COMMERCIO IN CRISI

Se chiudono bar e ristoranti ci rimettono tutti, non solo gli esercenti
Le città italiane stanno cambiando e con loro il ruolo di bar, negozi e ristoranti, tra smart working, stili di vita e costi che rendono sempre più fragile il commercio di prossimità e il presidio nei quartieri delle città. Per Fipe serve ripensare lavoro, fiscalità e governo del territorio per difendere il ruolo sociale delle imprese e tenere vivi i luoghi di relazione e incontro.
Come Fipe, pensiamo ci sia bisogno di ripensare le città affinchè tornino a essere dei cittadini. Stiamo perdendo gli stili di vita legati ai bisogni delle famiglie e delle persone e, con essi, la funzione della bottega, della relazione e dei luoghi di socialità. Serve quindi una rigenerazione prima umana e poi urbana, capace di riportare le persone al centro e di ristabilire un equilibrio tra cemento, verde e bisogni della comunità.
Il commercio cambia e con lui i luoghi di socialità
Questa trasformazione riguarda anche il commercio e le funzioni delle città. Penso a Firenze, dove vivo e lavoro, e alle eccellenze che storicamente animavano i centri urbani, luoghi di scambio, incontro e vita. Oggi questo modello è profondamente messo in discussione. Le persone si muovono meno, anche per effetto dello smart working, cambiano gli stili di consumo e cambiano soprattutto le nuove generazioni e il loro rapporto con il lavoro.
Prima erano le aziende a selezionare il personale. Oggi è sempre più il personale a selezionare le imprese, valutando condizioni, organizzazione e prospettive. La priorità di molti giovani è mantenere libertà e autonomia, senza costruire necessariamente la propria vita intorno a un lavoro che assorba ogni energia. Questo ci impone di ripensare anche la contrattazione e la flessibilità, adattando l'organizzazione del lavoro a bisogni diversi da quelli del passato.
Il rischio d'impresa non può ricadere solo sugli imprenditori
Anche i nostri modelli produttivi e distributivi devono essere rimessi in discussione. Locazioni, fiscalità, energia e costi fissi pesano sulle imprese indipendentemente dall'andamento della produttività. Se c'è lavoro, un'attività dovrebbe poter aumentare la propria organizzazione; quando la domanda cala, dovrebbe poterla ridimensionare. Oggi, invece, gran parte dei costi resta rigida e il rischio d'impresa ricade quasi interamente sull'imprenditore. Gli imprevisti sono continui: dal costo del carburante alle guerre, fino agli eventi che possono fermare un'attività. Per questo è arrivato il momento di una riflessione profonda tra pubblico e privato riguardo al modello produttivo e distributivo del Paese.
Il commercio fisico non può competere con l'online alle stesse condizioni
Il confronto con i modelli online rende evidente il problema. Sistemi come Amazon possono operare con costi fisici differenti rispetto a un'attività che deve sostenere affitti, personale, energia e presidio quotidiano. Il nostro modello è fatto di servizio e presenza sul territorio, ma a queste condizioni rischia di diventare economicamente insostenibile. La questione riguarda quindi il Paese: occorre interrogarsi sulle nuove traiettorie economiche, sulle leve fiscali, sugli incentivi e sulle politiche attive necessarie. Le piccole e medie imprese, da sole, non possono sostenere tutto il peso di questa trasformazione.
Difendere bar e negozi significa difendere le città
Se il modello produttivo della piccola impresa non sta più in piedi, non è quindi soltanto un problema del singolo imprenditore. È un problema del Paese. Anche il governo del territorio è cambiato: oggi sembra che tutti possano fare tutto, dall'offrire cibo e bevande all'ospitalità. Questo modello diffuso e spesso improvvisato rischia di sottrarre ulteriore spazio alle aziende professionali e di produrre una banalizzazione dell'offerta.
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Dobbiamo invece chiederci quale modello vogliamo costruire. Se per comprimere i costi riduciamo orari, personale e professionalità, sostituendo progressivamente il lavoro con prodotti industriali e processi standardizzati, ci avviciniamo sempre più al modello delle catene e del fast food. Bar, ristoranti e attività commerciali si fondano invece su persone, competenza e professionalità. Altrimenti perdiamo qualcosa che va oltre la singola impresa: perdiamo uno stile di vita. Lo vediamo soprattutto nelle periferie, dove chiudono bar e negozi, si spengono le luci e viene meno quel presidio quotidiano che contribuisce alla sicurezza, alla relazione e alla vita delle comunità.
Serve una visione condivisa per le città del futuro
Per questo il Paese deve trovare una visione condivisa, coinvolgendo imprese, lavoratori, Regioni e Comuni. L'obiettivo deve essere costruire città sostenibili, grandi o piccole, nelle quali commercio, ristorazione, servizi e luoghi di socialità possano continuare a svolgere la loro funzione. Oggi questa sostenibilità non può essere data per scontata e non possiamo pensare che sia il singolo imprenditore a risolvere un problema che riguarda l'intero sistema.


