare i vini del territorio
- 2Vini di fuoco e mare: il territorio vulcanico e i numeri della produzione
- 3Le viti a piede franco e i vigneti storici di Cantine Olivella
- 4Dal cratere del Vesuvio agli scavi archeologici di Villa Augustea
- 5La gastronomia vesuviana: dalle pizze dei Salvo alle ricette della tradizione
- 6Le aziende vinicole protagoniste di Vesuvio Wines Experience
“Cultura del territorio” è un'espressione abusata e a volte sottovalutata. Un viaggio nell’areale del Monte Somma e del vulcano Vesuvio, organizzato negli scorsi giorni dal Consorzio tutela vini Vesuvio, ci ha fatto apprezzare il patrimonio enogastronomico e culturale custodito dal Parco Nazionale: una speciale cartolina dentro la classica cartolina partenopea. In un terroir in grado di esaltare il carattere delle viti a piede franco, allevate alle pendici della montagna e moltiplicate con la tecnica della propaggine, il Consorzio di Sant’Anastasia (Na) - costituito nel 2007 e presieduto dal 2016 da Ciro Giordano - ha deciso nel 2017 di sottolineare la qualità della propria attività vitivinicola modificando il primo disciplinare del 1983 della Doc Vesuvio.
La Doc Vesuvio e le nuove regole per valorizzare i vini del territorio
Da nove anni le bottiglie hanno la fascetta di Stato e il noto Lacryma Christi, lo storico vino diventato menzione tradizionale con la nascita della Doc, è stato elevato a una classe superiore in virtù di nuove regole stringenti. La denominazione ha un occhio di riguardo per i vini monovarietali, prevede la categoria Spumante Metodo Classico e Martinotti, specifica la differenza tra il vitigno Caprettone e il Coda di Volpe - precedentemente trattati come fossero la stessa cosa - e stabilisce basse rese per ettaro.
Sono 35 le aziende consorziate che hanno una propria etichetta: tra queste, quelle prive di vigneti nell’areale vinificano sul territorio dopo l’acquisto dell’uva. Il 50-55% della produzione viticola del Consorzio è frutto del lavoro di viticoltori che vendono le proprie uve senza vinificare. Nel 2011 è stato infine istituito il disciplinare della Catalanesca del Monte Somma Igt, la cui storia si fa risalire all’epoca aragonese e alle origini catalane: un vitigno a bacca bianca che trova la massima espressione sulle pendici del Somma. Il Consorzio promuove anche il marchio Pompeiano Igt, che ha un’ampia ampelografia sul territorio.
Vini di fuoco e mare: il territorio vulcanico e i numeri della produzione
La vite cominciò a dimorare sul Vesuvio 2.500 anni fa, ai tempi della prima colonizzazione ellenica. Per la serie "Forse non tutti sanno che..." - la rubrica della quasi centenaria e inossidabile Settimana Enigmistica -, ricordiamo che a cavallo dell’anno zero la Campania Felix era considerata la Cantina dei Romani: già allora, i fertili terreni vulcanici donavano ai vini note piretiche e minerali molto apprezzate dalla “nobilitas”. In base alla zonazione geoclimatica del Consorzio, l'areale vulcanico è diviso in quattro settori. Per semplificare la narrazione, si tenga presente che il Monte Somma residua oggi con una cresta che va da nord-ovest a sud-est del Gran Cono del Vesuvio, formatosi dopo l’ultima eruzione del 1944.
Il versante settentrionale ha una ventilazione costante dal mare e dall’entroterra, con notevoli escursioni termiche. Là dove il fronte si apre a nord-ovest all'altezza di Sant'Angelo, i vigneti trovano dimora sui costoni rialzati fino a 700 m slm. I diversi suoli - giovani, sabbiosi e aridi verso il mare; stratificati, ricchi e un po’ argillosi ai piedi del Somma - connotano in modo differente i vini. La Doc Vesuvio comprende 16 Comuni, 9 dei quali si possono fregiare dell’indicazione Igt Catalanesca, che ha 6 produttori su 15 ettari di vigneti. Il 40% dei vini del Consorzio è destinato all’estero, soprattutto Francia, Stati Uniti - entrambi affezionati al Lacryma Christi - e Giappone; il 30% delle vendite nazionali riguarda la Campania.
