TRASPARENZA

Cibo, influencer e ristoranti: chi paga davvero il conto della visibilità online?
Il caso del pizzaiolo Lele Scandurra riapre il dibattito sul rapporto fra ristoratori e influencer. Se un creator entra come un normale cliente, paga il conto come tutti gli altri. Ma quando una cena diventa una collaborazione commerciale? Tra omaggi, recensioni, classifiche e contenuti sponsorizzati, la vera partita si gioca sulla trasparenza
Indice
- 1L'influencer che non paga: cosa è successo a Catania
- 2Influencer al tavolo: se è un cliente, paga come gli altri
- 3Se c'è una collaborazione, deve essere chiara
- 4Influencer marketing nella ristorazione: il quadro normativo
- 5Il problema delle classifiche e delle recensioni “pilotate”
- 6Influencer e ristoranti: cosa sapere prima di una collaborazione
- 7Dal food blogging al marketing: che cosa si è perso
- 8Influencer per il ristorante: 6 buone pratiche per evitare errori
- 9Anche vietare gli influencer può essere una scelta sbagliata
- 10Il cliente che fotografa meno può essere una buona notizia
- 11Il social porta il cliente, ma è il tavolo a decidere
Il cartello è diventato virale, ma dietro quella scritta c'è una questione che riguarda molti più ristoratori di Lele Scandurra: che cosa deve fare un locale quando un influencer entra dalla porta? Trattarlo come un cliente, come un potenziale strumento di marketing o come entrambe le cose? La vicenda raccontata dal pizzaiolo catanese ha riacceso il confronto sul rapporto tra ristorazione e influencer. Nel suo caso, la persona coinvolta era arrivata in pizzeria come un normale cliente. Nessun accordo commerciale, nessuna collaborazione concordata. Eppure, proprio il fatto di essere un influencer ha finito per complicare un rapporto che, nelle intenzioni del ristoratore, avrebbe dovuto essere molto semplice: si entra, si ordina, si mangia e si paga. Una distinzione che anche sul piano legale è tutt'altro che secondaria. Per Alessandro Klun (collaboratore di Italia a Tavola, autore del libro "A cena con diritto ed esperto di questioni legali relative al mondo della ristorazione e dell'accoglienza), infatti, essere influencer non trasforma automaticamente una persona in un soggetto che collabora con il ristorante. Se entra autonomamente, consuma e paga il conto senza aver ricevuto compensi, omaggi, sconti o altri benefici in cambio della visibilità, il rapporto resta quello ordinario tra esercente e cliente.
L'influencer che non paga: cosa è successo a Catania
Un influencer con circa 400mila follower su Instagram è andato a cena nella pizzeria L’Evoluzione di Catania, gestita dal pizzaiolo Lele Scandurra, insieme a un amico. Non era stata concordata alcuna collaborazione con il locale. I due hanno consumato la cena e, al termine, hanno lasciato la pizzeria senza pagare il conto di circa 60 euro. Scandurra aveva inoltre previsto per loro un piccolo sconto, ma i clienti non sono mai passati dalla cassa.
Il pizzaiolo ha inizialmente pensato a un possibile contrattempo e ha cercato di rintracciare l'influencer. Non ha però ricevuto né risposta né il pagamento del conto. L'identità del creator non è stata resa pubblica perché, come spiega lo stesso titolare, l'obiettivo non era «avere un risarcimento di 60 euro di cui non me ne frega nulla, ma di far capire che i ristoratori devono alzare la testa». Tanto è vero che Scandurra ha deciso di non denunciare il fatto alle forze dell'ordine.
Influencer al tavolo: se è un cliente, paga come gli altri
Essere influencer non significa avere automaticamente diritto a una cena gratis, a uno sconto o a un trattamento diverso dagli altri clienti. Per un ristoratore, quindi, distinguere un cliente che pubblica sui social da una collaborazione commerciale diventa sempre più importante. L'essere influencer, spiega Klun, «non crea un rapporto commerciale con il ristorante e non fa venir meno i diritti e gli obblighi del normale rapporto tra esercente e cliente». In pratica, se una persona entra autonomamente nel locale, ordina, consuma e non ha ricevuto dal ristoratore alcun beneficio in cambio di visibilità, il numero dei suoi follower non cambia la natura del rapporto. Può fotografare il piatto, pubblicare una storia, realizzare un video o raccontare la propria esperienza. Ma se non esiste un accordo commerciale, la cena resta una cena e il conto resta da pagare.
