CONTRO LE FRODI

La prima difesa del made in Italy non è una legge: è la fiducia
La fiducia precede il diritto ed è il primo fondamento del commercio. Dalla Venezia di Shakespeare al 40° anniversario dell'Ispettorato repressione frodi e alle norme che oggi tutelano il made in Italy , si tratta di un percorso fra etica, religione, letteratura e legislazione che mostra come la lotta agli inganni (anche a tavola) affondi le proprie radici ben prima dei controlli moderni
Esiste un legame profondo tra il cibo, il diritto e il commercio, una linea sottile che la Serenissima Repubblica di Venezia ha tracciato per secoli sulle rotte del Mediterraneo e dell'Oriente. Tra i banchi del mercato di Rialto e nelle taverne della città lagunare transitavano spezie, sale, vino, olio, cereali e altri prodotti che non rappresentavano soltanto merci preziose, ma la ricchezza stessa delle nazioni. Riflettere oggi su questo legame significa rileggere anche opere cinematografiche che hanno saputo raccontare i conflitti morali generati dal commercio, dal denaro e dalla fiducia. Tra queste, Il Mercante di Venezia (2004), magistrale trasposizione dell'opera di William Shakespeare diretta da Michael Radford, rappresenta una straordinaria riflessione sul valore della parola data, della giustizia e della responsabilità. Un tema antico che oggi ritrova sorprendente attualità nel quarantesimo anniversario dell'Icqrf - l'Ispettorato Centrale della tutela della Qualità e Repressione Frodi dei prodotti agroalimentari - istituzione che da quarant'anni rappresenta uno dei principali presìdi italiani nella difesa della qualità agroalimentare e del Made in Italy. M. Radford, già apprezzato per la sensibilità narrativa dimostrata ne “Il Postino”, restituisce una Venezia del XVI secolo affascinante e severa, dove i palazzi nobiliari convivono con i mercati, i traffici commerciali e le tensioni religiose e sociali che attraversavano una delle più grandi capitali economiche dell'epoca.
Una libbra di carne: quando il contratto diventa destino
Il cuore del film è affidato a due interpretazioni straordinarie. Al Pacino offre uno dei suoi personaggi più intensi interpretando Shylock, l'usuraio ebreo segnato dalle discriminazioni subite nella Venezia cristiana. Jeremy Irons veste invece i panni di Antonio, ricco mercante che ha investito il proprio patrimonio in navi cariche di merci dirette verso i principali porti del mondo. La vicenda prende avvio quando il giovane Bassanio (Joseph Fiennes) chiede ad Antonio un prestito di 3.000 ducati per conquistare la mano della ricca Porzia (Lynn Collins). Non disponendo di denaro liquido, Antonio si rivolge a Shylock.
L'usuraio accetta il prestito imponendo però una clausola tanto crudele quanto simbolica: se il debito non sarà restituito entro tre mesi, potrà pretendere una libbra della carne di Antonio, prelevata vicino al cuore. Quando le navi del mercante risultano disperse in mare, quel contratto apparentemente assurdo diventa il centro di uno dei processi più celebri della letteratura mondiale, nel quale si confrontano diritto, giustizia, misericordia e responsabilità.
Il cibo come luogo degli affari
Anche la colonna sonora, composta dalla musicista britannica Jocelyn Pook, contribuisce a ricostruire l'atmosfera della Venezia rinascimentale. Le sonorità sacre, i richiami ai canti sinagogali e le musiche popolari accompagnano banchetti, feste e incontri d'affari, ricordando come il cibo fosse già allora molto più di un semplice nutrimento. Le tavole imbandite erano il luogo nel quale si concludevano accordi commerciali, si celebravano alleanze familiari e si costruivano relazioni economiche. Ancora oggi il mondo dell'enogastronomia continua a fondarsi sullo stesso principio: la fiducia.