Totale bottiglie/anno in milioni (200 ettari di vigneti):
- Vesuvio Doc: 2
- Pompeiano Igt: 0,55
- Catalanesca Igt: 0,15
Le degustazioni sapientemente guidate da Chiara Giorleo - critica enogastronomica e consulente del Consorzio - hanno evidenziato il potenziale vitivinicolo vesuviano: una crescita che andrà di pari passo con la comunione d’intenti degli associati. Abbiamo trovato gli equilibri più intriganti nei vini del versante mare-settentrionale. Tra i bianchi, vinificati quasi esclusivamente in acciaio, il Caprettone incarna la sintesi della ricchezza aromatica fruttata e floreale con la freschezza acida e l’alito salmastro ereditati dal pedoclima. Anche la notevole struttura della Catalanesca e il suo sentore di “pellecchiella” matura (l’albicocca vesuviana secondo il dialetto locale) vengono armonizzati dalle peculiarità del terroir. Circa i vini rossi, l’incisivo Piedirosso allevato in questo areale può trarre beneficio da attente maturazioni in legno, non di primo passaggio. Gli altri vitigni vesuviani sono la Falanghina, il Greco, lo Sciascinoso e l’Aglianico.
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Le viti a piede franco e i vigneti storici di Cantine Olivella
Ciro Giordano è prima di tutto viticoltore e non ci siamo fatti scappare l’occasione di visitare i suoi vigneti di Catalanesca nei comuni di Sant'Anastasia e Somma Vesuviana. Come in quasi tutt'Italia, anche in queste zone la vendemmia 2026 è stata anticipata di circa una settimana a causa del clima, prendendo il via il 28 agosto. Le viti di Cantine Olivella sono in maggioranza a piede franco e le più anziane contano 89 anni. Le loro radici - una ragnatela profonda e ramificata - custodiscono e trasmettono fedelmente i caratteri vulcanici del suolo sabbioso e secco che impedisce agli afidi di fillossera di scavare gallerie sotterranee e proliferare. Il presidente del Consorzio si adopera anche per il recupero del vitigno raro Guarnaccia Nera, che con Sciascinoso e Piedirosso compone il blend del suo Rosato Doc Ereo.
Dal cratere del Vesuvio agli scavi archeologici di Villa Augustea
La strada automobilistica che da Ercolano porta al Gran Cono del Vesuvio - inizialmente formatosi dopo l’eruzione che nel 79 d.C. sommerse Ercolano e Pompei, poi modificato dalle successive eruzioni fino al 1944 - è ricca di tornanti che offrono scorci suggestivi del Golfo di Napoli. Con le auto private si può arrivare a quota 800 metri e da lì salire a 1.000 metri con apposite navette. L’ultimo tratto che conduce al cratere è il “Sentiero” numero 5. Lungo 900 metri, si percorre solo a piedi e sale per circa 120 metri a partire dai tornelli d’ingresso. Giunti a destinazione, ci si trova di fronte allo spettacolo del cratere, che nel punto più elevato della cresta misura 1.281 metri. Il Vesuvio è un vulcano in stato quiescente sorvegliato h24 dall’Osservatorio vesuviano dell’Ingv e la sua attività è testimoniata dai vapori acquei che fuoriescono dalle fumarole all’interno della bocca vulcanica, la cui vista ha meritato un brindisi coi vini del Consorzio.