È esattamente la distinzione che Scandurra ha voluto sottolineare raccontando la propria esperienza: «Per me era scontato che lui stesse venendo da cliente e che in automatico dovesse pagare la cena come è giusto che sia». Il pizzaiolo aggiunge che nelle sue pizzerie capita di ricevere influencer che arrivano semplicemente come clienti. Non c'è quindi motivo per cui il ristoratore debba presumere che una pubblicazione sui social equivalga a un pagamento del conto. Anche un eventuale gesto commerciale resta una scelta del titolare.
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Se c'è una collaborazione, deve essere chiara
Il passaggio successivo riguarda invece le collaborazioni vere e proprie. Se un influencer riceve un compenso o un beneficio in cambio della promozione, il pubblico deve poter riconoscere immediatamente che quel contenuto ha natura commerciale.
Klun richiama in questo senso i principi stabiliti da Agcom, dal Codice del consumo e dalle regole di autodisciplina dello IAP: indicazioni come «Pubblicità», «ADV» o «Sponsorizzato» devono essere utilizzate in modo chiaro.
Influencer marketing nella ristorazione: il quadro normativo
Il principio di fondo è semplice: quando un contenuto ha natura commerciale, il pubblico deve poterlo riconoscere come tale. Il quadro di riferimento comprende la disciplina sulla tutela dei consumatori, le regole applicabili alla comunicazione commerciale e le indicazioni specifiche rivolte agli influencer.
- Le linee guida Agcom - Nel 2024 Agcom ha pubblicato le linee guida sugli influencer, richiamando il rispetto delle norme sulle comunicazioni commerciali e della disciplina contro la pubblicità occulta. Le linee guida riconoscono inoltre il ruolo del Regolamento Digital Chart dello IAP per la riconoscibilità dei contenuti pubblicitari.
- La Digital Chart IAP - Il Regolamento Digital Chart, aggiornato nel 2024, stabilisce che la comunicazione commerciale diffusa online debba rendere manifesta la propria finalità promozionale attraverso indicazioni immediatamente visibili. Per le collaborazioni con influencer indica, tra le formule utilizzabili, «Pubblicità», «Advertising», «Sponsorizzato da… brand», «Promosso da… brand» o «adv/ad + brand».
- Anche una cena può rientrare nella collaborazione - La questione non riguarda soltanto il denaro. Il Regolamento IAP considera, tra i possibili corrispettivi, anche beni, inviti e fruizione di servizi. Per la ristorazione il riferimento è particolarmente rilevante: una cena offerta nell'ambito di un accordo promozionale può quindi assumere rilievo nella valutazione della natura commerciale del contenuto.
- Recensione spontanea e pubblicità non sono la stessa cosa - Lo IAP distingue i contenuti frutto di un accordo commerciale dalle opinioni e preferenze espresse spontaneamente dagli utenti. Una persona può quindi raccontare liberamente la propria esperienza senza che ogni contenuto positivo su un ristorante diventi automaticamente pubblicità.
- La regola per il ristoratore - Prima di offrire un beneficio in cambio di visibilità, è quindi opportuno chiedersi: esiste un accordo? È previsto un vantaggio? Che cosa deve fare l'influencer in cambio? Il pubblico potrà capire immediatamente che si tratta di una collaborazione? Se la risposta è sì, la natura commerciale del contenuto deve essere resa riconoscibile.
È un aspetto particolarmente importante nella ristorazione, dove il confine tra una recensione e una promozione può diventare molto sottile. Per il ristoratore la trasparenza non dovrebbe essere vista come un ostacolo alla collaborazione, ma come una forma di tutela. Un contenuto dichiaratamente sponsorizzato è una pubblicità. Una recensione apparentemente indipendente che nasconde invece un rapporto commerciale può generare un problema di fiducia. Il punto, quindi, non è eliminare l'influencer marketing, ma evitare che una collaborazione venga presentata come un giudizio spontaneo e indipendente.
Il problema delle classifiche e delle recensioni “pilotate”
Ed è qui che la vicenda di Scandurra va oltre il singolo conto non pagato. Il pizzaiolo contesta soprattutto un meccanismo nel quale la collaborazione commerciale rischia di diventare una condizione per ottenere visibilità. «Oggi vedo ovunque pagine social di un sacco di influencer dove consigliano la pseudo-pizzeria perché magari c'è una collaborazione dietro», osserva Scandurra. Per il ristoratore il problema è duplice: da una parte c'è il costo della collaborazione, dall'altra il rischio che il pubblico non sappia che dietro a quella raccomandazione esiste un rapporto commerciale, una commistione che si traduce anche in recensioni false.
