TROPPA BUROCRAZIA
Il paradosso del vino bio: la legge che rende la sostenibilità un incubo burocratico
La normativa sul vino biologico impone ai distributori spazi separati, registri e dichiarazioni preventive. Una burocrazia che aumenta i costi e rischia di rendere il bio meno conveniente, spingendo verso il convenzionale
Il Decreto Legislativo del 6 ottobre 2023, n. 148 - nato con le migliori intenzioni di adeguare l'Italia al Regolamento UE 2018/1848 - è qui per ricordarci una grande verità nostrana: se una cosa è semplice, possiamo sicuramente complicarla. In teoria, una normativa sul vino biologico dovrebbe fare due cose: difendere il consumatore e promuovere la produzione verde.
In pratica l’effetto collaterale ottenuto è quello di sfinire i produttori e i distributori a tal punto da spingerli a gettare la spugna e tornare al rassicurante (e meno burocratico) mondo del convenzionale.
Magazzini separati per il biologico: l'obbligo che complica la logistica
Prendiamo per esempio uno degli aspetti più surreali legati alla gestione logistica. Immaginiamo un distributore che non abbia la fortuna di avere un punto vendita adiacente al magazzino di stoccaggio, magari solo perché vende all’ingrosso (una colpa gravissima, evidentemente).
Secondo l'attuale interpretazione delle norme, questo soggetto ha l'obbligo di isolare un'area specifica del magazzino dedicata esclusivamente ai prodotti biologici e tenere rigidamente separati i prodotti, anche se sono già confezionati alla nascita. Il timore che toglie il sonno ai legislatori? La “contaminazione per osmosi spirituale”. Evidentemente si teme che una bottiglia di vino bio, pur chiusa nel suo vetro, possa subire l'influsso negativo di un cartone di birra convenzionale posizionato sullo scaffale accanto.
Registri e dichiarazioni: tutta la burocrazia per distribuire il bio
Ma il vero capolavoro si compie sul piano documentale. Per muovere un prodotto bio, perfettamente tracciato, la macchina burocratica richiede la notifica d'inizio attività di commercializzazione del biologico (come se fosse qualcosa di pericoloso da sorvegliare strettamente), la tenuta di registri di carico e scarico dedicati, il disporre dichiarazioni annuali preventive sui volumi e sulle intenzioni di vendita e rettificarle entro la fine dell’anno (sarebbe un vero problema aver venduto di più).
La domanda sorge spontanea: un lotto è un lotto, una fattura è una fattura. Se il prodotto è certificato all'origine dal produttore, perché il distributore deve subire un calvario burocratico parallelo per il solo merito di averlo spostato da un punto A ad un punto B?
Leggi anche
Più costi e più vincoli: il rischio è che il biologico sparisca
Tutte queste peripezie amministrative - i controlli ridondanti, gli spazi di magazzino vincolati, le ore uomo perse a compilare registri che nessuno leggerà mai - non sono gratis. Hanno un costo fisso altissimo. E dove va a finire questo costo? Esatto: sul prezzo finale. Il risultato è un capolavoro di controsenso. Se l'obiettivo era difendere il consumatore e proteggere l'ambiente, l'unico risultato concreto rischia di essere il "deserto". A quel punto, l'unica cosa veramente pulita saranno i registri... completamente vuoti.


