ALLA NUVOLA

Roma Bar Show ha cambiato casa, pelle e impostazione: tutti i trend emersi
Il Roma Bar Show 2026 cambia atmosfera alla Nuvola di Fuksas: meno festa e più fiera professionale. Tra le assenze dei grandi gruppi internazionali emergono nuovi trend, dal boom del no-alcol ai ready-to-drink, mentre il gin perde centralità. Ma il tema più discusso è il ruolo del bartender: il settore chiede meno protagonismo e più attenzione all’ospitalità, al cliente e al mestiere
Meno festa, più fiera di settore. Meno multinazionali, più famiglie storiche. E, soprattutto: meno “star-tender” e più ospitalità. Il Roma Bar Show 2026 cambia casa, trasferendosi negli spazi scenografici della Nuvola di Fuksas, ma soprattutto cambia atteggiamento. Tra il boom del no-alcol e la fine dell'ubriacatura da gin, ecco cosa ci ha lasciato l'edizione di quest'anno.
Roma Bar Show 2026, meno festa e più fiera di settore
Negli anni scorsi al Roma Bar Show era stata spesso rimproverata una certa inclinazione alla festa permanente: molti bicchieri, molti abbracci, molta mondanità e, secondo molti, non sempre altrettanto business. Quest’anno il clima è apparso diverso. Più composto. Più professionale. Più freddo. Insomma, meno grande festa della bar industry e più fiera di settore.
I grandi assenti si fanno notare
Poi ci sono le assenze. E quando mancano alcuni dei principali gruppi internazionali del beverage, inevitabilmente la domanda sorge. Diageo e Suntory non c’erano. Campari era presente con Aperol, ma in forma più contenuta rispetto ad altri appuntamenti fieristici. Non significa che il Roma Bar Show abbia perso attrattiva. Significa però che la geografia degli investimenti delle grandi aziende sta cambiando. E sarebbe da orbi non accorgersene.
Quelle assenze, in compenso, hanno reso più visibile chi ha scelto di esserci. Lo sottolinea anche Nicola Olianas, Global Head of Advocacy and Ambassador di Fratelli Branca Distillerie: «Mancano i grandi nomi internazionali, da Diageo a Pernod Ricard, ma ci sono le famiglie storiche italiane. Probabilmente è un segnale che queste realtà continuano a credere fermamente nel presidio del territorio e degli operatori».
Zero alcol e ready-to-drink: il mercato guarda lì
Diciamolo subito: lo zero alcol continua a essere uno dei terreni sui quali le aziende stanno investendo di più. Arrivano sempre più "fake spirits" di ogni genere (dall'amaro al limoncello analcolico) e sempre più drink ready to drink come il Negroni senza alcol 90 ML. Piaccia o meno ai puristi, il mercato si sta muovendo. Da un po', ormai.
In crescita anche i ready-to-drink. Cocktail già pronti, formati facili da distribuire, prodotti pensati per un consumatore che vuole semplicità e immediatezza e per gli operatori del settore che non hanno la possibilità di offrire il servizio cocktail. Il ready-to-drink non sostituisce il bartender, ma apre la miscelazione anche a esercizi che non dispongono di personale specializzato o di una bottigliera strutturata. Oltre a entrare direttamente nelle case attraverso gli scaffali della grande distribuzione, può ampliare l’offerta di bar e locali che altrimenti non sarebbero in grado di proporre cocktail con continuità e standard qualitativi adeguati.
Dopo il gin, si cerca qualcos’altro
Un altro segnale evidente: la gin mania sembra essersi ridimensionata. Per anni sono comparsi distillati di ginepro da ogni angolo d’Italia, spesso con botaniche locali, storytelling articolati e packaging sempre più sofisticati. Non sono mancati nuovi lanci di gin, ma l’industria cerca nuove categorie da spingere. E infatti cominciano a vedersi più vodka, nuovi distillati e progetti che tentano di occupare lo spazio lasciato dalla saturazione del gin. È il caso, per esempio, della Vodka Lupo di Montenegro. Parallelamente continua la riscoperta della liquoristica italiana: amari, infusioni, ricette storiche, prodotti che fino a pochi anni fa sembravano destinati soprattutto al dopocena e che oggi tornano dietro il bancone come ingredienti da miscelazione.