A Somma Vesuviana abbiamo visitato il sito archeologico di Villa Augustea, una villa romana i cui resti più antichi risalgono a circa duemila anni fa. Alcuni studiosi ipotizzano che fu la dimora di Ottaviano Augusto fino alla sua morte, da cui il nome dell’imponente scavo. Imperatori a parte, prima dell’anno 79 in queste terre si svolgeva una fiorente attività vitivinicola: anfore di terracotta di origine campana per il trasporto del vino sono state ritrovate anche in India. Ristrutturata dopo le varie eruzioni dei primi secoli d.C., la villa fu presumibilmente abitata fino alla grande esplosione vulcanica del 472, come testimoniano gli studi archeologici gestiti dal 2002 dall’Università di Tokyo. Interessanti i ritrovamenti di una cella vinaria con numerose giare interrate - i dolia defossa -, una statua di Bacco e dipinti e decorazioni dal tema dionisiaco.
La gastronomia vesuviana: dalle pizze dei Salvo alle ricette della tradizione
Prima a Portici e poi a San Giorgio a Cremano - due dei diciotto comuni storici dell’area vesuviana - ha avuto inizio l’attività dei pizzaioli Salvo, che nel 2018 hanno aperto la seconda sede a Napoli: un ritorno alle origini, quando durante la guerra nonna Rosa vendeva le pizze fritte fatte in casa. La gestione della pizzeria di S. Giorgio è di Francesco, mentre il fratello Salvatore amministra il locale napoletano in Riviera di Chiaia, dove abbiamo gustato le buonissime pizze tradizionali “a ruota di carro”. I Salvo conquistano riconoscimenti sin dal 2013, quando il Gambero Rosso gli attribuì i “Tre spicchi” nella prima edizione della Guida pizzerie d’Italia. Salvatore utilizza solo lievito di birra e ad ogni pizza abbina uno specifico olio Evo. Il marchio di fabbrica dei fratelli è l’accurata selezione dei pomodori: ben sette varietà locali, dal classico San Marzano Dop al Pomodorino del Piennolo del Vesuvio Dop.
A Pompei abbiamo assaporato il pesce fresco e i frutti di mare nel ristorante Slow Food La Bettola del Gusto dei fratelli Fortunato, che vanta anche il “Piatto Michelin”. Nel menu fa bella mostra l’ottima Pasta mista: pasta mista di Gragnano Igp con fagioli “dente di morto di Acerra”, gamberi e calamari. Full immersion di baccalà a La Lanterna di Somma Vesuviana, il primo ristorante - anch’esso Slow Food - a proporre soprattutto piatti di baccalà in una zona storicamente legata allo stoccafisso, per ragioni religiose ed economiche: la pregiata acqua locale era infatti fondamentale per le lavorazioni del merluzzo essiccato. Al ristorante ‘E Curti di Sant’Anastasia abbiamo conosciuto l'ottuagenaria Angelina Ceriello, erede tra i fornelli degli zii Ceriello che avviarono il locale più di un secolo fa. La Chiocciola di Slow Food, nel contesto della guida Osterie d’Italia, premia un menu in cui si distingue ‘O sicchie d’a munnezza, specialità della casa con noci, uvetta, capperi, pinoli e olive. Una ricetta tipica della cucina povera napoletana, originariamente preparata cogli avanzi dei ricchi banchetti natalizi.
Le aziende vinicole protagoniste di Vesuvio Wines Experience
Ecco, di seguito, le aziende vinicole protagoniste di Vesuvio Wines Experience:
- Azienda Agricola Montesommavesuvio
- Soc. Agricola Michele Romano
- Fioravante Romano Vini
- Azienda Agricola Fuocomuorto
- Enodelta
- Azienda Agricola Bosco De' Medici
- La Cantina Del Vulcano
- Antiche Radici
- Sorrentino Vini
- Cantina Del Vesuvio
- Cantina Tizzano
- Cantine Villa Regina
- Casa Vinicola Setaro
- De Angelis 1930
- De Falco Vini
- Nocerino Vini
- Società Agricola Cantine Olivella
- Società Agricola Masseria dello Sbirro
- Società Agricola Villa Dora
- Tenuta La Mura
- Le Lune Del Vesuvio
- Azienda Vinicola Sannino


