Non è soltanto un trasloco, ma un modo diverso di concepire un ristorante di alta cucina. A Hong Kong, la chef Vicky Lau ha inaugurato il nuovo Tate Dining Room, trasferendo il suo due stelle Michelin in una sede completamente ripensata, sia negli ambienti sia nell’organizzazione del lavoro.

La chef Vicky Lau
La chef Vicky Lau

Più spazio al lavoro dietro le quinte

La novità più interessante riguarda proprio il progetto degli spazi. Come racconta Wallpaper, il ristorante occupa circa 510 metri quadrati, dei quali oltre il 60% è destinato al backstage: cucine, laboratori, aree di preparazione, magazzini e spazi riservati alla brigata. Alla sala resta quindi meno del 40% della superficie complessiva, con una ventina di coperti a disposizione degli ospiti.

Un angolo della sala del nuovo Tate
Un angolo della sala del nuovo Tate Dining Room

Una scelta che va contro la logica tradizionale, dove l’obiettivo era spesso quello di massimizzare il numero dei tavoli. Qui, invece, la priorità è creare un ambiente di lavoro più efficiente, migliorare i flussi operativi e offrire alla brigata spazi adeguati per la preparazione, la ricerca e l’organizzazione quotidiana.

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Il valore di un ristorante passa anche dagli spazi invisibili

Più che una semplice apertura, il nuovo Tate fotografa una tendenza che si sta affermando nell’alta ristorazione internazionale: il valore di un ristorante non si misura più soltanto dalla sala, ma anche da ciò che il cliente non vede.

Investire nella cucina, nei laboratori e nel benessere del personale significa puntare su qualità, continuità e sostenibilità del lavoro, temi sempre più centrali per il fine dining contemporaneo. In Italia, peraltro, si cerca anche di mostrare ciò che accade in cucina. L’esempio più evidente è il ristorante bistellato Arnolfo, a Colle di Val d’Elsa (Si), dello chef Gaetano Trovato.