A raccontare il ritorno alle radici dell’aperitivo italiano c’è anche Cinzano, al debutto al Roma Bar Show dopo l’acquisizione da parte del gruppo Caffo. Ogni giorno, alle 17:57 – un orario scelto per richiamare il 1757, anno di fondazione del marchio – allo stand scattava il “Super Aperitivo” torinese: protagonista il 70-30, un drink essenziale composto per il 70% da Cinzano Rosso e per il 30% da soda, servito con arancia e accompagnato dai classici tramezzini torinesi. Un modo semplice e quasi rituale per riportare al centro il vermouth e la cultura dell’aperitivo piemontese. In questo caso più che una moda sembra un ritorno alle origini.
L'insofferenza per i bartender star
Ma il tema più interessante del Roma Bar Show 2026 forse non era dentro le bottiglie. Era nelle conversazioni. Da più professionisti è arrivata una critica sempre più esplicita al protagonismo che negli ultimi anni ha attraversato il mondo della mixology. Il bartender-star, il personaggio prima del professionista, il cocktail costruito anche - e talvolta soprattutto - per Instagram. Una parte del settore sembra esserne stanca. A dare voce a questo malessere è, tra gli altri, Veronica Gagliano, fondatrice dell’agenzia di servizi beverage Night Wave e bartender con studi in sociologia, incontrata nello stand di Mavolo. «Detesto la tendenza ad attribuire alla mixology un’importanza sproporzionata», spiega. «Trovo fastidiosi questi “star-tender” che puntano sulla propria immagine e non sulle reali capacità. Non stiamo facendo operazioni a cuore aperto, non siamo medici: siamo bartender e distribuiamo anche divertimento».
La parola che torna, prepotentemente, è “ospitalità”. Che dovrebbe essere ovvia quando si parla di bar, ma evidentemente tanto ovvia non è più. Perché il bartender può conoscere fermentazioni, distillazioni, tecniche di laboratorio e ingredienti provenienti dall’altra parte del mondo. Ma alla fine davanti a lui c’è un cliente. Troppo spesso non trattato da protagonista. Gagliano insiste proprio su questo aspetto: il bartending è un mestiere “face to face”, fatto di capacità di leggere le persone, comprenderne i gusti e costruire una relazione prima ancora che un drink. Perché il cliente va al bar per stare bene. E per ritrovare anche quella dimensione socioculturale del bar in cui bere bene significa tornare a parlare di relazioni, confronto e bellezza. La novità è che, dopo anni trascorsi a trasformare i bartender in celebrity, oggi sia proprio una parte della categoria a chiedere di abbassare i riflettori.Meno culto del personaggio, più mestiere.
Una necessità confermata a caldo anche da chi osserva il mercato a 360 gradi. «Io sento una grandissima voglia di tornare a fare community», conclude Olianas, «e di riportare alla luce la vera modalità di lavoro all’italiana». Forse è questo il segnale più interessante arrivato da questo Bar Show. Perché dietro le novità di prodotto, le assenze eccellenti e i nuovi format, la questione più concreta resta una: che cosa deve essere oggi un bar? Un palcoscenico, una vetrina, un laboratorio tecnico oppure un luogo capace di far tornare le persone? Dal Roma Bar Show 2026 non arriva ancora una risposta definitiva. Ma una direzione sì: il valore del mestiere sembra tornare a misurarsi meno sulla quantità di riflettori accesi e più sulla qualità dell’esperienza che resta al cliente. Era ora.