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La frode come peccato prima ancora che come reato
Il dramma raccontato da Shakespeare richiama un tema che accomuna le grandi tradizioni religiose del Mediterraneo: la condanna dell'inganno commerciale. Nella tradizione islamica l'onestà negli scambi costituisce uno dei pilastri della vita sociale. La Sura Al-Mutaffifin è l'83ª sura del Corano ed è composta da 36 versetti, lancia un severissimo monito contro chi altera pesi e misure: «Guai a coloro che frodano, che quando misurano dagli altri prendono per intero, ma quando misurano o pesano per loro, riducono.» Anche gli Hadith riportano un episodio emblematico. Il Profeta Maometto, trovando del grano bagnato nascosto sotto quello asciutto, pronunciò parole destinate a diventare uno dei principi fondamentali dell'etica commerciale islamica: «Chi ci inganna non è uno di noi.» La giurisprudenza islamica considera infatti la frode una grave violazione della fiducia collettiva, che richiede non soltanto il pentimento, ma anche la restituzione del danno arrecato.
La tradizione cristiana attribuisce alla frode una responsabilità altrettanto grave. Essa viola il comandamento "Non rubare" e infrange il principio dell'amore verso il prossimo. Gesù stesso, nel Vangelo di Marco, richiama esplicitamente il precetto del «Non frodare». Successivamente San Tommaso d'Aquino, nella Summa Theologiae, afferma che utilizzare l'intelligenza per ingannare rappresenta una delle forme più gravi di ingiustizia, perché corrompe proprio quella ragione che costituisce il più alto dono ricevuto dall'uomo. Sarà poi Dante Alighieri a collocare definitivamente la frode tra i peccati più gravi dell'umanità. Nel Canto XI dell'Inferno Virgilio spiega che la frode «è dell'uom proprio male» e, proprio per questo, «più spiace a Dio». Non è un caso che i fraudolenti siano relegati nelle Male bolge e che i traditori trovino posto addirittura nel gelo eterno del Cocito, accanto a Lucifero.
Dalla morale al diritto
Se religione, filosofia e letteratura hanno definito il valore etico della frode, lo Stato italiano ha saputo trasformare quei principi in un sistema di tutela giuridica. La svolta arriva con il Regio Decreto-Legge 15 ottobre 1925, n. 2033, dedicato alla repressione delle frodi nella preparazione e nel commercio delle sostanze di uso agrario e dei prodotti agrari. Con quella norma vengono disciplinati i controlli ufficiali, i campionamenti, le analisi di laboratorio e le attività ispettive che costituiscono il nucleo originario dell'attuale sistema antifrode italiano. Quella intuizione giuridica anticipava una consapevolezza oggi sempre più attuale: mangiare è un atto agricolo. Come avrebbe scritto molti anni dopo lo scrittore e agricoltore americano Wendell Berry, il consumatore non è l'ultimo anello della filiera, ma parte integrante di un processo che inizia nella terra, passa attraverso il lavoro degli agricoltori e termina sulla tavola. Proteggere il cibo significa quindi proteggere l'intera filiera della fiducia.
Quarant'anni di Ispettorato repressione frodi
Da quella intuizione legislativa nasce un percorso che conduce direttamente all'Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari. Fondato il 18 giugno 1986, l'Ispettorato celebra quest'anno quarant'anni di attività al servizio della qualità agroalimentare italiana.
Nel corso di quattro decenni l'Ispettorato ha saputo evolversi insieme ai mercati, passando dai controlli tradizionali alle moderne tecnologie digitali, dall'attività ispettiva sul territorio ai sistemi informatici di tracciabilità, fino al contrasto delle sofisticazioni internazionali, dell'Italian Sounding e delle nuove forme di contraffazione alimentare. Il suo lavoro non tutela soltanto il consumatore. Difende anche gli agricoltori, gli allevatori, i trasformatori e tutte quelle imprese che competono ogni giorno nel rispetto delle regole, garantendo qualità, sicurezza e trasparenza.
Il prezzo della fiducia
Rivedere oggi Il Mercante di Venezia significa comprendere che il vero valore del commercio non è il denaro, ma la fiducia. Dietro ogni piatto, ogni bottiglia di vino, ogni forma di formaggio e ogni prodotto agroalimentare esiste un patto invisibile tra chi produce e chi consuma. È questo patto che le grandi tradizioni religiose hanno difeso, che Dante ha trasformato in poesia, che il legislatore ha tradotto in diritto e che oggi l'Ispettorato continua a proteggere attraverso controlli, competenze scientifiche e attività ispettive. Perché la qualità non nasce soltanto dalla terra. Nasce dall'onestà. E senza onestà non esistono agricoltura, mercato, né futuro.


