Nel nostro Bel Paese, di grano duro ne produciamo tanto, ma tanto. E però questa considerevole quantità non è comunque bastevole a farci dire (affermando il vero, ovviamente!) che tutta la pasta made in Italy è prodotta utilizzando grano italiano. Sad but true: triste ma vero. Facciamo parlare i numeri e ribadiamo che gli arrotondamenti che ci assumiamo la responsabilità di fare non solo non alterano la lettura sinottica, bensì la agevolano.

Quanto grano duro produce e importa l’Italia

Nel nostro Bel Paese produciamo circa quattro milioni di tonnellate l’anno di grano duro. E però, per alimentare molini e pastifici, ne importiamo quasi tre milioni. Il prezzo della materia prima, ci piaccia o meno, dipende sempre più anche da ciò che accade in Canada. La pasta italiana, vivaddio, continua a correre sui mercati esteri. Nell’anno 2025 l’Italia ne ha esportate circa 2,2 milioni di tonnellate.

Dietro il successo della pasta italiana c'è anche il grano straniero
L'Italia produce circa quattro milioni di tonnellate l'anno di grano duro e ne importa 3

Due considerazioni, di cui la prima è meno ovvia di quanto si pensi: se esportiamo oltre due milioni di tonnellate di pasta, il che equivale a dire (facciamoci l’immagine davanti agli occhi) oltre quattro miliardi di pacchi di pasta da mezzo chilo, è perché... sappiamo farla. Ovvero, abbiamo la cosiddetta capability, che è da intendere come il mix virtuoso di capacità/abilità/possibilità di fare una determinata cosa. Insomma, della nostra industria di trasformazione (dal grano duro alla pasta) possiamo essere orgogliosi.

Come è cambiato il raccolto italiano dal 2020 al 2026

La seconda considerazione è data dalla forza propulsiva della domanda da parte di consumatori stranieri, soprattutto tedeschi e statunitensi. E però, constatazione amara, dietro il successo della pasta made in Italy si nasconde un equilibrio fragile: i nostri campi di grano non riescono a fornire tutto il grano duro necessario alla filiera. Opportuna una prima sintesi: produciamo meno di 4 milioni di tonnellate di grano duro all’anno e ne importiamo quasi 3 milioni per ottenere, con queste 7 milioni di tonnellate scarse di grano duro, abbastanza semola per i nostri pastifici.

Dietro il successo della pasta italiana c'è anche il grano straniero
La pasta italiana conquista l’estero, ma il grano nazionale non basta

Il grano si coltiva nei campi e, pertanto, la quantità finale a rendiconto non è mai esattamente la stessa. Pertanto, osserviamo per gli ultimi sette anni (2020-2026) il seguente andamento (i numeri sottendono i milioni di tonnellate): 4 nell’anno 2020; 4,1 nell’anno 2021; 3,7 nell’anno 2022; 3,8 nell’anno 2023; 3,6 nell’anno 2024; 3,7 nell’anno 2025 e un dato stimato di 3,8 nel corrente anno 2026. Il raccolto, si sa, dipende dalle superfici seminate e dalle rese, condizionate a loro volta dall’andamento meteorologico. Siccità, temperature elevate e piogge nelle fasi più delicate possono incidere sia sui volumi sia sulla qualità della granella.

Che cos’è la granella di grano

La granella di grano duro è la massa dei chicchi di grano duro, separati dalla paglia dopo la trebbiatura. È utilizzata principalmente per la produzione di pasta, poiché la semola, ottenuta dalla macinazione della granella, ha una texture più grossa e contiene un alto contenuto di glutine, rendendola ideale per impasti che richiedono una forte struttura.

Fonte: Treccani

Il peso dell’Italia sul mercato mondiale del grano duro

Soffermiamoci sul dato più recente tra quelli consuntivati: 3,7 milioni di tonnellate nell’anno 2025. A fronte di una produzione globale di circa 35 milioni di tonnellate, il raccolto italiano rappresenta all’incirca un decimo del totale. Sommando produzione e importazioni, inoltre, la filiera nazionale utilizza circa 6,5 milioni di tonnellate, quasi il 20% della disponibilità mondiale. Insomma, come Italia, siamo big player sia come Paese produttore sia come Paese consumatore. Il fabbisogno dell’industria, va ribadito, resta superiore alla capacità produttiva nazionale.

