COSTE DI BARBIANO

Sulle colline di Parma c'è una cantina che punta sui piccoli cru
Andrea Ferrari e Federico Amadei hanno unito le loro esperienze nel progetto Coste di Barbiano, selezionando le uve dei singoli appezzamenti per ottenere vini capaci di esprimere le differenze tra i terreni. Dopo un'annata segnata dal caldo, Malvasia, Barbera e Merlot maturano in acciaio, mentre dalla siccità è nata anche l'idea di un nuovo passito
Indice
- 1Due storie lunghe, un nome nuovo
- 22026, l'anno in cui il freddo è diventato uno strumento
- 3La questione del cru
- 4Barbiano, già nel calice
- 5Sei mesi di silenzio
- 6Il passito che l'estate ha dettato
- 7La Costa, prima del marchio
- 8Parola del mese: Stile
- 95 cose da sapere sulla prima vendemmia di Coste di Barbiano
Ogni vendemmia è un esame che non si ripete. Cambiano la luce, le piogge che arrivano o non arrivano, le notti che rinfrescano oppure no. Per questo, anche per chi ne ha alle spalle decine, la raccolta resta un esercizio di umiltà. E per questo la prima vendemmia di Coste di Barbiano, appena conclusa sulle Colline di Parma, va letta non come un debutto, ma come una prova.
«L'abbiamo affrontata con lo spirito, l'entusiasmo e la curiosità di sempre, come se fosse la prima in assoluto», racconta Andrea Ferrari, ideatore del progetto assieme a Federico Amadei. «Se per Coste di Barbiano è la prima vendemmia, per noi è stata ancora una volta la voglia di scoprire cosa ci avrebbe riservato la nuova annata». Non c'è ingenuità in questa frase. C'è il suo contrario: la curiosità come metodo di chi ha capito che l'esperienza serve a farsi domande migliori, non a smettere di farsene.
Due storie lunghe, un nome nuovo
Il progetto nasce dall'incontro di due percorsi che sul territorio hanno già lasciato un segno. Federico Amadei, nel 1992, acquista il podere Casa Campanini a Barbiano e costruisce la sua azienda su due colline parallele orientate nord-sud, che disegnano un emiciclo naturale con un piccolo lago al centro. La sua Malvasia Colli di Parma DOC ha ottenuto la Medaglia d'Oro a Vinitaly, l'Agriturismo Al Vigneto è diventato un punto di riferimento della zona. Andrea Ferrari, produttore, comincia nel 1983 con sette ettari vitati sulle colline di Ozzano Taro e un'idea che allora suonava quasi eretica: fare grandi vini fermi in una terra che conosceva solo il frizzante. Nel 1992 quell'idea prende il nome di Nabucco, il primo rosso fermo vinificato a Parma. Da lì la crescita di Monte delle Vigne e i mercati internazionali.
Il vino italiano celebra volentieri l'esordio come virtù in sé. Qui l'esordio riguarda il nome in etichetta, non le mani che lo firmano. «Il gioco che non stanca mai un produttore è quello di interpretare i cambiamenti, in questo caso climatici, per raggiungere comunque quel risultato che ognuno di noi ha ben chiaro in mente e che si chiama stile - spiega Ferrari -. Ogni produttore ha il proprio, e ogni vino riporta alla mano di chi l'ha pensato e di chi ha scelto i momenti e le azioni in vigneto e in cantina. Per ogni azienda diventa lo stile maison, quello che connota e identifica i suoi vini».
In un'epoca in cui la parola stile è stata consumata da cataloghi, filtri e moodboard, ridotta a questione di packaging, sentirla restituita alla sua origine artigiana ha qualcosa di rigenerante. Lo stile non è ciò che si mostra. È ciò che resta quando il clima cambia idea. Quello di Coste di Barbiano ha confini dichiarati. «I nostri vini vogliono essere varietali precisi ed espressivi - aggiunge Ferrari - che fanno di mineralità ed eleganza il fattore qualitativo principale, capaci con la loro identità di riportare al terroir d'origine, unico e irripetibile».
