L'INCHIESTA
Riso biologico, il caso delle rese anomale: così è partita l’indagine a Pavia
Rese di riso biologico considerate anomale hanno fatto scattare i primi controlli nel Pavese. Da una segnalazione di FederBio è partita l'indagine che ha portato a perquisizioni, analisi e sequestri
Riso venduto come biologico ma che, secondo l’accusa, sarebbe stato prodotto utilizzando fitofarmaci e fertilizzanti non ammessi. Un sistema che avrebbe consentito di ottenere un doppio vantaggio: da una parte il maggior prezzo riconosciuto sul mercato ai prodotti bio, dall’altra i contributi pubblici destinati alle coltivazioni biologiche. È l’ipotesi al centro della maxi inchiesta della Procura di Pavia che coinvolge 17 persone e 14 aziende risicole della Lomellina e che ha portato al sequestro preventivo, finalizzato alla confisca, di beni per un valore complessivo superiore ai 10 milioni di euro. Le accuse, ancora tutte da provare, sono di frode in commercio e truffa per l’ottenimento di erogazioni pubbliche. L’indagine, condotta dalla Guardia di Finanza di Pavia insieme agli ispettori dell’Icqrf ((l'Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agro-alimentari)), l’Ispettorato centrale repressione frodi del Ministero dell’Agricoltura, era partita nel 2023 dopo una segnalazione di FederBio.
Inchiesta del riso biologico: il sospetto su quelle rese "impossibil"
A insospettire gli investigatori sarebbero state innanzitutto le rese dichiarate da alcune aziende, ritenute difficilmente compatibili con l’estensione dei terreni destinati alle coltivazioni biologiche. Durante le perquisizioni effettuate tre anni fa erano stati sequestrati ingenti quantitativi di fitofarmaci e fertilizzanti vietati nel bio. Secondo la ricostruzione della Procura, gli accertamenti successivi, compresi quelli sui documenti contabili, le intercettazioni telefoniche e le analisi di laboratorio sui campioni prelevati nei campi, avrebbero fornito ulteriori elementi a sostegno dell’ipotesi investigativa.
Al centro dell’inchiesta ci sono circa 40mila tonnellate di riso che sarebbero state commercializzate come biologiche. Il profitto illecito contestato supera i 9,8 milioni di euro, ai quali si aggiungerebbero circa 400mila euro di contributi pubblici ottenuti attraverso misure regionali di sviluppo rurale legate alla Politica agricola comune. Tra gli elementi sui quali si sono concentrate le verifiche figura anche l’uscita delle aziende coinvolte dal sistema di certificazione biologica dopo le perquisizioni del 2023, nonostante poco tempo prima le colture risultassero ancora dichiarate come bio. Secondo quanto emerso dall’indagine, alcuni prodotti vietati sarebbero inoltre stati rinvenuti non soltanto nelle sedi aziendali, ma anche in altri capannoni. L’inchiesta riguarda comunque una parte circoscritta del comparto risicolo pavese. La maggioranza dei produttori locali non è coinvolta nell’indagine, aspetto sul quale insistono anche le organizzazioni agricole, preoccupate che la vicenda possa tradursi in un danno d’immagine per l’intero settore.
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Fare chiarezza e tutelare chi rispetta le regole
«Trattandosi del prosieguo di un’indagine avviata anni fa, riteniamo necessario che l’autorità giudiziaria faccia piena chiarezza», sottolinea Marta Sempio, presidente di Confagricoltura Pavia. La preoccupazione è che una vicenda relativa a un numero limitato di operatori finisca per mettere in discussione la credibilità di un comparto composto in larghissima parte da aziende che lavorano nel rispetto delle norme. «Il riso italiano è sano e controllato e questa indagine dimostra come le istituzioni vigilino sulla filiera», osserva Sempio, richiamando nello stesso tempo l’attenzione sulla necessità di sottoporre a verifiche rigorose anche il prodotto importato. Il punto, per Confagricoltura, è evitare che eventuali comportamenti scorretti producano anche un effetto di concorrenza sleale nei confronti delle imprese che sostengono costi e vincoli necessari per rispettare le regole.
Sulla stessa linea Coldiretti Pavia. La presidente Silvia Garavaglia conferma la piena fiducia nel lavoro della magistratura e sottolinea la necessità di evitare generalizzazioni che finirebbero per penalizzare i tanti risicoltori onesti. L’associazione chiede anche controlli sempre più puntuali lungo le filiere, perché eventuali condotte illecite possono danneggiare contemporaneamente i consumatori, il reddito degli agricoltori e la reputazione di un settore che rappresenta una delle eccellenze dell’agricoltura pavese.
Centinaio: «Un danno all’immagine del territorio»
Parla di un possibile danno all’immagine della provincia e del suo settore agricolo anche Gian Marco Centinaio, vicepresidente del Senato ed ex ministro delle Politiche agricole. Centinaio sottolinea però anche un altro aspetto della vicenda: il fatto che le anomalie siano emerse a seguito dell’attività di controllo dimostrerebbe, a suo giudizio, il funzionamento del sistema di vigilanza. «Quando lo Stato effettua dei controlli e riscontra delle incongruenze si tratta di un dato positivo», osserva, rimarcando che non possono essere tollerati comportamenti che danneggino contemporaneamente consumatori, istituzioni e produttori rispettosi delle regole. La preoccupazione riguarda soprattutto le possibili conseguenze sulla reputazione di un territorio nel quale riso e vino rappresentano due comparti agricoli di primo piano. Allo stesso tempo Centinaio invita a distinguere le eventuali responsabilità individuali dall’insieme del settore, ricordando la presenza di numerose aziende che operano correttamente.
FederBio: «La segnalazione partì dalle rese anomale»
All’origine dell’indagine c’è una segnalazione presentata da FederBio nel 2023. La Federazione spiega di avere rilevato anomalie nei volumi di riso biologico immessi sul mercato rispetto alle superfici coltivate e alle normali rese produttive. «A fronte di una resa normale di 4-5 tonnellate per ettaro, in questo caso i numeri raddoppiavano», spiegano dell’Unità di crisi FederBio. Da questi dati erano partiti gli approfondimenti poi confluiti nell’inchiesta della Procura. FederBio precisa inoltre che il riso riconducibile alle aziende coinvolte non sarebbe più presente sul mercato da tempo: le imprese erano infatti uscite dal sistema di certificazione biologica dopo il raccolto del 2023, mentre per le produzioni precedenti sarebbe stata ricostruita la tracciabilità attraverso acquirenti e organismi di certificazione. Per la Federazione il caso conferma l’importanza dei controlli a tutela non soltanto dei consumatori, ma anche degli agricoltori e delle imprese che rispettano le regole del biologico.