Dietro il successo della pasta italiana c'è anche il grano straniero
L'Italia consuma quasi un quinto del grano duro prodotto globalmente

Nell’anno 2025 abbiamo importato 2,9 milioni di tonnellate di grano duro, pari al 79% della produzione interna. Nell’anno 2020 le importazioni furono 3 milioni di tonnellate, pari al 76% del raccolto. Dopo il calo del biennio 2021-2022, quando si fermarono rispettivamente a 2,2 e 1,9 milioni di tonnellate, gli acquisti dall’estero sono tornati sopra quota 3 milioni nell’anno 2023, per poi scendere a 2,7 milioni nell’anno 2024. Insomma, le importazioni variano, a seconda dell’annata, tra il 50% e l’80% del raccolto nazionale. Si tratta di prendere atto che le importazioni costituiscono una componente strutturale della filiera, necessaria a mantenere in funzione molini e pastifici.

Perché il Canada condiziona quantità, qualità e prezzi

Il principale fornitore è nettamente il Canada, che nell’anno 2025 ha spedito in Italia 903mila tonnellate di grano duro, pari al 31% delle importazioni complessive. Seguono Grecia, con 376mila tonnellate, Kazakistan con 333mila, Stati Uniti con 206mila e Turchia con 171mila. Il peso del Canada è cruciale per due ragioni: garantisce volumi elevati e mette a disposizione una granella con un alto indice proteico, utile per integrare il prodotto italiano quando la qualità non risponde pienamente alle esigenze industriali. Vogliamo dirlo o non vogliamo dirlo?

Dietro il successo della pasta italiana c'è anche il grano straniero
Il Canada copre il 31% delle importazioni e garantisce qualità proteica

Essendo il principale esportatore mondiale, il Canada ha anche un ruolo decisivo nella formazione dei prezzi. La sua produzione è molto variabile e dipende soprattutto dall’andamento meteorologico, in particolare dalla disponibilità di acqua. Nelle annate favorevoli il raccolto canadese può raggiungere volumi compresi tra 7 e 8 milioni di tonnellate, mentre durante le campagne segnate dalla siccità può scendere molto più in basso. E sono queste variazioni, checché si possa pensare, a determinare realmente il mercato domestico.

Sì, per carità, il raccolto italiano influenza le quotazioni nazionali, ma non può essere considerato isolatamente. Se l’offerta canadese è abbondante, un calo della produzione italiana non è necessariamente sufficiente a sostenere i prezzi. Al contrario, una forte contrazione del raccolto canadese può far salire le quotazioni anche in presenza di una buona campagna in Italia. Tra i fornitori emergenti, senza mai poter competere per quantità con il Canada, si tratta di tenere d’occhio la Turchia.

La forza della pasta italiana sui mercati esteri

Ancora qualche dato, quasi a mo’ di riepilogo. Dunque, l’Italia produce circa 4 milioni di tonnellate di pasta e ne esporta oltre la metà; difatti, nell’anno 2025 le vendite oltreconfine sono state pari a circa 2,2 milioni di tonnellate. La Germania è stata la prima destinazione, con 425mila tonnellate e una quota del 20%. Seguono Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Giappone.

  • Prima considerazione: la produzione italiana di pasta è fortemente orientata all’esportazione. Più della metà viene venduta all’estero. Ne consegue che la forza della filiera risiede nella capacità di trasformare il grano duro, nazionale e importato, in un prodotto la cui elevata qualità è riconosciuta in tutto il mondo.
  • Seconda considerazione: la pasta prodotta con grano 100% italiano attrae consumatori disposti a riconoscere un premio per provenienza, tracciabilità e sostegno alla filiera agricola interna.
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E se provassimo a essere più realisti del re e, pertanto, memori dell’adagio secondo cui non c’è due senza tre, provassimo a introdurre una terza originale considerazione? Si tratta di prendere atto che non tutto il grano duro utilizzato dai nostri pastifici può essere italiano. I quantitativi disponibili non bastano e la qualità della granella non sempre risponde alle necessità industriali. La sfida, quindi, non è contrapporre in modo semplicistico il grano nazionale a quello importato, ma costruire filiere capaci di produrre più qualità e di remunerarla lungo tutta la catena.