EVOLUZIONE

Fiere agricole, dal mercato alla scoperta del territorio: cosa resta davvero del "Km zero"
Le fiere di San Bartolomeo raccontano l'evoluzione delle antiche fiere agricole italiane, da luoghi di scambio a spazi di incontro tra produttori, consumatori e ristoratori. In un mercato sempre più globale, la sfida è valorizzare davvero prodotti e filiere locali, evitando che il "Km zero" diventi uno slogan e che la tradizione si trasformi in una semplice vetrina commerciale
Una volta alla fiera si andava per comprare. Si contrattava il prezzo, si guardavano gli animali, si acquistavano prodotti della terra, attrezzi e merci che servivano alla vita quotidiana. Oggi la spesa si fa in gran parte altrove, ma le fiere agricole continuano a riempire piazze e strade dei paesi italiani. Il 24 agosto, giorno di San Bartolomeo, è un buon punto di osservazione per capire cosa sia rimasto di quel mondo. Le fiere dedicate al santo sono ancora numerose e molto diverse tra loro. Alcune hanno conservato una precisa vocazione agricola, altre sono diventate appuntamenti commerciali e gastronomici, altre ancora vivono soprattutto della capacità di attirare visitatori. La domanda è capire se una fiera possa ancora avere una funzione economica propria oppure se sia destinata a diventare un'altra occasione per vendere prodotti che potrebbero trovarsi, con qualche differenza, in qualsiasi altra piazza.
Quando il prodotto aveva ancora un volto
La vecchia fiera agricola non aveva bisogno di spiegare il territorio. Il territorio arrivava in piazza insieme agli agricoltori, agli allevatori, agli animali e alle merci. La distribuzione moderna ha cambiato completamente questo rapporto. Un prodotto può essere acquistato tutto l'anno, arrivare da un'altra regione o da un altro Paese e finire sullo stesso scaffale accanto a prodotti coltivati molto più vicino. Il prezzo è confrontabile, la confezione è standardizzata, la provenienza spesso rimane confinata a poche righe dell'etichetta.
La fiera offre ancora una possibilità diversa: vedere chi vende. È un elemento semplice, ma non irrilevante. Un produttore può spiegare quando raccoglie, come lavora, perché una varietà viene coltivata proprio in quella zona. Il consumatore può assaggiare, fare domande, confrontare. A Fano la Fiera di San Bartolomeo continua a portare sul lungomare commercio, gastronomia e artigianato; a Città di Castello la componente agricola e zootecnica conserva un peso maggiore. Sono due esempi diversi di una trasformazione comune: la fiera non è più soltanto un luogo dove si conclude una vendita, ma uno dei pochi spazi fisici nei quali il prodotto può essere ricondotto a chi lo produce.
Il «Km zero» non basta più
La vendita diretta racconta la stessa trasformazione da un'altra prospettiva. Nel 2026 il Veneto ha ricordato i 25 anni della legge nazionale di orientamento del 2001, che ha istituito la vendita diretta e fornito il quadro per la diffusione dei farmers market. La Regione sottolinea che oggi la vendita diretta coinvolge oltre 7.000 aziende agricole venete, quasi il 15% del totale regionale. I mercati a Km zero risultano il canale più dinamico, con una crescita particolarmente marcata in alcune province tra il 2022 e il 2024. La Regione Veneto aveva già introdotto nel 2008 una propria legge sul consumo dei prodotti agricoli a chilometro zero, con misure dedicate alla vendita diretta e ai mercati degli agricoltori.
Sono numeri che aiutano a leggere anche il ruolo delle fiere. Accorciare la distanza tra produttore e consumatore è diventato un interesse economico prima ancora che una scelta di comunicazione. Per l'agricoltore significa poter vendere direttamente una parte della produzione. Per il consumatore significa conoscere meglio ciò che acquista. Per un ristoratore può significare individuare un piccolo produttore che non passa dai normali canali distributivi. Ma il «Km zero» non risolve tutto. Un prodotto vicino non è automaticamente migliore. Non basta che sia stato coltivato a pochi chilometri da dove viene venduto per renderlo più sostenibile o più autentico. Bisogna sapere come è stato prodotto, come è arrivato sul banco, chi lo ha trasformato e quale rapporto esiste tra produttore e venditore. Il rischio è che la distanza diventi uno slogan e la provenienza un elemento scenografico.
Le fiere che parlano ancora di prezzi e produzione
C'è una differenza importante tra una manifestazione che espone prodotti agricoli e una fiera che continua a parlare dell'economia che sta dietro quei prodotti. La Fiera della Nocciola di Castagnole delle Lanze è un esempio interessante. Nel 2026 arriva alla 167ª edizione e si svolgerà il 31 agosto tra piazza San Bartolomeo e il cortile della scuola elementare. Il programma comprende l'esposizione di macchine agricole e prodotti enogastronomici, i concorsi dedicati alla qualità e alla quantità delle nocciole e la tradizionale battitura del prezzo della nocciola 2026.
