radici del cibo
’Nduja, non tutta è uguale: l’origine "dimenticata" del salume piccante calabrese
La ’nduja di Spilinga (Vv) nasce come salume povero calabrese e oggi è diffusa nei menu internazionali. Tra produzione artigianale e versioni industriali, resta centrale il tema dell’origine e della qualità del prodotto
Spilinga è un comune di poco più di mille abitanti nell'entroterra del Vibonese. Per secoli ha prodotto un salume che nessuno fuori dalla Calabria conosceva: un impasto di carne e grasso di maiale, peperone rosso piccante, sale. Consistenza morbida, quasi spalmabile. Si chiamava 'nduja, e fino a non molti anni fa era cibo povero, da contadini, per insaporire le minestre quando il frigorifero era vuoto. Oggi la 'nduja è su tutto. Sulle pizze dei locali alla moda di Londra e New York, negli hamburger gourmet di Milano, nei menu degustazione di cuochi che la usano come "elemento di contrasto".
Produzione artigianale della ’nduja di Spilinga
La 'nduja di Spilinga utilizza tagli specifici del maiale: parti grasse, lardo, guancia, frattaglie. Non i tagli nobili. È questa scelta che nasce da necessità economica, non da raffinatezza a darle quella consistenza pastosa e quel bilanciamento tra piccante e untuoso che la distingue da qualsiasi altro salume. La percentuale di peperone deve essere alta, intorno al 30-40% dell'impasto. L'insacco avviene nel budello naturale. La stagionatura è breve: la 'nduja non è pensata per durare mesi, è un prodotto vivo.
Quello che si trova oggi sui mercati ha poco a che fare con questo schema. Viene prodotto in stabilimenti industriali del Nord Italia o all'estero, con carni di suini non calabresi, percentuali di peperone ridotte per abbassare i costi, additivi per stabilizzare la consistenza. Il risultato ha un colore simile e una certa piccantezza, ma è privo della complessità dell'originale. Non si tratta di frode: il termine 'nduja non è protetto da alcun marchio Igp o Dop europeo, e chiunque può usarlo.
’Nduja di Spilinga, ottenuto il riconoscimento De.Co.
A differenza di altri salumi calabresi, il capocollo, la soppressata, la salsiccia di Calabria, la 'nduja non ha mai ottenuto un riconoscimento europeo che ne tuteli origine e metodo di produzione. Nel 2011 è stato istituito un Consorzio di tutela della 'nduja di Spilinga, che ha ottenuto il riconoscimento De.Co. - denominazione comunale - ma è uno strumento con valore locale, non vincolante sul mercato nazionale e ancor meno su quello internazionale.
I produttori storici di Spilinga, una ventina di artigiani, in buona parte a gestione familiare, continuano a lavorare come hanno sempre fatto: maiali allevati localmente, peperone di Calabria essiccato al sole, metodi tramandati. Producono quantità limitate, vendono in gran parte a privati e turisti. Non hanno i volumi per competere con l'industria, né la visibilità per imporsi sui mercati esteri.
La ’nduja nei ristoranti contemporanei
Eppure ci sono casi in cui la 'nduja, lontana dalla Calabria, riesce a raccontare qualcosa di autentico. A Torino, lo chef calabrese Claudio Lochiatto ha costruito intorno a questo salume uno dei piatti più riconoscibili del suo ristorante, L'Uliveto. Si chiama Gia'ndujotta® - marchio registrato - ed è esattamente quello che il nome promette: un gioco tra il gianduiotto torinese e la 'nduja calabrese.
La forma richiama il celebre cioccolatino, il contenuto lo ribalta: ricotta di bufala e 'nduja dolce, aromatica, senza piccantezza aggressiva. Un antipasto pensato per essere condiviso, che funziona prima ancora che lo si spieghi. Lochiatto usa una 'nduja scelta, non industriale, e si sente. Non è nostalgia calabrese trapiantata al Nord, né folklorismo gastronomico: è una sintesi che ha senso solo se il prodotto di partenza è quello giusto. La domanda vale la pena farla: quando ordinate qualcosa con la 'nduja, sapete da dove viene?