I 35 ettari vitati di proprietà si dividono tra Barbiano, circa trenta, e Ozzano Taro, cinque, sotto il Passo della Cisa. Due luoghi distinti che condividono più di quanto la carta geografica lasci intendere. «Dal punto di vista microclimatico presentano caratteristiche molto simili», spiega Ferrari. «Tra i 200 e i 300 metri d'altezza godono di straordinarie escursioni termiche tra giorno e notte, capaci di regalare alle uve finezza ed eleganza, mentre i terreni calcareo-argillosi garantiscono struttura e mineralità». Escursione termica e calcare: in enologia, due parole che valgono più di qualsiasi aggettivo.
2026, l'anno in cui il freddo è diventato uno strumento
L'annata ha messo alla prova proprio questo equilibrio. Temperature diurne alte, settimane senza pioggia, il rischio concreto di vini pesanti, alcolici, affaticati. Esattamente ciò che la tavola contemporanea, sempre più orientata verso misura e bevibilità, ha smesso di chiedere. «Per i vini 2026 abbiamo puntato su queste caratteristiche e sulle modalità operative per mantenerle e trasferirle ai vini, nonostante le alte temperature diurne - racconta ancora Andrea Ferrari -. L'uso delle celle frigorifere prima e il controllo delle temperature di fermentazione dei mosti poi ci hanno permesso di ottenere vini raffinati e identitari». C'è un paradosso elegante in questa vendemmia: nell'anno del caldo, la risorsa più preziosa è stata il freddo. Non come correzione, ma come custodia. Il gesto tecnico al servizio di un'idea, e non il contrario.
La questione del cru
Il progetto produttivo guarda ai vitigni del territorio senza nostalgie folcloristiche. «Malvasia e Sauvignon per i bianchi, Barbera, Merlot e Lambrusco Maestri per i rossi, Chardonnay, Pinot Nero e Pinot Bianco per gli spumanti», elenca Ferrari. «Abbiamo selezionato le uve ettaro per ettaro, per dedicare ogni singolo appezzamento alla produzione di piccoli cru». La mappa che ne esce è precisa: a Ozzano Malvasia, Barbera e Merlot, per altrettanti vini fermi; a Barbiano il Sauvignon, i Pinot destinati agli spumanti e il Lambrusco. Vale la pena fermarsi su questa parola, cru, perché è una delle più abusate e meno comprese del lessico del vino. In origine indica qualcosa di molto concreto: un vigneto, o una sua porzione, le cui caratteristiche di suolo, esposizione e microclima producono un vino riconoscibile e ripetibile nel tempo. È la logica che la Borgogna ha trasformato in sistema, con i suoi climats riconosciuti patrimonio Unesco. In Italia il termine non ha valore legale, e le denominazioni hanno sviluppato strumenti propri per dire la stessa cosa: le Menzioni Geografiche Aggiuntive delle Langhe, le Unità Geografiche Aggiuntive del Chianti Classico, la menzione "vigna" per i vini a denominazione. Strade diverse verso un'unica idea: il luogo preciso conta più del nome generico.
Sulle Colline di Parma questa idea non è mai stata al centro del racconto. La tradizione del frizzante, del vino quotidiano, dell'assemblaggio che garantisce costanza ha privilegiato la continuità del prodotto rispetto alla differenza tra i vigneti. Scegliere di vinificare per singolo appezzamento significa invertire la prospettiva: rese più contenute, vinificazioni separate, volumi piccoli e costi più alti, in cambio della possibilità di leggere una vigna anno dopo anno e confrontarla con se stessa. È anche, a ben vedere, un modo di stare dentro il cambiamento climatico. In un'annata come la 2026 il cru diventa uno strumento diagnostico: dice quali parcelle tengono acidità e freschezza sotto il caldo, quali soffrono, quali sorprendono. Non è snobismo borgognone trapiantato in Emilia. È cartografia applicata, e su queste colline è una pagina ancora quasi tutta da scrivere.