Leggi anche
È proprio la battitura del prezzo a rendere la manifestazione diversa da una semplice festa gastronomica. Il prezzo rimane al centro della scena. E con il prezzo arrivano tutte le questioni che stanno dietro una produzione agricola: rese, qualità, costi, lavoro, mercato. La nocciola non viene soltanto presentata come prodotto tipico. Viene riportata dentro una discussione economica.
È una differenza sostanziale. Perché una fiera agricola può anche avere spettacoli, gastronomia e turismo, ma se scompare il rapporto con la produzione rischia di diventare una sagra come molte altre.
Il problema delle sagre-fotocopia
È qui che molte manifestazioni si trovano davanti a una scelta. Da una parte c'è la necessità di attirare pubblico. Dall'altra c'è il rischio di costruire un'offerta talmente simile a quella di altre fiere da rendere irrilevante il luogo nel quale ci si trova. Stand gastronomici, birra, street food, prodotti «tipici», musica, spettacoli e mercatini possono funzionare. Ma se cambiano soltanto il nome della manifestazione e il panorama sullo sfondo, la fiera perde la sua ragione agricola. Il consumatore può trovare la stessa formula a pochi chilometri di distanza la settimana successiva.
La differenza dovrebbe stare altrove: nel prodotto che si coltiva in quella zona, negli allevamenti, nelle lavorazioni, nelle persone che ci lavorano. È quello che una fiera dovrebbe mettere in evidenza prima ancora dell'intrattenimento. Non servono necessariamente grandi eventi. Serve qualcosa che non possa essere copiato.Una nocciola legata a una determinata collina. Un formaggio prodotto da pochi allevatori. Una varietà ortofrutticola che ha resistito alla standardizzazione. Un vino che racconta una zona precisa. Una macchina agricola che continua a essere utilizzata nelle aziende del posto. Il valore della fiera sta nella sua specificità, non nella sua capacità di assomigliare a tutte le altre.
Dal banco alla ristorazione
Questa specificità interessa anche la ristorazione. Un ristoratore che visita una fiera può incontrare produttori che non conosce, verificare disponibilità e stagionalità, assaggiare una materia prima prima di inserirla in carta. Il rapporto può fermarsi a un incontro oppure trasformarsi in una collaborazione. È uno dei pochi casi in cui la fiera torna a svolgere una funzione che apparteneva alla sua origine: mettere in contatto domanda e offerta. La differenza è che oggi il compratore non è necessariamente la famiglia che porta a casa il prodotto. Può essere anche un ristoratore alla ricerca di una materia prima, un commerciante, un distributore o un operatore turistico. La filiera corta, in questo senso, non è soltanto una modalità di vendita. È anche una modalità di conoscenza.
Il territorio non è una scenografia
Il punto è proprio questo. Se il territorio viene utilizzato soltanto come immagine, la fiera finisce per riprodurre lo stesso meccanismo del mercato dal quale dovrebbe distinguersi. Un nome locale, una piazza storica e qualche prodotto tipico non bastano.Il territorio è nella materia prima, nei tempi della produzione, nelle persone che lavorano, nei prezzi che ricevono, nei rapporti con la ristorazione e nella possibilità per un'azienda agricola di continuare a produrre. Per questo il «Km zero» va guardato con attenzione. La legge veneta del 2008, per esempio, non si limitava a evocare la prossimità geografica: prevedeva misure per favorire la vendita diretta, i mercati degli agricoltori e l'impiego di prodotti a chilometro zero anche nella ristorazione. Il concetto, quindi, ha senso quando dietro la parola c'è una filiera riconoscibile.
San Bartolomeo e il futuro delle fiere agricole
Le fiere di San Bartolomeo raccontano una trasformazione che va oltre la conservazione di una tradizione. Sono nate in un'economia nella quale comprare e vendere significava incontrarsi fisicamente. Oggi quel passaggio può avvenire in pochi clic, ma proprio per questo l'incontro fisico con il produttore può tornare ad avere un valore economico. A condizione, però, che ci sia qualcosa da incontrare davvero. Una fiera agricola non deve necessariamente tornare a essere quella di cento anni fa. Deve evitare di diventare quella di tutte le altre piazze. Se mette al centro produttori, prezzi, materie prime e lavoro agricolo, può ancora essere un pezzo dell'economia locale. Se invece il prodotto diventa soltanto un pretesto per costruire un evento, resta la festa ma scompare la fiera. E la differenza, alla fine, sta tutta lì: andare in piazza per comprare qualcosa oppure andarci perché lì, per qualche ora, è possibile capire davvero che cosa si sta comprando.