Influencer e ristoranti: cosa sapere prima di una collaborazione
Per un ristorante, collaborare con un influencer significa prima di tutto stabilire con chiarezza che cosa viene offerto e che cosa ci si aspetta in cambio. Non basta concordare una cena: è meglio definire prima condizioni, contenuti e modalità di pubblicazione.
- Cena gratis o collaborazione? Se il ristorante offre una cena, uno sconto o un altro beneficio nell'ambito di un accordo per ottenere contenuti promozionali, non si tratta più semplicemente di un cliente che decide spontaneamente di raccontare la propria esperienza. La natura del rapporto va valutata sulla base dell'accordo e dei benefici previsti.
- Il ristorante può dire no? Sì, il locale non è obbligato ad accettare una collaborazione commerciale con un influencer. Può decidere autonomamente con chi lavorare, secondo criteri coerenti con la propria attività. È però importante distinguere il rifiuto di una collaborazione dal rapporto con il normale cliente: avere un seguito sui social non trasforma automaticamente il cliente in un collaboratore.
- Come scegliere un influencer? Il numero dei follower non è sufficiente. Per un ristorante contano soprattutto pubblico, provenienza geografica, capacità di generare interazione, qualità dei contenuti, credibilità e coerenza con il locale. Un creator molto seguito ma con un pubblico lontano dal territorio del ristorante può essere meno efficace di un profilo più piccolo ma realmente vicino alla clientela che si vuole raggiungere.
- Meglio mettere tutto nero su bianco. Anche per una collaborazione apparentemente semplice è utile chiarire prima almeno gli elementi essenziali: che cosa viene offerto, quali contenuti sono previsti, su quali canali saranno pubblicati e quali indicazioni dovranno accompagnarli. Meno spazio resta alle interpretazioni, meno possibilità ci sono di trasformare una collaborazione in un equivoco.
«Dicono che la miglior pizzeria è la X perché sotto c'è una collaborazione», aggiunge Scandurra. E si chiede: «Se uno si spacca la schiena e lavora bene, perché deve per forza collaborare con gli influencer per farsi mettere nelle loro classifiche?». È probabilmente questo il nodo più delicato per il settore. Il rischio non è che un ristoratore paghi per fare pubblicità: è che il pubblico non sappia di trovarsi davanti a una pubblicità. Non è una critica ai social in quanto tali. Scandurra considera la presenza sui social necessaria: «È fondamentale stare sui social». Quello che mette in discussione è un sistema nel quale la visibilità sembra passare necessariamente dalla collaborazione con determinati creator. Il suo modello è diverso: «Si deve fare pubblicità sui social, senza dubbio, ma la pubblicità deve essere naturale». E soprattutto dovrebbe esserci la possibilità di distinguere una raccomandazione personale da una collaborazione: «Bisogna avere l'onestà intellettuale di dire: "Io in quella pizzeria non ci collaboro e pago ogni volta, ma se ritengo che faccia una pizza buona, perché non raccontarla in giro?"».
Dal food blogging al marketing: che cosa si è perso
Scandurra vede questa trasformazione anche rispetto alle origini del food blogging. «All'inizio, quando sono nati gli influencer e i food blogger, era bellissimo: andavano nei locali a fotografare e raccontare il prodotto di nicchia, la pizzeria o il bar che non si conosceva, pubblicando la propria esperienza in modo naturale». È proprio quella spontaneità che, secondo il pizzaiolo, andrebbe recuperata. Non significa tornare indietro rispetto ai social, ma separare il racconto personale dalla comunicazione commerciale. Per un ristoratore la differenza è importante: nel primo caso il locale viene scoperto e raccontato perché ha colpito il cliente; nel secondo viene scelto all'interno di una strategia di marketing.
Influencer per il ristorante: 6 buone pratiche per evitare errori
Collaborare con un influencer può essere uno strumento di marketing, ma non dovrebbe essere gestito in modo diverso da qualsiasi altro investimento pubblicitario. Alcune regole aiutano il ristoratore a evitare equivoci e a proteggere la propria reputazione.
Non presumere che l'influencer voglia una cena gratis - Se arriva come un normale cliente, va trattato come tale. Il numero dei follower non dà automaticamente diritto a omaggi o sconti.
