Ci riempiamo spesso la bocca della formula "made in Italy". Ci inorgoglisce vedere il tricolore stampato sulle confezioni che riempiono gli scaffali dei mercati esteri e delle nostre città. Ma chi vive e studia questi territori sa bene che quel tricolore rischia di trasformarsi in una facciata rassicurante dietro cui si nasconde una realtà che si sta sgretolando.

Made in Italy, dietro le etichette si indebolisce la rete dei produttori

​Dietro quelle etichette non ci sono semplici marchi commerciali: ci sono le vite, le fatiche e le mani di chi produce il nostro cibo ogni giorno. Eppure, attraversando le nostre campagne e i nostri borghi, assistiamo da anni a uno spettacolo doloroso e silenzioso: la rete produttiva dell’agroalimentare si fa sempre più sottile, logorata, a tratti spezzata. Le botteghe chiudono, i campi si svuotano.

Dietro i prodotti simbolo del Made in Italy agroalimentare ci sono competenze artigiane e piccole attività produttive la cui continuità dipende anche dal ricambio generazionale
Dietro i prodotti simbolo del Made in Italy agroalimentare ci sono competenze artigiane e piccole attività produttive la cui continuità dipende anche dal ricambio generazionale

Botteghe senza eredi e agricoltori anziani: chi produrrà il cibo italiano?

Gli artigiani che tra gli anni Settanta e Novanta hanno costruito la grande gastronomia italiana, trasformando saperi antichi nel benessere diffuso del dopoguerra, oggi hanno settanta o ottant'anni. Spesso non hanno a chi passare il testimone: mancano i giovani, e quando non c'è una seconda generazione pronta a raccogliere il mestiere, il laboratorio chiude per sempre.

L'invecchiamento degli agricoltori e la difficoltà di trovare nuove generazioni disposte a proseguire l'attività mettono a rischio la continuità delle filiere agroalimentari italiane
L'invecchiamento degli agricoltori e la difficoltà di trovare nuove generazioni disposte a proseguire l'attività mettono a rischio la continuità delle filiere agroalimentari italiane

Nelle aziende agricole la situazione è altrettanto critica. Gli agricoltori che hanno tenuto in piedi le nostre filiere affrontando mille crisi hanno ormai più di media sessant'anni. Continuano a salire sui macchinari all'alba, spinti da pensioni troppo basse per garantire una vecchiaia serena e, soprattutto, da un attaccamento profondo a una terra che coincide con la loro stessa vita. Ma il corpo ha i suoi limiti, e quando le braccia cedono, anche i trattori si fermano.

Il rischio di un made in Italy celebrato ma senza più produttori

​In questo scenario, la tentazione più comoda è quella della nostalgia. Abbiamo riempito l'agenda pubblica di celebrazioni, bollini di qualità e retorica identitaria, trattando il cibo italiano come un reperto intoccabile, un patrimonio museale da applaudire. Ma un patrimonio che non si rinnova non è tradizione: è archeologia.

​Qui dobbiamo interrogarci con onestà, a partire da noi che viviamo dentro le istituzioni, nelle università, nei centri di ricerca, nelle amministrazioni. Troppo a lungo il mondo accademico e burocratico ha guardato alla terra dall'alto in basso, stilando regolamenti da dietro una scrivania o producendo analisi teoriche lontane anni luce dal fango dei campi e dalla fatica dei laboratori. Dobbiamo avere l'umiltà di scendere dalle cattedre e metterci a fianco di chi produce.

Ricambio generazionale in agricoltura: servono formazione, credito e meno burocrazia

​Cosa dobbiamo fare, concretamente, noi come istituzioni? Ci sono varie linee di azione che dovremmo considerare a partire dalla formazione: le università e gli istituti agrari non dovrebbero formare solo analisti, ma giovani imprenditori capaci di unire innovazione tecnologica e saper fare artigiano, restituendo dignità sociale ed economica al lavoro manuale. Con questo ci sono azioni di sistema, a partire dal credito aiutando i giovani a superare lo scoglio insormontabile dei costi di avvio, collaborando con il sistema bancario per creare strumenti finanziari su misura per chi vuole rilevare un'azienda senza avere patrimoni alle spalle. Ultimo ma non ultimo, tutti noi, istituzioni pubbliche dovrebbero darsi come priorità la semplificazione dell'apparato perché chi coltiva la terra o trasforma un prodotto deve poter dedicare il proprio tempo al lavoro, non a difendersi dalle scartoffie, altrimenti è condannare lavoratori ed imprenditori ad odiare i loro mestieri.

Formazione, accesso al credito e semplificazione amministrativa sono tra le condizioni necessarie per favorire l'ingresso dei giovani nelle imprese agricole e garantire continuità alle produzioni
Formazione, accesso al credito e semplificazione amministrativa sono tra le condizioni necessarie per favorire l'ingresso dei giovani nelle imprese agricole e garantire continuità alle produzioni

​Se non interveniamo adesso, lasceremo alle prossime generazioni un marchio prestigioso ma privo di sostanza: un'etichetta senza più nessuno capace di fare il formaggio, potare le viti o guidare quel trattore. È il momento di decidere se vogliamo continuare a fare accademia sulla cenere, o se vogliamo sporcarci le mani per riaccendere il futuro delle nostre campagne.