Barbiano, già nel calice
I tre vini usciti a giugno provengono tutti da Barbiano e funzionano come una dichiarazione di metodo. Il Lambrusco dell'Emilia Igt, da Lambrusco Maestri, è schietto e carnoso, con quel fondo terroso e speziato che del vitigno è la firma più onesta. La Malvasia Colli di Parma Doc, da una vigna di quarant'anni, gioca su salvia, fiori bianchi, pesca e albicocca, tenuti in tensione da una freschezza viva. Le Coste Spumante Brut, da Pinot Nero e Chardonnay, sceglie un Charmat lungo di sei mesi sui lieviti: in un segmento dominato dalla fretta, una piccola obiezione di coscienza.
Sei mesi di silenzio
La notizia, però, è quella che deve ancora arrivare. «Da questo momento i nuovi vini affronteranno un periodo di elevazione di circa sei mesi in acciaio, con bâtonnage settimanali», spiega Ferrari, «in attesa, una volta maturati, di andare in bottiglia a marzo per affrontare l'affinamento». Sei mesi di lavoro sulle fecce fini, rimescolate con pazienza settimana dopo settimana, prima che i cru di Ozzano vedano la luce in primavera. Difficile non notare la simmetria. Trentaquattro anni dopo Nabucco, Andrea Ferrari torna sullo stesso gesto: un vino fermo in una terra che ha sempre preferito la bolla. Non è nostalgia. È coerenza, che della nostalgia è la forma adulta.
Il passito che l'estate ha dettato
E poi c'è l'imprevisto, che in vigna è spesso il nome più onesto del talento. «Un'attività a parte, viste le alte temperature estive e il protrarsi delle giornate senza pioggia, l'abbiamo dedicata a una quota di Malvasia che abbiamo destinato alla produzione di un passito. E - conclude Ferrari - l'intensa concentrazione delle caratteristiche aromatiche di questo varietale ci sta regalando qualcosa di veramente inedito, che incontrerà gli appassionati a metà del prossimo anno, in piccole bottiglie da 500 ml». Il vino più interessante di un'annata, a volte, è quello che nessuno aveva messo in programma. Serve soltanto l'umiltà di accorgersene.
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La Costa, prima del marchio
Il nome del progetto non viene da un ufficio marketing. La Costa è il sentiero che attraversa la collina più a ovest, collega Barbiano a San Michele Tiorre e sale tra i filari. Barbiano compare nei documenti dal 994. Prima era Celliano, dal culto di Cerere, custode dei raccolti e, prima ancora, il fondo di un possidente romano di nome Barbius. In un'epoca in cui molti brand si cercano un territorio come si cerca una location, qui accade il contrario: è il territorio ad aver trovato un racconto. Nel vino lo stile non è soltanto la mano di chi produce. È la mano di chi ha ascoltato un luogo abbastanza a lungo da non doverlo più correggere. Il resto lo dirà il tempo, l'unico critico che non si può invitare a cena.
Parola del mese: Stile
Non un'estetica, non un'etichetta. È la bussola che indica dove si vuole arrivare prima ancora di sapere quale annata ci aspetta. Ogni vino riporta alla mano di chi l'ha pensato: lo stile è ciò che resta costante quando tutto il resto, clima compreso, cambia.
5 cose da sapere sulla prima vendemmia di Coste di Barbiano
1. 35 ettari di proprietà: circa 30 a Barbiano e 5 a Ozzano Taro, tra i 200 e i 300 metri, su suoli calcareo-argillosi.
2. Un'annata calda e asciutta, governata con celle frigorifere e fermentazioni a temperatura controllata.
3. Tre vini già in commercio, tutti da Barbiano: Lambrusco dell'Emilia IGT, Malvasia Colli di Parma DOC, Le Coste Spumante Brut.
4. Tre piccoli cru fermi da Ozzano: Malvasia, Barbera e Merlot, sei mesi in acciaio con bâtonnage, in bottiglia a marzo.
5. Un passito di Malvasia nato dalla siccità, in bottiglie da 500 ml a metà 2027.