Concordare la collaborazione prima della cena - Meglio evitare accordi improvvisati al tavolo. Se esiste una collaborazione, condizioni e aspettative dovrebbero essere definite in anticipo.
Non comprare una recensione positiva - Il ristoratore può investire in contenuti promozionali, ma chiedere che una collaborazione si traduca necessariamente in un giudizio positivo compromette la credibilità dell'operazione.
Chiedere trasparenza sui contenuti - Se il contenuto nasce da una collaborazione commerciale, deve essere riconoscibile come tale. La trasparenza tutela anche il locale, perché evita che il pubblico percepisca come spontanea una comunicazione concordata.
Valutare il pubblico, non soltanto i follower - Prima di scegliere un creator, il ristoratore dovrebbe guardare anche provenienza dei follower, interazioni, qualità dei contenuti e precedenti collaborazioni. Un milione di follower non significa automaticamente un milione di potenziali clienti.
Lasciare spazio al cliente vero - Non tutto ciò che viene pubblicato sui social deve diventare una collaborazione. Le foto, le storie e le recensioni spontanee dei clienti possono rappresentare quel passaparola digitale naturale che Scandurra considera una forma di pubblicità particolarmente preziosa.
La regola più semplice resta quindi quella emersa dal caso di Catania: cliente e influencer non sono necessariamente la stessa cosa. Il primo paga il conto; il secondo diventa uno strumento di marketing solo quando esiste una collaborazione.
Anche vietare gli influencer può essere una scelta sbagliata
La reazione opposta, però, può essere altrettanto problematica. Scandurra racconta di aver scelto di esporre un cartello contro gli influencer ed è consapevole dei possibili effetti collaterali: «Oggi un semplice cliente che non è influencer o a cui piace pubblicare foto forse non pubblicherà più niente da me, perché chiunque può pensar male». Il rischio è concreto: una regola nata per proteggere il ristoratore può finire per penalizzare anche la comunicazione spontanea dei clienti.
E proprio Scandurra riconosce il valore che questa forma di pubblicità ha avuto per il suo lavoro. In passato, i clienti che fotografavano e condividevano la pizza rappresentavano «pubblicità gratuita e naturale che portava altri clienti». Il problema, quindi, non è la fotografia del cliente o il contenuto pubblicato spontaneamente. È confondere quella spontaneità con una collaborazione commerciale.
Il cliente che fotografa meno può essere una buona notizia
C'è poi un aspetto apparentemente secondario che Scandurra osserva nel comportamento dei clienti: oggi sono meno numerose le persone che fotografano la pizza con l'obiettivo di pubblicarla sui social. Per il pizzaiolo quella condivisione spontanea rappresentava comunque una forma di pubblicità: «Quella era pubblicità gratuita e naturale che portava altri clienti». Ma oggi nota una maggiore soddisfazione nel vedere il cliente sedersi e apprezzare il prodotto senza preoccuparsi necessariamente di trasformarlo in contenuto. È un cambiamento che può essere letto anche positivamente. Il ristoratore non deve più pensare alla fotografia del cliente come al risultato da ottenere, ma alla qualità dell'esperienza come al risultato da garantire.
«Oggi per me la pizza deve uscire sempre perfetta a prescindere».
Il social porta il cliente, ma è il tavolo a decidere
Alla fine, il rapporto tra ristoratori e influencer si riduce a una distinzione semplice, ma tutt'altro che banale: chi paga per raccontare un locale deve essere riconoscibile, chi arriva come cliente deve essere trattato come un cliente. Per il ristoratore significa anche valutare le collaborazioni come qualsiasi altro investimento pubblicitario. Non basta il numero dei follower: contano il pubblico, la credibilità del creator, la coerenza con il locale e soprattutto la qualità del contenuto. Ma c'è un ultimo elemento che nessuna strategia social può sostituire. Scandurra racconta che alcuni clienti gli dicono di aver immaginato una pizza di qualità guardando foto e video, ma di averla trovata addirittura migliore una volta arrivati in pizzeria. È forse il risultato più importante. Il contenuto social può far arrivare il cliente, ma non può sostituire quello che accade al tavolo. «La cosa più importante è andare al ristorante e valutarlo in prima persona», sostiene Scandurra. Per un ristoratore, in fondo, è anche la forma più solida di marketing: una comunicazione trasparente può portare il cliente alla porta, ma è l'esperienza reale a decidere se tornerà.


